Finché la lotta non sarà intersezionale ogni sforzo sarà vano.

Questo è ciò che dovremmo sempre tenere a mente, uso la prima persona plurale perché mi rivolgo a chi come me fa parte di una categoria marginalizzata.
Finché la lotta non diventerà una sola, finché non saremo su di un fronte unico a combattere le discriminazioni, le nostre vittorie saranno parziali, marginali e frammentate.

Quello che accade, spesso e volentieri, purtroppo, è che ci si crogioli nelle discriminazioni subite e nella ferma convinzione che appartenere a una categoria marginalizzata basti a esonerarci dall’essere persone empatiche.
Non sono nuove, infatti, le scene di discriminazione all’interno della stessa comunità Lgbtqia+, scene che dividono ciò che invece dovrebbe essere più che mai unito.

Ma cosa spinge una persona a discriminarne un’altra? Ma soprattutto, cosa spinge una persona che subisce o ha subito discriminazioni a ripetere un pattern tossico?
La società .

Veniamo cresciutə con questa mentalità e quando l’anello debole non siamo noi allora sfoghiamo la frustrazione così.
La famosa “legge del più forte” (chiaramente si usa il maschile singolare) che non ci fa empatizzare, che non ci lascia abbastanza spazio per vedere che, oltre i confini di questo atteggiamento tossico, ci sono persone con storie, vissuti, traumi, paure e tutto ciò che compone anche noi.

Si tende a puntare il dito verso una società che non ci vuole, ci silenzia e ci elimina, ma non ci si ferma poi così spesso a decostruire tutto ciò che da questa società abbiamo assorbito e fatto nostro.
Se anche i posti che dovrebbero essere dei safe space diventano una tana di trigger, qual è  la dimensione giusta per sentirsi al sicuro?

Il problema è forse davvero la percezione individualistica che abbiamo di noi, ma soprattutto del nostro dolore e questo perché ci fanno credere di essere solə fin da subito, non ci sono altre persone come noi, quindi il nostro dolore diventa assoluto e totalizzante nella sua assordante e fittizia solitudine, tanto da giustificarci quando a nostra volta feriremo un’altra  persona.

No, fare parte di una categoria marginalizzata non basta, non ci autorizza ad avere un atteggiamento di oppressione nei confronti di un’altra persona.

Purtroppo non sono rari i casi di misogina da parte di uomini gay o di transfobia da parte di donne lesbiche cisgender (ricordiamo le posizioni transescludenti di Arcilesbica), ma accade anche le persone bisessuali vengano invisibilizzate al suono di ” devi scegliere o un lato o l’altro” o peggio ancora ” anche io lo dicevo e adesso sono solo gay/lesbica”, succede che le persone asessuali o aromatiche vengano derise e trattate come se il loro fosse un capriccio, come capita anche che maschi gay insultino altri maschi gay perché ai loro occhi troppo “femminili”.

Transmisoginia, quando odio e discriminazione della donna sono ancora più forti

È quindi fondamentale parlare di privilegio, metterlo al centro della discussione e capire da cosa deriva e che cosa comporta, imparando quindi ad utilizzarlo a favore di chi quel privilegio non ce l’ha.

È essenziale parlarne affinché si capisca che il privilegio non è una colpa, non è un merito, è  una condizione specifica che ci mette in una posizione di vantaggio.

Non avvertire il proprio privilegio è sintomatico di una incoscienza, ma soprattutto di una scarsa consapevolezza della propria identità all’interno della società.
Mettersi in discussione, questionarsi, ma soprattutto metterci in posizione d’ascolto in modo da allenare la nostra empatia diventa un esercizio costante che dobbiamo impegnarci a portare a termine, giorno dopo giorno, non solo per migliorarci, ma per poter finalmente guardare le cose attraverso le lenti dell’intersezionalità, le uniche lenti che ci permetteranno di cambiare la cose.

Spesso restiamo intrappolatə in schemi che non ci permettono di guardare oltre il nostro dolore e che ci impediscono di ascoltare il dolore altrui, ci incatenano in una posizione di stallo rispetto alla nostra crescita personale e alla nostra posizione nel mondo e, così facendo, voltiamo le spalle alla lotta, la nostra lotta, che non è  lotta dell’individualità, ma una lotta che tutte quelle complessità vuole considerarle affinché tutte le persone si possano sentire al sicuro, in ogni situazione, in ogni spazio.

C’è  bisogno di fare autocoscienza, chiedersi cosa possiamo fare per migliorarci per essere persone migliori capaci di cambiare la storia.

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