Tutte le donne, almeno una volta nella vita, hanno subito un episodio di catcalling. È sempre preferibile eludere le generalizzazioni, ma, in questo caso, la pervasività e la trasversalità del fenomeno (e, soprattutto, le sue statistiche) ci spingono, infatti, a sostenere una certa “ecumenicità” del suo verificarsi.

Non ha importanza l’età o il luogo: di giorno o di notte, in un parco o alla fermata della metro, adolescenti o quarantenni, le “molestie di strada” non conoscono discriminazione, ed eleggono a proprio oggetto di attenzione donne – tendenzialmente sole – rese vere e proprie prede sessuali dagli uomini che le infastidiscono.

La dinamica è sempre la medesima, alla base del patriarcato e della violenza di genere: considerare la donna alla stregua di un mero corpo da possedere, controllare, giudicare, anche mediante “complimenti innocenti” (che, ovviamente, tali non sono) emessi per strada e non richiesti.

Il catcalling lede la privacy e la sicurezza delle persone che ne sono vittime, oltre ad aumentarne la percezione di pericolo e insicurezza. Come riconoscere il fenomeno e porne fine?

"Una diretta Instagram per le donne in pericolo", l'idea del collettivo Donnexstrada

Che cos’è il catcalling?

Il termine “catcalling” è un neologismo inglese nato dalla crasi tra le parole “cat”, “gatto”, e “calling”, “chiamare”. Già attestato a partire dalla fine del Settecento con il significato di “grido, lamento” e riferito all’atto di fischiare a teatro agli artisti poco graditi, l’espressione ha iniziato a essere utilizzata nell’accezione attuale nel 1956.

Letteralmente, dunque, il concetto evidenzia l’azione del “fischiettare per chiamare il gatto”, e delinea tutte quelle situazioni in cui un uomo tenta di avvicinare una donna – considerata attraente – per strada attirandola a sé attraverso complimenti, fischi, domande invadenti, strombazzate di clacson, accostamenti e/o inseguimenti in macchina o a piedi, allusioni sessuali più o meno esplicite e insulti offensivi (soprattutto se le avances non sono corrisposte).

Nella lingua italiana non esiste un corrispettivo preciso per indicare un tale tipo di molestia, ma, come si legge su Treccani, un termine che potrebbe essere accostato al catcalling è quello di “pappagallismo”, ossia il

comportamento da “pappagalli di strada”, proprio cioè di chi, in modo insistente e grossolano, importuna le donne per la via.

Catcalling: numeri e statistiche

Un atteggiamento che, negli ultimi anni, è andato incontro a un’incidenza sempre maggiore. Lo dimostrano i dati e le statistiche raccolti recentemente, in particolare quelli dello studio interculturale promosso dal movimento Hollaback! in collaborazione con la Cornell University e incentrato sullo “street harassment” (l’attenzione unilaterale e indesiderata tipica delle molestie stradali).

Condotto in 22 Paesi su un campione di oltre 16.000 donne, esso ha dimostrato, infatti, che l’84% di queste ultime subisce la prima molestia di catcalling prima dei 17 anni, mentre il 50% ha dichiarato di essere stata non solo apostrofata, ma anche palpata e/o toccata.

Il risultato è un crescere vertiginoso dei sentimenti di paura, rabbia, bassa autostima, ansia e depressione, i quali portano, inoltre, a un incremento del timore di essere stuprate (o, peggio, seguite e assassinate) e a una generale e significativa diminuzione della percezione della sicurezza stradale.

E, in Italia, la situazione non è molto differente. Sempre Hollaback! ha, infatti, rivelato che l’88% delle donne vittime di catcalling si è ritrovata costretta a cambiare percorso almeno una volta nella vita per raggiungere il luogo desiderato, in modo tale da allontanarsi fisicamente dalla fonte di fastidio e molestia.

La quale, come dimostrano i dati Istat, può assumere diverse sfumature: da quella verbale, espressa mediante proposte indecenti e commenti pesanti sul corpo (24%), agli episodi di pedinamento (20,3%), fino a contatti fisici espliciti e privi di consenso, come palpeggiamenti, baci e abbracci (15,9%), atti di esibizionismo (15%) e messaggi o telefonate a sfondo sessuale e osceno diffusi per offendere la persona interessata (10,5%).

Infografica del catcalling: l'88% delle italiane ha cambiato strada per molestie

Perché il catcalling è molestia?

Alla luce di queste informazioni non è, dunque, difficile comprendere perché il catcalling rientri a pieno titolo nella sfera delle molestie sessuali. A costituirne il fondamento è, infatti, un abuso di potere da parte dell’uomo carnefice dell’apprezzamento, che, in quanto non richiesto e non consensuale, crea, così, uno squilibrio nel rapporto tra le due parti e una prevaricazione della prima a sfavore della seconda, costituita dalla donna importunata.

La relazione che si instaura tra catcaller e vittima è, perciò, unilaterale, e perfora l’intimità e la serenità della seconda, dando vita, in questo modo, a una forma di oggettivazione sessuale interpersonale, come sostenuto dagli studiosi Fredrickson e Roberts nel 1997.

Come si legge su State of Mind:

Il filo conduttore che attraversa tutte le forme di oggettivazione sessuale è l’esperienza di essere trattati come un corpo (o un insieme di parti del corpo), valutato prevalentemente per il suo utilizzo (o il consumo) da parte di altri.

Le conseguenze provocate da un episodio (o più) di catcalling possono essere, quindi:

  • sentimenti di vergogna in relazione al proprio corpo;
  • disturbi alimentari;
  • ansia;
  • depressione;
  • disfunzioni sessuali;
  • auto-oggettivazioni;
  • un complesso senso di disagio psicologico.

Rivolgersi alle donne come se fossero dei meri pezzi di carne alla mercé del proprio godimento non è normale, ma spesso alcune vittime non ne hanno consapevolezza, e il rischio in cui esse possono incorrere è quello di minare ancora di più la propria autostima, limitandosi nella propria libertà, rinunciando, magari, a vestirsi in determinati modi e, in definitiva, mutando la propria personalità per non attirare l’attenzione degli uomini e non essere accusate di averne istigato la reazione (victim blaming). Facendo, così, fatica a comprendere che la colpa non è loro, ma solo ed esclusivamente dei molestatori.

I recenti casi celebri di catcalling

Al fine di ridurne l’incidenza e, soprattutto, metterne in luce la grave pericolosità e la totale immoralità, risulta sempre più necessario, dunque, parlare apertamente del fenomeno e denunciare qualsiasi episodio di catcalling di cui siamo testimoni. Anche nei media.

Ne è un esempio il caso recente accaduto a novembre scorso alla giornalista sportiva Greta Baccaglia, che, al termine della partita Empoli-Fiorentina, è stata palpeggiata e apostrofata da un tifoso in diretta televisiva su Toscana Tv. Un evento deprecabile, cui si somma quello altrettanto vergognoso del conduttore presente in studio e testimone dell’accaduto, Giorgio Micheletti, che, per sedare la legittima reazione di rabbia e sdegno di Baccaglia, si è rivolto alla collega con uno spensierato “Non te la prendere”.

Minimizzando, così, la gravità di un atto avvenuto di fronte al pubblico collegato e assolutamente disgustoso e inaccettabile. E, di fatto, quasi assolto da Micheletti, che ha aggiunto: “Si cresce anche attraverso queste esperienze, chiudiamola lì, grazie Greta, così perlomeno puoi reagire se vuoi”.

Né un gesto di indignazione, né una parola di accusa o disprezzo, ma solo espressioni vuote, paternalistiche e superficiali, il cui rischio – se ascoltate senza cognizione del fenomeno – può essere anche quello di “giustificare” un atto vergognoso come lo stesso di cui la giornalista è stata vittima.

"Boys will be boys", quel "so' ragazzi" che giustifica le peggio cose dei maschi

Ma Greta Baccaglia non è stata, purtroppo, l’unica. Già Aurora Ramazzotti, infatti, aveva messo luce sul tema alla fine di marzo 2021, quando, dopo essere rientrata da una sessione di jogging, ha affidato ai social il suo sfogo:

Possibile che nel 2021 succeda ancora di frequente il fenomeno del catcalling? Sono l’unica che ne è vittima costantemente nonostante mi vesta da maschiaccio? Non appena mi metto una gonna o, come in questo caso, appena mi tolgo la giacca sportiva, perché sto correndo e fa caldo, devo subire fischi e commenti sessisti e altre schifezze. A me fa schifo. Se sei una persona che lo fa, sappi che fai schifo.

In seguito ai due episodi sopra riportati, sono molteplici le donne dello spettacolo che hanno deciso di manifestare la propria esasperazione sui propri canali social e di fornire supporto e comprensione alle due vittime: dalla conduttrice e speaker radiofonica Andrea Delogu alla cantautrice Levante, dalle attrici Anna Foglietta e Vittoria Puccini alla cantante Emma Marrone, fino alla giornaliste Jolanda De Rienzo e Selvaggia Lucarelli.

Sintomo che la battaglia alle molestie non fa distinzioni e, soprattutto, ha bisogno di un fronte compatto, unito e determinato – e che solo la solidarietà può garantire.

Catcalling: ignorare o rispondere?

Sapere come comportarsi quando si è vittime di catcalling può essere fonte di ansia e numerosi dubbi. Spesso, infatti, può succedere che una risposta o una reazione da parte della donna possa provocare, nel molestatore, una replica ancora più violenta, mettendo in serio pericolo l’incolumità della vittima.

Se quando si è il soggetto del catcalling può essere complesso ragionare a mente fredda, quando a esso, invece, si assiste da esterni può, però, venire in soccorso “Stand Up”, il programma di formazione e sensibilizzazione contro le molestie in luoghi pubblici promosso da Associazione Alice Onlus e Corriere della Sera.

Il corso – online e della durata di un’ora – si basa sulle “5D” promulgate da Hollaback!, ossia: Distrarre, Delegare, Documentare, Dare sostegno e Dire. Gli strumenti sicuri e pratici per intervenire nell’ambito di una molestia e porre fine alla stessa sono, appunto, variegati. Si può, per esempio, distrarre il carnefice, facendo finta di essere un/una conoscente della donna, oppure, se non ce la si sente, si può delegare l’intromissione, parlando con un’altra persona ivi presente o rivolgendosi alle autorità. E, ancora, si può documentare la molestia ed esserne testimone, così come è possibile dare sostegno alla vittima e accertarsi che stia bene o affrontare in prima persona il catcaller.

Le azioni fattibili sono, perciò, numerose, ma solo se decideremo di agire insieme e nella medesima direzione sarà, infine, possibile non considerare come “normale” o “qualcosa di poco conto” il catcalling e le sue derive. E mettere fine, così, a ogni tipo di molestia.

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