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Viaggio nell'Islam rivoluzionario: tra moschee femministe e matrimoni gay

Un appassionante viaggio nell'Islam rivoluzionario, quello delle moschee femministe e degli imam gay, compiuto da Repubblica per dimostrare che l'integralismo, religioso e culturale, non appartiene a tutti.
Fonte: web

Una vera e propria rivoluzione. È quella, silenziosa ma incessante, che, in Europa, Ludovic, Seyran, Sherin e molti altri stanno portando avanti, affinché l’Islam abbandoni le vesti fatte di pregiudizio e discriminazione con cui molti hanno stravolto i principi ispirati al Corano, per recuperare il lato più umano del culto.
Mentre buona parte del mondo islamico condanna l’omosessualità , spesso addirittura con la morte, e le donne continuano e essere relegate ai margini di una società che sembra proprio non riuscire a smuoversi dal pantano impregnato di patriarcato e maschilismo in cui lentamente è affondato, questi uomini e queste donne, da Marsiglia a Copenaghen, stanno compiendo qualcosa di straordinariamente coraggioso e speciale, qualcosa che, sperano, possa rappresentare un auspicio per le generazioni future, per un ritorno all’origine che si rende sempre più necessaria. Le loro testimonianze sono raccolte state in uno splendido reportage di Repubblica, curato da Antonio Nasso, e parlano di un Islam diverso, lontano dall’accostamento al terrorismo, al sessismo e alla violenza di genere, raccontano un lato purtroppo non ancora unanimemente accettato dalla comunità islamica, ma che sembra sempre più intenzionato a far sentire la propria voce.

Ludovic-Mohamed Zahed, l’imam gay di Marsiglia

Fonte: repubblica.it

Ludovic è un imam gay di Marsiglia, che guida una moschea LGBT e celebra matrimoni islamici tra coppie omosessuali. La sua è stata una durissima lotta interiore lunga anni, che lo ha portato prima a reprimere il proprio essere, poi a domandarsi per quale motivo non dovesse accettare la propria omosessualità.
Da adolescente studiavo la sharia, la legge islamica, in Algeria, il mio paese – spiega nel reportage di Repubblicae ho sempre sentito che quello che provavo per i ragazzi che mi circondavano si chiamava omosessualità“.

A diciassette anni Ludovic giunge all’accettazione di se stesso come gay, e si chiede perché abbia permesso di reprimere una parte tanto importante di sé così a lungo; la sua educazione da imam strideva pesantemente con l’omosessualità, perciò Ludovic cerca di ritagliarsi il proprio spazio all’interno del mondo musulmano, un posto che rispetti anche se stesso come persona, e il proprio modo di essere.

Ho fondato la prima organizzazione omosessuale musulmana in Francia – dice – e nel giro di due anni ci siamo trovati con sempre più persone che venivano da noi, omosessuali che volevano pregare ma anche eterosessuali che ci dicevano ‘L’Islam che praticate voi è il tipo di Islam che vogliamo praticare nella nostra vita quotidiana’“.
Nel 2012 Ludovic ha fondato, con l’aiuto di chi fin dal primo momento l’ha sostenuto, la prima moschea inclusiva in Europa; nominato come imam principale, lui ha rifiutato il compito, spiegando che non avrebbe voluto “riprodurre clericalismo e patriarcato, quindi tutti dovevamo diventare imam”. Oggi, all’Istituto Calem di Marsiglia dove lavora, Ludovic non solo educa nuovi imam e riunisce i fedeli in preghiera, ma rappresenta anche un importante punto di riferimento per le coppie LGBT, musulmane o interreligiose, celebrando i loro matrimoni. Lui stesso si è sposato in Sudafrica nel 2011, in una celebrazione tipicamente musulmana, e proprio nel paese africano ha vissuto per un po’ di tempo, prima di divorziare e di tornare a Marsiglia, dove oggi ha un nuovo compagno.

Ovviamente, benché porti avanti il suo tentativo di conciliare i valori spirituali del suo credo con la propria sfera sessuale, e aiuti altre persona a fare altrettanto, anche Ludovic non è rimasto immune dal pregiudizio e dalla condanna della sua comunità.
La prima volta che ho ricevuto un giudizio negativo – spiega – è stato nel febbraio 2012, a Parigi, poco dopo il mio matrimonio. Un imam disse che lo condannava, che non eravamo veri musulmani, e la gente in moschea iniziò a urlare ‘Allah Akbar!’. Rimasi molto spaventato, dopo la preghiera rimasi a letto malato per due giorni pensando ‘Ora che faccio?’, perché tutti avevano scoperto chi ero, in un quartiere popolare molto conservatore“. Per fortuna, niente di ciò che Ludovic temeva successe: continuarono a rispettarlo, senza mai toccarlo né insultarlo. “Credo che la gente abbia capito che non volevo ‘sporcare’ l’Islam, ma solo essere me stesso, e non dover scegliere tra l’Islam e l’omosessualità“.

Ludovic è molto preciso anche nel chiarire un punto importantissimo: l’Islam, spiega, non condanna l’omosessualità, ma lo stupro, come si evince chiaramente dal Corano. Non esistono divieti o condanne, espressamente dichiarati nel libro sacro dei musulmani, all’amore gay consensuale e rispettoso, ma molti Paesi di matrice islamica, spiega l’imam, applicano ideologie di stampo fascista tese a discriminare soprattutto minoranze sessuali, religiose, etniche o linguistiche per una bramosia di potere degli uomini al comando. “Vogliono che siano tutti uguali, perché è più facile controllare un popolo quando sono tutti uguali“. Niente di diverso da quello che ha stravolto l’Europa nel XX secolo, e che ora sembra essersi spostato nel mondo arabo. “Non ha niente a che fare con la cultura araba, che era piena di diversità, arte, cultura e omoerotismo, per secoli. […] Credo che se il profeta Maometto fosse vivo oggi, sposerebbe coppie gay, perché lui stesso accolse in casa ragazze mascoline e ragazzi effeminati che la gente discriminava, proteggendoli“.
Ludovic, comunque, conserva la speranza per le generazioni future che, dice, sapranno essere in grado di riportare l’Islam ai principi reali che lo hanno ispirato, liberandolo dalla versione più dogmatica e integralista che invece ha purtroppo preso piede nel XX secolo.

Seyran Ates, l’impegno per garantire la fede a tutti

Fonte: web

Seyran è un avvocato di origini turche che a Berlino ha creato la prima moschea in Europa gay-friendly, la Ibn- Rushd -Goethe, fondata il 16 giugno del 2017. Lì i fedeli possono pregare tutti insieme, senza nessuna separazione di genere come avviene invece solitamente nelle moschee musulmane. Seyran spiega chiaramente che chiunque è accettato nella sua chiesa, gli omosessuali, gli appartenenti ad altre religioni, persino gli atei. Anche su di lei, e sulla sua moschea, sono piovute le critiche degli islamici più estremisti e integralisti, come quelli turchi, o quelli de Il Cairo, che hanno inviato una Fatwa (l’equivalente musulmano dei responsa romani, un corpus di direttive e decisioni scritte date da studiosi e giuristi) specificando che dovevano ritenersi non-musulmani, soprattutto per il permesso accordato alle donne di pregare nello stesso spazio occupato dagli uomini. Un centro islamico di Amburgo li ha persino appellati come “terroristi”, ma in realtà, ad aver rischiato la vita, è stata proprio Seyran: “Hanno provato a uccidermi quando avevo 21 anni – spiega – sono terroristi, hanno ucciso altre persone, hanno provato a uccidere me e se ne avessero la possibilità lo farebbero. Per questo so che devo stare attenta, ma non voglio vivere una vita nella paura“.

Alcuni fedeli pregano nella moschea di Seyran (Fonte: repubblica.it)

Susie, una fedele della moschea che ha il compito di richiamare alla preghiera i presenti nella moschea, racconta di come le sia stato detto più volte che, essendo una donna, questa mansione dovrebbe esserle interdetta, ma spiega anche che il pregiudizio sia basato puramente su un fattore culturale, non su un precetto religioso, dato che nel Corano non vi è fatta menzione del divieto alle donne di avere un ruolo nella funzione. “Non vogliono che la donna richiami alla preghiera solo perché la voce femminile potrebbe distrarre le persone e portarle a pensare a cose diverse dalla preghiera“.

Seyran ha le idee chiare anche per quanto riguarda burqa e niqab, vesti che la religione non impone affatto di indossare, e che rappresentano solo una espressione del mondo patriarcale e maschilista in cui spesso molti paesi islamici sono rimasti; lei le proibirebbe, ma,  “In ogni caso – precisa la donna – noi accogliamo chiunque, perciò se una donna con il burqa o il niqab vuole entrare nella nostra moschea, è la benvenuta“. Come gli uomini che impongono tali abiti alle proprie donne, secondo Seyran anche gli esponenti di Al Qaeda o dell’Isis hanno estrapolato dal Corano alcuni precetti, interpretandoli a proprio modo, per questo non si può negare il problema, semplicemente definendoli “non musulmani”: la questione deve essere affrontata più apertamente, senza tentare di “nascondersi dietro un dito”, suggerisce Seyran, il loro è un ramo malato dell’Islam e questo deve essere accettato dagli altri, prima di poter trovare una svolta definitiva al problema che rischia di macchiare l’intero universo islamico. “Non è una soluzione dire che sono solo terroristi che stanno uccidendo le persone, dobbiamo dire che sono terroristi islamici“.

Sherin Kankan, l’imama di Copenaghen

Fonte: repubblica.it

Sherin è una donna imam, una imama, come lei stessa specifica, che ha fondato la prima moschea completamente al femminile a Copenaghen, in Danimarca, con l’intento di promuovere una rilettura del Corano basata proprio sull’uguaglianza di genere. “Le donne imam erano benedette e attive già nella più antica moschea della civiltà islamica, quella del profeta Maometto – spiega – che permise alle donne di guidare le preghiere per le altre donne e si impegnò per il rispetto dei loro diritti. Quindi, se diciamo di amare il Profeta, dobbiamo seguire il suo esempio“. Allora perché gli uomini musulmani oggi sono arrivati a estromettere quasi del tutto e a ostracizzare il ruolo religioso delle donne? Molto, pensa Sherin, dipende dalle situazioni di analfabetismo e ignoranza predominanti in alcuni paesi islamici, in cui, proprio per l’elevato tasso di uomini analfabeti, non si può che avere un’interpretazione distorta dei precetti coranici, soprattutto quando questo fattore si combina con una visione patriarcale e maschilista della società. Nella moschea Mariam, guidata da Sherin, vigono quattro principi fondamentali: la poligamia è bandita, le donne hanno diritto al divorzio, e in questo caso entrambi i coniugi hanno i medesimi diritti sui figli; in caso di violenza, invece, che sia fisica o mentale, il matrimonio è considerato nullo. Oltre a queste importanti differenze rispetto al modus operandi tipico della società patriarcale islamica, nella moschea le donne musulmane possono sposare un cristiano, una necessità che non può più essere ignorata, soprattutto quando si parla di donne che vivono in Europa o in paesi occidentali, e le possibilità di innamorarsi di un uomo appartenente a un altro credo religioso sono evidentemente importanti.

Mio padre diceva sempre che l’uomo perfetto è una donna. Noi potremmo continuare la citazione e dire che la donna perfetta è un uomo. Perché, alla fine, dobbiamo riuscire ad andare oltre l’identità sessuale.