Quelle parole sulla lapide di Terri Schiavo: "Moglie amata... Ho mantenuto la promessa"

Il caso di Terri Schiavo fu uno dei primi a gettare luce sul dibattito sul fine vita. Dopo 15 anni di battaglie legali, la donna è stata lasciata libera di morire, e suo marito Michael ha scritto sulla sua lapide "Ho mantenuto la promessa che ti ho fatto".

“Schiavo / Theresa Marie / Beloved Wife

Born December 3, 1963

Departed this earth / February 25, 1990

At peace March 31, 2005

(Dove with olive branch)

I Kept my Promise”

Ovvero

Schiavo, Theresa Marie, moglie amata

nata il 3 dicembre 1963,

morta il 25 febbraio 1990,

in pace il 31 marzo 2005

(colomba con un ramo d’olivo)

Ho mantenuto la mia promessa.

Così recita l’epitaffio di Terri Schiavo, voluto dal marito Michael.

A distanza di 18 anni dalla sua morte, avvenuta il 31 marzo del 2005, il caso di Terri Schiavo è rimasto negli annali della cronaca come uno dei più controversi e discussi e, assieme alla storia di Eluana Englaro, in Italia, uno dei primi che ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica il dibattito sul fine vita e sull’accanimento terapeutico, temi che ancora oggi sono, nel nostro paese, al centro di un grande scontro ideologico tra le diverse linee di pensiero, come ha mostrato il  caso di dj Fabo, morto in Svizzera dopo aver inutilmente chiesto di ricevere l’eutanasia nel suo paese.

Terri Schiavo, nata Theresa Marie Schindler, aveva solo 27 anni quando, il 25 febbraio 1990, finì in arresto cardiaco riportando gravi danni cerebrali e la conseguente diagnosi di PVS, stato vegetativo persistente.

La donna svenne improvvisamente nell’ingresso del suo appartamento, a St. Petersburg, dove viveva con il marito Michael, conosciuto al Bucks County Community College nel 1982 e sposato due anni più tardi; proprio Michael Schiavo allertò immediatamente il 911, che, giunto sul posto, trovò Terri Schiavo priva di conoscenza, senza respiro né polso. Trasportata d’urgenza all’Humana Northside Hospital, venne intubata, ventilata, e subì una tracheotomia, ma il lungo periodo trascorso senza ossigeno causò danni irreparabili al suo cervello, lacerando soprattutto le porzioni responsabili della cognizione, della percezione e della veglia.

La causa del suo arresto cardiaco non fu mai determinata. Per un certo periodo di tempo, si credette che fosse stato causato da uno squilibrio elettrolitico nel sangue, che dipende da un’eccessiva perdita di fluidi. Pare che Terri Schiavo, ossessionata dalle diete, stesse cercando di perdere peso, e in quel periodo ci stesse provando con una dieta autocompilata, che comprendeva il bere liquidi durante la giornata e circa 10 o 15 bicchieri di tè freddo, un blando diuretico che causa proprio perdita di liquidi.
Schiavo rimase in coma per due mesi e mezzo ma, anche quando ne uscì, mostrò solo di aver recuperato un ritmo circadiano sonno-veglia, non di avere coscienza di sé o della situazione in cui si trovava, tanto che iniziò a essere nutrita da un tubo passato nella sua parete addominale attraverso una gastrostomia endoscopica percutanea.

Furono per primi il dottor Garcia J. DeSousa, neurologo di St. Petersburg, e il dottor Victor Gambone, internista e medico di famiglia degli Schiavo, a giungere alla conclusione che Terri Schiavo si trovasse in uno stato vegetativo persistente, all’incirca dodici mesi dopo l’arresto cardiaco che l’aveva portata al coma. Altri dottori nel corso del tempo, fra cui i neurologi Jeffrey M. Karp, James H. Barnhill e Thomas H. Harrison, la esaminarono, giungendo tutti alla medesima diagnosi, e prospettando davvero flebili speranze circa una sua ripresa futura.

Già nel maggio 1998 Michael Schiavo presentò una petizione per rimuovere il sondino che alimentava forzatamente la moglie, ma la famiglia Schindler, ovvero i genitori di Terri Schiavo, Robert e Mary, e il fratello, Bob, si opposero con determinazione. Richard Pearse, indicato dalla Corte della Contea di Pinellas, cui Michael Schiavo si era rivolto, come guardian ad litem (ovvero la persona che si occupa della volontà giuridica di persone incapaci di intendere e di volere), riferì che lo stato di Terri Schiavo integrava la fattispecie di stato vegetativo permanente come da definizione dello stato della Florida,Titolo XLIV, Capitolo 765, ovvero che includeva “l’assenza di azioni volontarie” e una “incapacità di comunicare o interagire intenzionalmente”.

Tuttavia, l’assenza di una legge sul testamento biologico e i dubbi legati alla credibilità di Michael Schiavo (si discuteva, infatti, anche dei beni che il marito avrebbe ereditato in caso di morte di lei), indussero Pearse a esprimere un parere contrario alla rimozione del tubo per l’alimentazione forzata.

Proprio in virtù dell’assenza di una legge sul fine vita e il testamento biologico, il 24 gennaio del 2000 si tenne un’udienza allo scopo di far emergere le volontà di Terri Schiavo rispetto alle procedure tese a prolungare la vita di una persona in PVS: Michael Schiavo affermò che la moglie non avrebbe voluto essere tenuta in vita da una macchina, mentre i genitori affermarono che Terri Schiavo, da credente e appartenente alla Chiesa Cattolica Romana, non avrebbe mai potuto andare contro i suoi precetti religiosi, rifiutando alimentazione e idratazione forzata per abbracciare l’eutanasia.

In aggiunta ai familiari, furono ascoltati 18 testimoni che cercarono di far comprendere le condizioni mediche della donna, dopo dieci anni di stato vegetativo. Alla fine, il giudice George Greer emanò la sentenza che permetteva di interrompere il supporto medico forzato a Terri Schiavo, nel febbraio del 2000, dichiarando che la Corte aveva stabilito come la donna si trovasse in uno stato vegetativo permanente, e che la sua volontà, espressa oralmente, sarebbe stata quella di interrompere le cure. La decisione venne confermata anche dal Secondo Distretto della Corte d’Appello della Florida, ma incontrò le mozioni contrarie degli Schindler, che per ben tre volte si opposero alla rimozione del tubo per l’alimentazione, rimosso una prima volta il 24 aprile del 2001, ma poi reinserito due giorni più tardi, dietro ingiunzione del giudice Frank Quesada.

I genitori di Terri Schiavo puntarono allo “stato di minima coscienza” della figlia per interrompere la sentenza del giudice, sostenendo che talvolta lei ridesse, piangesse, o facesse addirittura piccoli tentativi di parlare. Nel rimpallo di responsabilità tra un tribunale e l’altro, e nonostante le mozioni proposte dalla famiglia di Terri venissero respinte, il caso finì di nuovo al tribunale di prima istanza, con il permesso, dato dalla Corte d’Appello, di raccogliere la testimonianza di cinque neurologi specializzati per stabilire definitivamente la situazione di Schiavo; due vennero scelti dagli Schindler, due da Michael Schiavo, uno, esterno, fu designato dalla stessa Corte. In preparazione all’udienza indiziaria Terri Schiavo fu sottoposta a una nuova TAC, da cui si evinse un’evidente atrofia cerebrale, e a un elettroencefalogramma, il quale non mostrò invece alcuna attività cerebrale rilevabile. Tanto che la Corte, dopo aver visionato un filmato di Terri Schiavo lungo sei ore, confermò che lo stato vegetativo fosse reale e non soggetto a disputa legale.

Gli Schindler non si arresero e, dopo aver affidato la campagna per mantenere in vita la figlia all’attivista pro-life Randall Terry, presentarono nuove petizioni alla Corte, ancora respinte.
Il 15 ottobre 2003, il tubo per l’alimentazione di Schiavo venne rimosso; tuttavia, il governatore in carica, Jeb Bush, poté decretare l’ennesimo reinserimento del tubo di alimentazione, grazie alla legge lampo, la “Legge Terri”, approvata nell’arco di una settimana dalla legislazione della Florida.

Michael Schiavo si oppose all’ingerenza del Governatore Bush nel suo caso, e il 5 maggio del 2004 il giudice Douglas Baird, un circuit judge, un giudice della Corte d’Appello, dichiarò incostituzionale la “legge Terri”. Bush dichiarò inizialmente che sarebbe ricorso contro la decisione, ma poi rinunciò.

Robert e Mary Schindler provarono altre azioni legali per impedire la rimozione del tubo, che avvenne, per la terza volta, il 18 marzo 2005, fino al coinvolgimento diretto del governo federale; la Corte Suprema degli Stati Uniti rifiutò il diritto al certiorari, il procedimento di riesame degli atti processuali, mentre persino il presidente Bush si era opposto alla riapertura del caso, chiudendo definitivamente ogni altra opzione legale agli Schindler.
Terri Schiavo ricevette l’unzione degli infermi e l’ultima eucarestia il 25 marzo 2005, e, alle 9.35 del 31 marzo 2005, morì. Il 20 giugno, i resti del suo corpo, cremato, vennero seppelliti al Sylvan Abbey Memorial Park di Clearwater, in Florida.

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