Da qualche tempo a questa parte si sente sempre più spesso qualcuno affermare “Ma non si può più dire niente!”. Tutta “colpa” del politically correct, che, a detta di molti, ha finito con il limitare la libertà d’espressione.

Ma siamo proprio sicuri che il politicamente corretto rappresenti un limite al diritto, sacrosanto, di ciascuno di noi di avere un’opinione, o piuttosto che non tutto ciò che si afferma può rientrare nel rango delle “opinioni”? Cerchiamo di fare chiarezza.

Politically correct: significato e origini dell’espressione

In inglese si usa anche l’espressione political correctness per indicare un atteggiamento sociale improntato alla massima attenzione al rispetto generale, in particolare nell’evitare parole o frasi che possano essere ritenute offensive da specifiche categorie di persone.

In sostanza, si tratta quindi di evitare ogni espressione che sia “macchiata” da pregiudizio razziale, etnico, religioso, oppure relativo a genere, età, orientamento sessuale, disabilità fisiche o psichiche della persona.

Politically correct, come espressione, ha cominciato a diffondersi soprattutto negli ambienti intellettuali statunitensi di ispirazione comunista negli anni ’30, secondo alcuni, mentre altri, come la giornalista Nesrine Malik nel libro We need new stories, ritengono sia soprattutto negli anni ’80 che il concetto ha trovato la massima forza espressiva, in un contesto in cui vari think tank di destra lo descrissero come “un pericolo per la libertà di espressione” (non ci dobbiamo dimenticare che quello è il periodo di massimo inasprimento della Guerra Fredda).

In generale, comunque, volendo tracciare una parabola del politically correct, si potrebbe in effetti partire dagli anni ’30 per poi arrivare ai moti sessantottini, con atti rivoluzionari come il Civil Rights Act del 1964, in cui a farla propria furono soprattutto gli orientamenti liberali e radicali, per arrivare poi, negli Eighties, a quella forma di opinione basata sul riconoscimento dei diritti delle culture tesa a sradicare determinate abitudini linguistiche giudicate offensive nei confronti di qualsiasi minoranza.

Il politically correct nella storia

Negli Stati Uniti c’è una storia corposa di pulizia della lingua; basti pensare che nel XIX secolo alcune canzoni dichiaratamente razziste usavano il termine nigger, mentre nel 1925 divenne popolare un genere di musica chiamato hillbilly, letteralmente “capra di montagna”, con cui si voleva puntare il dito sulle abitudini poco raffinate dei montanari.

Solo nel 1949 la rivista Billboard, anche in segno di rispetto per le migliaia di hillbillies che si erano sacrificati nel corso della Seconda Guerra Mondiale, mutò il nome in country and western.  Solo un anno prima la race music, ovvero la musica degli afroamericani, era diventata rhythm and blues.

Un esempio lampante e storico dell’applicazione del politically correct riguarda appunto il Civil Rights Acts poc’anzi citato, che nel 1964 dichiarò illegali, negli Stati Uniti, le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale (public accommodations).

Dopo la sua approvazione, le università nel tempo, adattandosi al cambiamento in atto, iniziarono ad ampliare il proprio raggio di azione ad ambiti fino ad allora mai esplorati, come gli studi di genere, gli studi post-coloniali, oltre che a rivolgere una maggiore attenzione agli afroamericani, attuata, ad esempio, attraverso codici di regolamentazione per garantire la tutela dei gruppi marginalizzati, all’interno di campus fattisi via via più eterogenei.

Su un altro versante, quello dei movimenti femministi degli anni ’60, poi ripreso anche dalla comunità LGBTQ+, emerge il concetto di safe space, lo spazio sicuro in cui una persona può muoversi senza incorrere in discriminazione o comportamenti molesti.

Secondo quanto ricostruito dal linguista, docente all’Università di Reading, Federico Falloppa nel suo libro PC or not PC? Some reflections upon Political correctness and its influence on the Italian language, l’anno di svolta per il politically correct è il 1990: proprio in quest’anno, spiega, l’espressione, fino a quel momento usata in modo scherzoso dai gruppi politici di sinistra, viene ad assumere quella connotazione negativa con cui invece viene tuttora utilizzata.

Lo spartiacque, in quel periodo, secondo Falloppa, è rappresentato da questo articolo di Richard Bernstein, pubblicato sul New York Times, che fornisce persino una “caratterizzazione” della persona politicamente corretta.

Il gruppo di idee politicamente corrette include un potente ambientalismo e, nella politica estera, il sostegno all’autodeterminazione palestinese e la simpatia per i rivoluzionari del terzo mondo, in particolare quelli dell’America centrale. I sacchetti della spazzatura biodegradabili ottengono il sigillo di qualità del PC [politically correct, ndr.].

Ma – aggiunge   – più che una sincera espressione di convinzione, ‘politicamente corretto’ è diventato una battuta sarcastica usata da quanti, tanto tra i conservatori che fra i liberali classici, vogliono descrivere quella che vedono come una crescente intolleranza, una chiusura del dibattito, una pressione a conformarsi a un radicale programma o rischiano di essere accusati di un trio comunemente ripetuto di crimini mentali: sessismo, razzismo e omofobia.

Centrale, nella cultura del politically correct, secondo Bernstein, è

la visione secondo cui la civiltà Occidentale sia stata dominata per secoli da quella che di solito è chiamata ‘la struttura di potere del maschio bianco’ o ‘egemonia patriarcale’. Una credenza collegata è che chiunque tranne il maschio bianco eterosessuale abbia sofferto una qualche forma di repressione, e abbia visto marginalizzata la propria cultura di appartenenza o si sia vista sbarrata la possibilità di celebrare quella che comunemente è chiamata ‘alterità’.

Da questa prospettiva hanno preso via via corpo le varie critiche al politically correct, che spesso viene oggi usato come sinonimo con altri termini come radical chic, o virtue signalling, oppure, soprattutto nel linguaggio anglosassone, social justice warrior, ovvero i “guerrieri della giustizia sociale” o woke, termine in voga nel gergo afroamericano – stay woke – che indica lo stare vigile su questo genere di temi, e che, proprio per il fatto di essere presa dallo slang afro, può a tutti gli effetti essere considerata appropriazione culturale.

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Il politically correct oggi

Ma allora oggi come ci si deve comportare rispetto al politically correct? Ha ragione chi dice che non si può più dire niente, oppure esiste un confine ben preciso tra ciò che è lecito considerare come opinione, e pertanto insindacabile, e ciò che invece è effettivamente politically incorrect, quindi politicamente scorretto?

Prendiamo l’esempio del nostro Paese: in Italia non si è mai arrivati a una obbligatorietà regolamentare del politically correct, ma certamente si è avuta una mutata sensibilità linguistica che ha contribuito a cambiare anche il comportamento linguistico, evitando forme offensive o sgradevoli, oppure revisionando alcune denominazioni. Nel tempo si sono avute, ad esempio, le modifiche in campo sanitario, da paziente ad assistito, oppure quelle relative alla disabilità: non vedente piuttosto che cieco, non udente per sordo, portatore di handicap e, in generale, persona con disabilità anziché disabile. 

Questi cambiamenti, tuttavia, non sempre sono stati ben interpretati dalla categoria di riferimento, che spesso li vede solo come ipocriti artifici linguistici e, soprattutto, nati sotto la formula dello “splaining”, ovvero dell’abitudine di parlare di un tema senza interpellare i diretti interessati, anzi addirittura volendogli imporre il proprio punto di vista (ne abbiamo un esempio calzante con l’ablesplaining).

Diverso è il caso dell’espressione negro fortunatamente sostituita da quella di “nero”, per espressa spiegazione della comunità nera: il primo termine rimanda infatti ai tempi coloniali e all’epoca dello schiavismo, benché qualcuno tenti ancora di giustificarne l’uso con l’esistenza della razza negroide, termine che ormai anche gli scienziati considerano in disuso.

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Politically correct: dov’è il limite?

Difficile stabilirlo, ma non così tanto come qualcuno vorrebbe far credere. È chiaro che sulla scorta anche di alcuni recenti avvenimenti c’è chi abbia tentato di “calcare la mano” del politicamente corretto, con uscite di dubbio gusto e utilità; ne abbiamo visto un esempio quando, nel pieno delle violente proteste del Black Lives Matter c’è chi ha proposto di cambiare la regola degli scacchi che consente il vantaggio al bianco alla prima mossa, tacciandola di razzismo, ma anche volendo citare esempi meno bizzarri, c’è in effetti chi ha fatto un massiccio ricorso alla cancel culture, affrettandosi a far sparire dai propri cataloghi titoli di film che rimandassero al razzismo – come ha fatto la HBO con Via col vento – e, in generale, tutto ciò che fosse attinente alla blackface.

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In realtà il discorso del politically correct tende più a sottolineare i mutamenti linguistici, richiedendo quel piccolo sforzo per adeguarvisi, dato che, come sappiamo, con il progresso, una maggiore alfabetizzazione e un cambiamento nel livello culturale generale, anche il modo di esprimersi e il dizionario di una lingua può cambiare, anzi lo fa.

A questo proposito, può rappresentare una perfetta spiegazione questo post della linguista Vera Gheno, che da sempre sostiene l’importanza di usare il femminile nei nomi di professioni, ad esempio, laddove a occupare l’incarico sia appunto una donna: ministra, architetta, magistrata eccetera.

Espressioni che a qualcuno fanno storcere il naso, con la scusa che “si sono sempre chiamati così”, cioè architetto, ministro e via dicendo.

[Un commento recente che ho letto: "Io non uso i femminili professionali, se non quelli che esistono tradizionalmente in...

Pubblicato da Vera Gheno su Sabato 7 novembre 2020
Vogliamo appellarci alla storia della lingua? Allora studiamola – dice Gheno – Sin dal latino, passando attraverso i secoli fino all’italiano, è documentata la presenza di nomi ‘di agente’ al femminile. Alcuni esempi? Ministra e gubernatrix in latino classico, tinctrix nel latino tardo, giudicessa nel Medioevo, architettrice nel ‘600, sindaca spontaneamente dagli anni Settanta, là dove c’erano sindache, ecc.
Che cosa ci dice la storia? Che i nomina agentis al femminile sono stati impiegati nel corso dei secoli quando la persona a cui ci si doveva riferire era di sesso femminile. Nessuna rivendicazione, nessuna questione politica: è il funzionamento della nostra lingua (e del latino prima di essa).
Nessuno ha problemi a parlare di maestra, sarta, cassiera, regina, imperatrice o papessa (quella dei tarocchi), femminili a cui abbiamo fatto l’orecchio, mentre le difficoltà sono per avvocata, minatrice o ingegnera, ruoli lavorativi nei quali fino a tempi recenti non si è usata la parola al femminile per… Oggettiva mancanza di donne in quell’ambito. Ma anche in passato, mi ripeto, i femminili sono emersi ‘alla bisogna’, quando compartiva una donna in una certa posizione lavorativa o in un certo ruolo.
Quindi, dopo questa panoramica storica, cosa mi sento di concludere? Che dal punto di vista storico, il costume linguisticamente più consono alla nostra ‘tradizione linguistica’ sarebbe quello di usare i femminili. E la resistenza a farlo, secondo me, dipende soprattutto dall’abitudine a sentire o meno una certa parola. Ma siccome passare per abitudinari è brutto, ci inventiamo le peggio castronerie: ‘suona male’, ‘il ruolo è neutro’, ‘i problemi sono ben altri’ eccetera.
Linguaggio di genere: perché è importante dire architetta e ostetrico

Articolo originale pubblicato il 19 Novembre 2020

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