BIPOC: che cosa significa? Se non lo sai dovresti leggere questo

In seguito all’uccisione di George Floyd nel maggio 2020, ha iniziato a diffondersi sempre di più un termine nuovo, BIPOC: un acronimo che intende riunire, in una sola espressione, le persone “nere”, “indigene” e “di colore”. Vediamone origini e criticità.

L’inclusività passa anche, e talvolta soprattutto, attraverso il linguaggio: uno degli strumenti più immediati e funzionali che abbiamo a disposizione per includere realmente tutte le fasce della popolazione nelle nostre discussioni è, infatti, l’utilizzo di termini appropriati e rispettosi delle identità specifiche di ciascun individuo.

Un processo in continua evoluzione e accrescimento, come dimostra l’introduzione sempre più progressiva e regolare di concetti nuovi e maggiormente inclusivi. Tra cui quello di BIPOC, utilizzato in maniera massiva da poco più di un anno a questa parte.

Vediamo quali sono la sua origine e i suoi utilizzi.

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BIPOC: che cosa significa?

Il termine BIPOC è un acronimo composto dalle parole “Black” (nero), “Indigenous” (indigeno) e “People of Color” (persone di colore). La sigla, già apparsa – in base alle ricerche del New York Times – in un tweet del 2013, ha conquistato un posto di rilievo nel linguaggio contemporaneo in seguito alla morte di George Floyd nel maggio 2020 e alle conseguenti proteste del movimento Black Lives Matter che hanno coinvolto tutto il mondo.

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In realtà, tuttavia, l’espressione “People of Color” – abbreviata in “POC” – non è nuova, bensì vede risalire la sua origine a qualche secolo fa, comparendo per la prima volta nel 1796 all’interno dell’Oxford English Dictionary. Le altre due lettere, come spiega la professoressa di comunicazione strategica presso la Missouri School of Journalism Cynthia Frisby,

sono state aggiunte in seguito per assicurarsi che [l’acronimo] fosse inclusivo. Penso che lo scopo principale fosse quello di includere voci che non erano state originariamente ascoltate e che si volevano includere nella narrazione – pelle più scura, nera e gruppi indigeni –, in modo tale che potessero assicurarsi che tutte le sfumature della pelle fossero rappresentate.

Di qui, la diffusione della sigla, divenuta di particolare rilievo in un clima di generale “risveglio” di consapevolezza e fermento sociale volto all’ottenimento di maggiori giustizia e rispetto.

Le origini e il dibattito linguistico

Non tutti, però, sembrano essere d’accordo con l’utilizzo di questo acronimo. Come accennato, secondo Google Trend – come si legge su Cbs News – il termine ha iniziato a circolare in modo più capillare nel maggio 2020, sulla scia delle uccisioni di George Floyd, Breonna Taylor e Ahmaud Arbery.

Ma la sua graduale introduzione nel linguaggio social, e non solo, ha fin da subito solleticato alcune critiche. Se per alcuni, tra cui i fondatori del The BIPOC Project, l’espressione

evidenzia la relazione unica con la bianchezza che hanno le persone indigene e di colore (afroamericane), che modella le esperienze e la relazione con la supremazia bianca di tutte le persone di colore all’interno di un contesto statunitense

per altri, al contrario, l’acronimo non terrebbe conto delle differenze di trattamento delle etnie inserite all’interno della sigla stessa.

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Come spiega, per esempio, la professoressa di Storia dell’arte alla McGill University Charmaine Nelson, sempre al New York Times,

la storia dei neri e quella degli indigeni in Canada richiede una distinzione tra loro e le altre persone di colore. In alcune parti del Canada, principalmente a est dell’Ontario, gli indigeni sono stati colonizzati ma non ridotti in schiavitù, a differenza degli africani, che sono stati sottoposti a schiavitù ovunque. Comprendiamo che sotto il colonialismo gli africani e gli indigeni hanno avuto esperienze molto diverse: fondere tutto in uno è cancellare, che è la natura stessa della pratica del genocidio.

Il termine BIPOC, dunque, accorpando in un’unica definizione passati e dolori differenti, “appiattirebbe” le esperienze di ciascun popolo nominato e ne “annullerebbe” le sostanziali difformità e sfumature. Come precisa Sylvia Obell, conduttrice del podcast targato Netflix Ok, Now Listen:

È pigro metterci tutti insieme, come se affrontassimo tutti gli stessi problemi. Quando ci unisci tutti insieme in questo modo, è la cancellazione. [Questo atteggiamento] consente alle persone di cavarsela senza conoscere le persone di colore e il nostro insieme separato di problemi che tutti noi affrontiamo. Permette alle persone di giocare sul sicuro e di non lasciare fuori nessuno, e ti permette anche di non dover fare il lavoro. Il punto è che vogliamo occupare spazio: prenditi il tempo di dire nero, latino e asiatico. Di’ i nostri nomi. Prenditi il tempo per imparare. Dimostrami che conosci la differenza.

A questo punto, ci si trova di fronte a un bivio: il termine BIPOC è un prodotto del colonialismo o è un serio tentativo di maggiore inclusività e rappresentazione?

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Perché utilizzare il termine Bipoc

Secondo la content creator Gabby Beckford, la società – americana, nello specifico – potrebbe essere “schematicamente” suddivisa in due grandi fazioni: da un lato, le persone bianche, dall’altro, quelle di colore.

Questa ripartizione, tuttavia, non è sufficiente per porre in evidenza tutte le molteplici nuance presenti tra un estremo e l’altro, come spiega bene Beckford in uno dei suoi video caricati sul suo canale YouTube.

Non penso che [l’acronimo] debba essere considerato come divisivo – riflette la youtuber. Se si sta parlando di persone “nere”, è meglio non utilizzare BIPOC. Se, invece, si sta parlando di un eccesso di polizia negli Stati Uniti, si può dire “persone di colore”. Se, infine, parli con persone di colore in generale, rispetto all’esperienza bianca, può sembrare pigro, ma penso che si dovrebbe utilizzare il termine BIPOC.

Ciò su cui quasi tutti sembrano concordare, quindi, è l’utilizzo dell’acronimo in relazione alla cosiddetta “esperienza bianca”: in questo contesto, infatti, l’introduzione di un’espressione in grado di inglobare, in se stessa, tutte le minoranze etniche diffuse in un determinato Paese sembra essere la decisione più appropriata per innalzare un fronte comune e solidificarne unità e collaborazione, nonostante le differenze.

Anche in tale ambito, però, non è possibile giungere a un accordo unanime, ma risulta necessario accettare le sensibilità e le esigenze delle persone coinvolte in prima persona. Il diritto di scegliere come essere chiamati deve riguardare tutti gli individui. Nonostante le differenze.

Articolo originale pubblicato il 27 Ottobre 2021

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