Cosa sono i neopronomi e perché dovremmo conoscerli e imparare a usarli

I neopronomi sono utilizzati da tutte le persone gender non-conforming, non binarie e transessuali che reputano riduttivi i pronomi non-binary e necessitano di sfumature più precise ed esplicative per identificare se stesse. A dispetto di quanto si potrebbe intuire dal nome, non sono recenti, ma recente è, invece, il loro utilizzo. Vediamo perché.

«Quali pronomi devo utilizzare per rivolgermi a te?», «Quali neopronomi preferisci?», e ancora «Con quali pronomi ti senti più a tuo agio?». Si tratta di quesiti forse “insoliti”, ma ai quali dobbiamo fare sempre più attenzione, e che dovremmo sforzarci di inserire nelle nostre interazioni quotidiane, soprattutto quando abbiamo a che fare con persone appena conosciute o con cui abbiamo poca confidenza.

Negli ultimi tempi, poi, il panorama si è arricchito e, oltre ai “canonici” she/he/they (“lei/lui/loro”), hanno fatto la loro comparsa anche i neopronomi (sebbene, come vedremo, la loro presenza non è recente, bensì affonda le sue radici nei testi letterari di qualche secolo fa), particolarmente diffusi sui social.

Ma che cosa sono i neopronomi e come si usano? Scopriamolo nel dettaglio.

Che cosa sono i neopronomi?

Il genere non è una categoria statica, fissa, immutabile e universalistica, bensì un costrutto sociale soggetto a continue risignificazioni, riadattamenti e interpretazioni socioculturali in base al contesto di riferimento in cui si è immersi. Per tale ragione, si impone la necessità di poter usufruire di parole che possano definire al meglio il modo in cui una persona percepisce se stessa, affinché quest’ultima possa comunicarlo non solo a se stessa, ma anche al mondo esterno.

Per quanto sia utopistico – e auspicabile – un mondo privo di tipizzazioni, risulta, tuttavia, utile (anche da un punto di vista politico) ricorrere a “etichette” che possano aiutarci a veicolare la nostra identità non solo a livello “subculturale”, ma anche all’interno della società nel suo complesso.

Di qui, l’importanza dei neopronomi, che, a dispetto del nome, non sono un’invenzione recente, ma fanno la loro prima apparizione nel corso dell’Ottocento, in particolar modo in testi di carattere letterario e specialistico. Come si legge su The Penny Royal, infatti:

La prima volta che sono stati utilizzati risale al 1858 per opera di Charles Crozat Converse, il quale usava i neopronomi thon/thons, prova del fatto che il loro utilizzo non è di certo storia recente. Un altro neopronome, con origine risalente allo scorso secolo, è “ae”, utilizzato nel 1920 all’interno della novella A Voyage to Arcturus di David Lindsay per riferirsi agli alieni: qmolti neopronomi, quindi, hanno origini letterarie, e anche ‘datate’.

Esempi di neopronomi

I neopronomi, dunque, sono i pronomi di cui usufruiscono tutte quelle persone che reputano riduttivo il ricorso al generico e non binario “they/them”, e che sono, allora, alla ricerca di sfumature più precise e dettagliate per definire la propria identità di genere.

Come si legge su Gay.it, i neopronomi più utilizzati – e ritenuti maggiormente descrittivi dalla comunità LGBTQI+  e dalla maggior parte dei suoi membri – sono i seguenti:

  • ze/zir/zirs
  • ze/hir/hirs
  • xe/xem/xyrs
  • ey/em/eirs
  • fae/faer/faers
  • e/em/ems
  • ve/vir/vis
  • ne/nem/nir
  • per/per/pers

Naturalmente, nel momento del passaggio dalla lingua inglese a quella italiana, sarebbe opportuno qualche intervento di aggiustamento, dal momento che la nostra lingua non consente un uso così estensivo dei neopronomi come avviene, ad esempio, proprio in quella inglese.

Essi, tuttavia, sono lo specchio di ciò che “rappresentano”, ossia: una concezione fluida e continuamente rinegoziabile dell’identità di genere, che non prevede categorizzazioni immutabili ed essenzializzanti ed è aperta alla variabilità e alla soggettività pura e autentica delle esperienze di ciascun individuo.

Perché i neopronomi sono utili?

Perché, dunque, i neopronomi sono importanti? Il motivo, come accennato, è tanto semplice quanto ancora complicato da concretizzare: permettere a ciascuna persona non binaria, transessuale e gender non-conforming di affermare se stesse, di trovare il proprio spazio all’interno di una società ancora ostile a tutto ciò che esula dalla dicotomia maschile/femminile e dal correlato binarismo di genere.

Ogni individuo ha, infatti, il pieno diritto di riconoscersi e di essere riconosciuto, soprattutto se, a causa della stigmatizzazione ancora vigente nel nostro contesto socioculturale, questi stessi individui sono maggiormente propensi a stati di ansia, depressione e tentativi di suicidio per via della percezione che, di essi, ha la società.

È proprio per questo motivo, perciò, che una semplice domanda – come quelle poste in apertura – può fare la differenza e far sentire più a proprio agio una persona non binaria. Lo sforzo è minimo; il risultato, invece, ha una valenza umana incalcolabile.

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