Il 9 maggio 2020 la notizia che molti di noi, ma soprattutto una famiglia in particolare, la famiglia Romano, stava aspettando da un anno e mezzo è arrivata: Silvia è libera.

“Silvia” è appunto Silvia Romano, oggi Aisha, la volontaria milanese rapita a Chakama nel novembre del 2018, nel sud est del Kenya, mentre prestava volontariato in un orfanotrofio per conto della Onlus Africa Miele, e rilasciata dopo diciotto mesi di agonia, di paure, di angosce. Aveva 23 anni al momento del rapimento, oggi, di nuovo libera, ne ha 25.

Eppure, non tutti hanno gioito alla notizia del suo rilascio; com’è ormai abitudine consolidata di molti, soprattutto di quanti imbastiscono veri e propri processi a mezzo social, praticamente ogni azione relativa al rientro in Italia della giovane cooperante è stata scandagliata, analizzata al microscopio, soppesata per essere giudicata. Tanto che le opinioni in merito (non richieste, ma questo a chi le dà generalmente poco importa) si sono sprecate.

Molti si sono spesi a gran voce protestando per l’eventuale pagamento di un riscatto, dato da tanti come certezza, con tanto di cifre precise, ignorando un fatto tanto banale quanto importante: fosse anche appurato il pagamento di una somma per riportare Aisha a casa, non si tratterebbe di un fatto trascendentale, ma di una prassi che può essere considerata piuttosto frequente nei casi di rapimento, e alcuni casi del recente passato, anche riguardanti l’Italia, ne sono un esempio.

Altri hanno ovviamente puntato il dito sulla scelta di Aisha di recarsi in un luogo giudicato “pericoloso”, con discorsi che ovviamente hanno tenuto a far notare che “fosse rimasta a casa, non le sarebbe successo nulla”. Alla faccia di quelli (che a volte, per coincidenza, sono gli stessi), che a fronte degli sbarchi di immigrati si sgolano per ricordare di “aiutarli a casa loro”. Della serie, come fai sbagli comunque.

Ma la cosa che naturalmente tanti hanno faticato a mandare giù è stato vedere Aisha atterrare sorridente all’aeroporto romano di Ciampino con uno jilbab verde, segno inequivocabile del suo passaggio alla religione islamica, la religione degli “infedeli”, ragion per cui, agli occhi di chi già criticava le modalità della sua partenza e del suo ritorno, è stato ancor più evidente che “andava lasciata là”.

La colpa di Silvia Aisha Romano

Una colpa troppo grande per essere perdonata, quella di Aisha, che addirittura ha avuto “l’ardire” di scegliere un altro nome. E così, a distanza di mesi dal suo ritorno in Italia, proprio lei ha voluto spiegare i motivi della scelta della sua conversione, spazzando finalmente quella spessa coltre di pettegolezzi e malelingue che, a più riprese, avevano detto che aveva sposato uno dei suoi rapitori, o che era tornata incinta.

Prima di essere rapita ero completamente indifferente a Dio, anzi potevo definirmi una persona non credente – ha detto Aisha al giornale online La luce – spesso, quando leggevo o ascoltavo le notizie sulle innumerevoli tragedie che colpiscono il mondo, dicevo a mia madre: vedi, se Dio esistesse non potrebbe esistere tutto questo male.

[…] Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso o qualcuno lo ha deciso? Queste prime domande credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da lì un percorso di ricerca interiore fatto di domande esistenziali. Il passaggio successivo è avvenuto dopo quella lunga marcia, quando già ero nella mia prigione; lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito. Un altro momento importante è stato a gennaio, ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni.

Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia. Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui. Poi a un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno.

Aisha ha proseguito, spiegando cosa significa per lei aver abbracciato la fede islamica:

Sicuramente dopo aver accettato la fede islamica guardavo al mio destino con serenità nell’anima, certa che Dio mi amasse e avrebbe deciso il bene per me. Quando provavo paura per l’imminenza della morte o ansia per non avere notizie della mia famiglia e del mio futuro, trovavo consolazione nelle preghiere.

Per me il velo è simbolo di libertà. Quando vado in giro sento gli occhi della gente addosso; non so se mi riconoscono o se mi guardano semplicemente per il velo; in metro o in autobus credo colpisca il fatto che sono italiana e vestita così. Ma non mi dà particolarmente fastidio. Sento la mia anima libera e protetta da Dio.

Una scelta sicuramente controcorrente, soprattutto rispetto all’idea del velo e del ruolo della donna nella cultura islamica, che ha fatto storcere il naso a molti, ma Aisha sembra aver davvero trovato la sua pace interiore, dopo un calvario infinito. Dovrebbe essere questa la sola e unica cosa più importante.

Ripercorriamo, a ritroso, la storia di Aisha in gallery.

Fonte: web
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