Schwa: cos'è il simbolo del linguaggio inclusivo | Roba da Donne

Cos’è lo schwa, come si pronuncia e perché è il simbolo del linguaggio inclusivo

Cos'è lo schwa e perché sarebbe la soluzione a un problema nella disparità della lingua italiana? Vediamo come si scrive e pronuncia questo simbolo, utilizzato molto dagli inglesi, e come renderebbe l'italiano più inclusivo.

Pur essendo presente nell’Alfabetico Fonetico Internazionale già dalla fine dell’Ottocento, l’italiano non utilizza lo schwa. Questo simbolo è invece il più frequente nella lingua inglese, e rappresenta la lettera intermedia fra tutte le vocali.

Proprio grazie a questa sua posizione, sia nella pronuncia che nel disegno del simbolo, in Italia è nata l’idea di utilizzare lo schwa, almeno nella lingua scritta, per indicare i termini collettivi. In modo così da eliminare la predominanza maschile nel linguaggio. Vediamo meglio cos’è è come si pronuncia.

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Cos’è lo schwa?

Lo schwa, detto anche scevà, è un carattere dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), utilizzato specialmente da alcune lingue, mentre altre, come l’italiano, non lo ritrovano nel proprio alfabeto. Si tratta di una lettera che l’IPA inserisce nel mezzo di tutto il sistema di vocali, infatti la sua pronuncia è un suono indefinito, che assomiglia all’insieme di a, e, i, o, u. In particolare, l’Enciclopedia Treccani la definisce come

un suono vocalico neutro, non arrotondato, senza accento o tono, di scarsa sonorità.

Il simbolo che definisce lo schwa è “Ə”, simile a una “e” rovesciata, ma può ricordare anche il carattere “a” in stampatello. Lo schwa sembra comparire già intorno al secolo X d.C, nella lingua ebraica medievale parlata, usata specialmente dagli eruditi. Il termine con cui viene chiamata dovrebbe derivare dalla parola shav, che significa “niente”, oppure dal corrispettivo ebraico della parola “uguale, pari”.

Ma è stato Johann Andreas Schmeller, un linguista tedesco, a recuperare questo carattere nel 1821 per dare un simbolo e una pronuncia a una lettera molto breve del tedesco bavarese. Fu lui per primo a inventare il simbolo che conosciamo oggi per lo schwa. Successivamente, la Ə fu recuperata dall’esperto di fonetica Alexander John Ellis che la utilizzò per la lingua inglese, dove oggi è la lettera fonetica più utilizzata.

Schwa: come si pronuncia?

Lo schwa è inserita nell’Alfabeto Fonetico Internazionale posta esattamente al centro rispetto a tutti gli altri fonemi che identificano le vocali. Se in italiano consideriamo solamente le 5 vocali, i fonemi in realtà sono di più. Dal momento che lo schwa si trova in posizione intermedia, anche la pronuncia deve rappresentare l’insieme di tutte le vocali. Si pronuncia infatti tenendo la bocca rilassata, senza chiudere le labbra in modo particolare, ma lasciandole semiaperte, con un suono breve.

In questo modo si realizza un suono tipico del linguaggio inglese, ma che si ritrova anche in alcuni dialetti italiani. Sarebbe la lettera ad esempio delle parole a-bout e s-u-rvive, ma anche di penc-i-l. Lo schwa è il fonema più utilizzato nella lingua inglese, proprio perché pronunciato per rappresentare diverse vocali, dalla “a” alla “e” fino alla “u”.

In italiano si può ritrovare ad esempio nel dialetto napoletano o del centro Italia, nelle parole che “mangiano” una vocale, e risultano in un suono non ben identificabile con una vocale precisa.

In che lingue si usa lo schwa?

Lo schwa è un fonema che forse noi italiani conosciamo poco ma che in realtà è molto utilizzato, specialmente nelle lingue anglosassone ma non solo. L’inglese è la lingua dove compare maggiormente l’uso della Ə, che si utilizza per pronunciare praticamente tutte le vocali a seconda della parola in cui sono inserite. Può sostituire la e, ad esempio nella desinenza “er”, la “i”, la “a”, la “o”, la “u” e anche la “y”, ogni volta che è necessario pronunciare un suono breve e meno definito. Le lingue americana, australiana e neozelandese presentano alcune variazioni ma in ogni caso questo fonema è molto utilizzato.

Per quanto riguarda la lingua italiana, lo schwa non è inclusa nell’alfabeto, ma viene utilizzata spesso negli idiomi dialettali. Soprattutto nel dialetto napoletano, nel quale molte parole presentano un suono poco definito e breve, che non si traduce con una vocale in particolare. Così anche dialetti dell’Italia centro-meridionale che si collegano al napoletano. Nell’Italia settentrionale si sente meno lo scevà, anche se si può ritrovare ad esempio nel piemontese, dialetto di origine gallo-italico.

Infatti anche il francese utilizza una lettera molto simile allo schwa, rappresentata dalla “e” accentata breve. Nel resto dell’Europa è possibile ritrovare lettere e suoni che riproducono lo scevà ad esempio nella lingua bulgara, albanese e rumena, negli idiomi di origine uralica e russa, nell’olandese, e nei dialetti catalani. In Corea questa lettera, chiamata Jamo, è usata normalmente, oppure per rappresentare la vocale nulla nella traduzione di lingue straniere.

Schwa e inclusività linguistica

schwa
Fonte: Web

Oggi lo schwa è protagonista di un dibattito di tipo linguistico, sociale e culturale italiano, perché potrebbe essere la soluzione per una lingua più inclusiva. La lingua italiana non ha nel proprio alfabeto e tra i fonemi riconosciuti lo schwa, anche se in realtà è presente in diversi dialetti. Ma il dibattito di inserire la lettera Ə nell’italiano fa riferimento oggi a una questione di genere.

La nostra lingua è abituata da sempre a definire i termini collettivi e le pluralità miste contenenti uomini e donne, con il plurale maschile. Lo stesso vale per le professioni declinate sempre al maschile e la discussione sul linguaggio di genere. Sotto suggerimento di diversi attivisti, linguisti e studiosi degli ultimi anni, tra cui uno dei primi è stato Luca Boschetto, si considera oggi l’idea di utilizzare lo schwa, almeno inizialmente nella lingua scritta, al posto della vocale finale che definisce un genere.

Questo sistema è stato ripreso e spiegato ampiamente dalla sociolinguista Vera Gheno, che per prima aveva proposto di utilizzare l’asterisco “*” nei casi in cui ci fosse un gruppo eterogeneo di persone, invece del maschile. Tuttavia, questo simbolo ha ricevuto la critica di non essere pronunciabile, pertanto anche lei stessa ha trovato nello schwa un’ottima soluzione. A proposito dell’uso del maschile o del femminile Vera Gheno ha scritto il libro Femminili Singolari, nel quale si considerano diverse ipotesi per un linguaggio inclusivo.

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Lo schwa è perfetta per questo ruolo perché, come spiegato da Luca Boschetto, il simbolo Ə si scrive graficamente come l’insieme di una “a” e una “o”. Per cambiare il linguaggio e la cultura, è necessario che più persone utilizzino una parola o un’espressione. Bisognerebbe iniziare a scrivere lo schwa nei posti dove le persone, dai più ai meno giovani, scrivono e parlano oggi di più, ovvero i social. Solamente così si potrebbe portare l’italiano ad essere una lingua più inclusiva e a risolvere una volta per tutte il problema della predominanza del maschile.

Articolo originale pubblicato il 11 Settembre 2020

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