Perché dire “negro/a” è offensivo e “di colore” da colonialisti - Roba da Donne

Perché dire “negro/a” è offensivo e “di colore” da colonialisti

Proviamo a rispondere a queste due questioni senza avere la solita arroganza da persone bianche che spiegano le questioni razziali o come si dovrebbe sentire una persona nera. Proviamo a rispondere facendo prima una cosa fondamentale: ascoltare.

L’episodio della morte di George Floyd e le conseguenti proteste che hanno causato disordini e scontri accesi in molti Stati USA e manifestazioni in tutto il mondo, hanno messo i riflettori, finalmente, sulla questione razziale e non accennano a voler lasciare che le cose tornino come prima.

Oltre ai vari hashtag diffusi sui social per mostrare la propria vicinanza alla causa dei manifestanti americani, da Black Lives Matter fino al Blackout Tuesday, sono arrivate prese di posizione nette anche dal mondo dei media; l’esempio più eclatante la decisione di HBO di rimuovere dai propri contenuti Via col vento, il grande classico del 1939, “colpevole” proprio di passare un’immagine razzista.

Una scelta che è stata oggetto di approvazione ma anche di molte critiche, e che ha dato il la a una serie di battute, facilmente leggibili su ogni social, dal tono “Allora adesso toglieranno anche il Negroni” o “Anche l’Omino bianco è razzista”.

Peccato che la questione sia seria e la questione della responsabilità, anche a posteriori, di una narrazione o del linguaggio stesso va trattata come tale.
Concentriamoci sulla questione linguistica che esiste, ed è importante, perché alcuni dei termini con cui molti di noi si riferiscono, ad esempio, agli afroamericani, sono razzisti.
Magari un vocabolo in sé non nasce come razzista, ma la lingua è il risultato di un sistema culturale e delle accezioni che le parole assumono nell’uso quotidiano. Se parliamo di “negro” o della perifrasi “persona di colore”  è chiaro che, in due modi diversi, entrambi ostentano una presunta supremazia bianca, a scapito della popolazione nera.

Perché dire “negro” è offensivo

Lo spiega molto bene questo post della pagina Instagram del webzine Afroitaliannsouls.

Usando la parola “negro”, non si fa riferimento solo a una caratteristica del corpo – il colore della pelle – ma si veicola un messaggio complessivo di inferiorità, fisica, morale e intellettuale, che fa riferimento a un periodo di odio, oppressione e sottomissione. Leggiamo dall’Accademia della Crusca:

Negro, fra i tre, era certamente quello più storicamente attestato, più semanticamente pregnante. Tradizionalmente, identificava una presunta «razza» (la «razza negra», o «i negri», appunto) a cui nei secoli erano state attribuite precise e specifiche caratteristiche, sia fisico-somatiche sia morali (ancora negli anni Cinquanta – anni in cui cominciò a vacillare lo stesso concetto di «razza» – era possibile leggere sullo Zanichelli che «i negri» erano ‘popoli d’Africa di colore scuro… Con cranio stretto e alto, prognatismo… Collo grosso, pelle grossolana, statura piuttosto alta, vivaci, facile da imitare…»). Veicolava giudizi di inferiorità. Ed evocava secoli di «razzismo», e di crimini commessi in suo nome. Tuttavia, poteva essere utilizzato – soprattutto, in funzione aggettivale – senza provocare scandalo, o senza essere ritenuto necessariamente offensivo.

cfr. F. Faloppa, Parole contro. La rappresentazione del diverso in italiano e nei dialetti, Milano, 2004, pp. 99 sgg.

A riprova di ciò, possiamo citare ad esempio il termine negriero, che indicava colui che si occupava della tratta degli schiavi, ma anche un’espressione colorita usata ancora oggi spesso: “Lavorare come un negro”, intendendo con ciò proprio l’idea di lavorare come uno schiavo, di avere una mole di lavoro enorme o di essere sfruttati.

Solo negli anni ’70, con le lotte degli afroamericani contro le discriminazioni sociali, si è cominciata a dare alla parola “negro” l’accezione negativa che effettivamente ha, e il concetto del politically correct tipico degli anni ’90 ne ha finalmente tolto ogni connotazione neutra, considerandola per ciò che è: discriminante.

Ma allora perché le persone nere si possono chiamare fra loro “negri”?

Afroitalian Souls lo spiega molto bene: può essere paragonato al caso di due persone della comunità LGBT, o a due amiche/i, che, in maniera ironica, si chiamano “froc**” o “zocc***a” tra di loro. Il grado di confidenza, o la condivisione di una determinata esperienza o caratteristica (come il nascere neri, appunto, o l’essere gay, lesbica o trans) fanno la differenza, e concedono il “permesso” di usare termini che, invece, gli sconosciuti non dovrebbero riservare alle persone. In sostanza, così come non date del “froc**” a uno sconosciuto che incontrate, non siete legittimati a chiamare nessuno “negro”.

Perché dire “le persone di colore” è da colonialisti

Torniamo al discorso di Via col vento: dobbiamo pensare sia al contesto in cui è stato girato il film, sia al romanzo che lo precede e da cui è tratto: parliamo di un’epoca di colonialismo, dove gli afroamericani, se non erano schiavi, erano i cosiddetti House Negro, ossia i “negri di casa”, domestici, governanti e camerieri che avevano senz’altro più privilegi rispetto a chi era ridotto in schiavitù, ma restava in una zona intermedia, subordinato ai bianchi ma osteggiato anche dagli altri neri proprio in virtù dei suoi vantaggi.

Il mondo del cinema ci offre due House Negro storici: proprio la Mami di Via col vento (Hattie McDaniel, che la impersonava, peraltro fu la prima attrice nera a vincere un Oscar), che nella sua connotazione, fisica e caratteriale (il foulard in testa, la parlata fortemente africanizzata) ha finito con l’incarnare una tipologia precisa di donna nera, quella amorevole, che si occupa della casa, che si prende cura degli altri, ma anche lo Stephen di Samuel L. Jackson in Django Unchained di Tarantino, che maltratta i Field Negro, ovvero i lavoratori impegnati nella raccolta del cotone.

Via col vento è un film razzista o fornisce il quadro preciso di un’epoca storica, che non è solo quella della Guerra di Secessione, dove è ambientato, ma anche quella in cui è stato girato (gli anni ’30) in cui l’aria che si respirava era ancora quella di una separazione netta tra bianchi e neri, o meglio tra bianchi e persone “di colore”, dove con questa espressione si teneva a sottolinearne comunque la diversità, che le rendeva automaticamente inferiori e sottomesse?

Ma soprattutto, ha senso oggi celebrare o continuare a guardare Via col vento? Il punto di vista espresso da Antonella Bundu, fiorentina con origini della Sierra Leone, candidata sindaca alle amministrative di Firenze del 2019, in questo post, è un ottimo modo di provare a rispondere alle due domande che ci siamo appena posti senza avere la solita arroganza di persone bianche che spiegano le questioni razziali o come si dovrebbe sentire una persona nera:

Perché dire “di colore” non è neutro? Perché, spiega ancora la Crusca, mette

l’accento proprio sulla caratteristica (il colore della pelle) che si vorrebbe non evidenziare e non discriminare.

Implica cioè che ci sia un “non-colore ufficiale” “il bianco” e un’eccezione, una sorta di “anomalia”: la “persona di colore”, quella nera.

Il perché dello sbaglio di fondo, molto ironicamente, è riassunto anche in una poesia che negli ultimi anni circola sul Web:

Io, uomo nero, quando sono nato ero Nero
Tu, uomo bianco, quando sei nato, eri Rosa
Io, ora che sono cresciuto, sono sempre Nero
Tu, ora che sei cresciuto sei Bianco
Io, quando prendo il sole sono Nero
Tu, quando prendi il sole sei Rosso
Io, quando ho freddo sono Nero
Tu, quando hai freddo sei Blu
Io, quando sarò morto sarò Nero
Tu quando sarai morto sarai Grigio
E tu mi chiami uomo di colore.

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