“Non obbligatemi a scegliere se essere veneta o senegalese. Ho subito discriminazioni da entrambe le parti e non ha senso.”

Le parole di Ndeye Fatou Faye riassumo in maniera sintetica eppure efficacissima la condizione dei ragazzi e delle ragazze afroitaliani: originari dell’Africa, neri, mulatti, italiani, tutto eppure niente.

Ancora soggetti a discriminazione e stereotipi, guardati con sospetto, invisibili, diversi.

Chi sono gli afroitaliani?

La Treccani definisce “afroitaliani”, nella sezione “neologismi”,

che, chi ha origini africane e italiane; relativo all’Africa e all’Italia.

Il termine è stato creato come calco del più diffuso afroamericano e viene usato per indicare da alcuni immigrati dall’Africa – prevalentemente quella sub-sahariana – per indicare se stessi ma, soprattutto, è l’aggettivo utilizzato per definire i loro discendenti, nati o cresciuti in Italia ma con origini africane.

Essere afroitaliani oggi

Fino a poco tempo fa, il termine era poco diffuso e anche oggi fatica ad affermarsi come l’omologo statunitense. Questo è già di per sé un indicatore di quanto gli afroitaliani in Italia oggi fatichino a trovare riconoscimento della propria identità, spazi in cui affermarsi e, soprattutto, la visibilità e la possibilità di poter far sentire la propria voce.

Pensateci: quante volte vi è capitato di vedere in film e serie tv di produzione italiana, per non parlare delle patriottiche fiction, un personaggio dalla pelle nera, o di leggere un libro con protagonista una persona di colore (e quando è stata l’ultima volta che avete letto un libro scritto da una persona di colore?).

Gli afroitaliani frequentano le scuole banco a banco con i figli degli “italiani doc”, giocano, crescono, studiano, lavorano, pagano le tasse, eppure nell’immagine che il Paese da di sé stesso non esistono. La sottorappresentazione (o, per meglio dire, la mancata rappresentazione) li condanna a un’invisibilità che altro non fa che rafforzare discriminazione e stigma, alimentando una visione stereotipata delle persone nere che affonda le radici in decenni di xenofobia e razzismo.

Non solo: a parlare degli afroitaliani e, soprattutto, per gli afroitaliani, sono spesso solo le persone bianche, che invece di concedere loro la propria visibilità e i propri spazi li occupano, capitalizzando l’attenzione e indirizzando il discorso pubblico secondo la propria – inevitabilmente parziale e insufficiente – visione.

White fragility, perché per le persone bianche è così difficile parlare di razzismo

Per questo, l’Associazione Afroitaliani/e ha stilato delle linee guida – mutuate da quelle stilate da Paul Kivel di Beyond Whiteness – per essere dei buoni alleati e supportare le persone nere senza rubare il loro spazio o la loro voce, e senza imporre la concezione “bianca” di cosa possa essere giusto o migliore per loro.

“Rispettateci”
“Ascoltateci”
“Informatevi su di noi”
“Non giungete a conclusioni affrettate”
“Non vi imponete”
“State al nostro fianco”
“Fornite informazioni”
“Non date per scontato di sapere ciò che è meglio per noi”
“Risorse”
“Soldi”
“Rischiate pure”
“Commettete errori”
“Non prendetela sul personale”
“Onestà”
“Comprensione”
“Parlate con altre persone bianche”
“Parlate ai vostri figli di razzismo”
“Interrompete barzellette e commenti razzisti”
“Fate sentire la vostra indignazione”
“Non esortateci a prendere posizione per la nostra gente”
“Metteteci la vostra faccia”
“Impegnatevi ogni giorno”

Sei inclusivo o stai facendo tokenism?

La mancanza di visibilità, però, non è che una delle difficoltà che incontrano gli afroitaliani oggi: una legge sulla cittadinanza retrograda e superata non li considera italiani fino al compimento dei 18 anni, nemmeno se nati e cresciuti fianco a fianco di quelli considerati italianissimi concittadini.

Nonostante si parli da anni di introduzione dello ius soli, a livello politico il tema è strumentalizzato dalle frange progressiste senza una vera volontà di azione, mentre la destra ne fa un baluardo di difesa dell’italianità contro le orde di donne nere incinte che verrebbero a partorire sui patri lidi approfittando della nostra benevolenza. Da questa narrazione rimane fuori il fatto che, come come ricorda Michel su Black Post Italia, il primo giornale online redatto esclusivamente da ragazzi/e immigrati

La cittadinanza non è solo concessione di diritti ma riconoscimento identitario: il senso di appartenenza è essenziale al benessere di ogni persona.

Questo non fa che alimentare l’idea che, in fondo, gli afroitaliani italiani non lo siano per davvero e rafforza tutti quegli stereotipi che ancora è difficile sradicare.

Gli stereotipi sugli afroitaliani

Il primo, più grande stereotipo che gli afroitaliani devono subire costantemente lo abbiamo già visto: non essere davvero italiani senza, al contempo, essere davvero africani. Se, infatti, per i razzisti di casa nostra il colore della loro pelle è sufficiente per non considerarli cittadini a tutti gli effetti e continuare a ritenerli diversi, il fatto che siano cresciuti lontano dall’Africa e che abbiano altre altre tradizioni e stili di vita non li fa essere veramente africani.

Come dice Marie Moïse, nel brano Abbiamo pianto un fiume di risate

Io sono nata bianca da chi ha fallito nell’esserlo. Sono nata e sono stata cresciuta nell’implicito dovere di cancellare il marchio, di nascondere l’indicibile da cui avevo origine, per spezzare così la catena del fallimento. Sono cresciuta nell’angoscia di dover mascherare un’infamia originaria. Non ho imparato la lingua di mio padre, non ho mai visto la sua terra, non conosco la storia della mia famiglia: ero bianca. Ma la normalità è stata la mia angoscia.

Tutto questo in un paese che deve fare i conti con un razzismo sistemico e una xenofobia sempre meno celati, in cui ancora si rivendica la libertà di utilizzare la N-word o di esibirsi in tv sfoggiando la blackface e lamentandosi delle critiche perché “con la dittatura del politicamente corretto non si può più dire niente” e ignorando cosa tutto questo rappresenti per migliaia di italiani neri – non dimentichiamoci che nel nostro Paese ci sono più di un milione di immigrati africani, di cui oltre 500.000 provenienti dall’Africa.

Perché dire “negro/a” è offensivo e “di colore” da colonialisti

Agli afroitaliani può succedere di ritrovarsi letteralmente sbattute in faccia le porte di appartamenti in affitto, disponibili per gli altri ma non per loro, di sentirsi dire con stupore “come parli bene l’italiano”, di sopportare la curiosità e lo stigma di chi guarda con sospetto alle coppie miste se frequentano partner con un diverso colore della pelle. Se poi si tratta di donne, la situazione è ancora più complicata.

11 storie di donne afroitaliane

Spesso molte di noi soffrono il “peso” di essere rappresentate con categorie stereotipate già preconfezionate.
Dopo anni di “siamo tutti uguali” (nei quali l’unica veramente “uguale” a me era la gatta nera) siamo di fronte ad una realtà nella quale per chi ci guarda non siamo mai “Ilaria” o una semplice ragazza, ma una ne*ra, una naufraga, una adottata, una badante, una prostituta, una ruba mariti, o semplicemente una fortunata di essere in Italia.

Essere afroitaliana, e donna, significa vivere una doppia discriminazione. Quanto lo sia è drammaticamente evidente nelle parole di Ilaria, una redattrice di Afroitaliansouls, una piattaforma digitale fondata da Bellamy Ogak – che è anche autrice, insieme a Irene Facheris, del podcast Equalitalk Razzismo Made In Italy – e dedicata agli italiani afrodiscendenti per

prendere in mano la narrativa che vede protagonisti gli italiani di origine africana per contrastare la disinformazione e la strumentalizzazione mainstream che da decenni influenzano negativamente la percezione che la nostra società ha delle persone nere.

"Siamo italiane e basta: non avevamo notato di essere 4 nere"

Un obiettivo, questo, che ha mosso anche la scrittrice Igiaba Scego nella sua antologia di undici donne italiane di origine africana Future. Il domani raccontato dalle voci di oggi, che ha definito

un J’accuse moderno, inteso come denuncia della costante esclusione degli afrodiscendenti non solo dal mondo letterario, ma anche dalla nazione italiana stessa.

Leila El Houssi, Lucia Ghebreghiorges, Alesa Herero, Esperance H. Ripanti, Djarah Kan, Ndack Mbaye, Marie Moïse, Leaticia Ouedraogo, Angelica Pesarini, Addes Tesfamariam e Wii sono le 11 autrici che hanno subito sulla loro pelle la discriminazione di un paese che chiamano “casa” nonostante in alcuni casi non abbia nemmeno concesso loro la cittadinanza.

Nonostante storie diverse, passati e percorsi diversi, le accomuna la voglia di recuperare la propria narrazione, di parlare in prima persona e provare a immaginare un futuro diverso, e migliore.

Future. Il domani narrato dalle voci di oggi

Future. Il domani narrato dalle voci di oggi

Undici autrici afroitaliane raccontano di futuro, generazioni e radici. Un’antologia alla ricerca di una nuova lingua, di nuove idee, di prospettive forti, differenti e inesplorate. Un’antologia che parte da dove viviamo, l’Italia, e guarda altrove, con straordinaria forza ed emozione. Un libro che vuole marcare un passo verso il domani, narrandolo, inventandolo, osservando il presente e il passato.
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Articolo originale pubblicato il 3 Settembre 2021

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