Gli orrori della terapia di conversione: ancora si praticano, pochi ne parlano

Costituite da tecniche aberranti e disumane, capaci di provocare danni ingenti, profondi e duraturi nel tempo, le terapie di conversione mirano a “curare” l’omosessualità, nonostante la fallacia ontologica di cui si fanno portatrici - ossia l'idea che un certo tipo di orientamento sessuale possa essere considerato alla stregua di una malattia. Parliamone.

Sebbene l’omosessualità egodistonica (ossia quella accompagnata da una mancata accettazione del proprio orientamento) sia stata eliminata dal Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali nel 1987 e sia stata depennata definitivamente dall’elenco delle malattie mentali anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 17 maggio 1990, vi sono ancora persone che, in tutto il mondo, reputano l’omosessualità un aspetto della personalità degno di “cure”.

Sulla base di questa convinzione, quindi, non è raro imbattersi in siti, associazioni o cliniche che promettono di mutare l’orientamento sessuale dell’individuo interessato e di ricondurlo, così, entro i binari castranti (e imposti) dell’eterosessualità.

Tali metodi hanno un nome preciso: si tratta delle cosiddette terapie di conversione, espedienti mediante i quali medici, psicologi, terapeuti, assistenti sociali, educatori e altre figure affini attuano una vera e propria violenza verso persone appartenenti alla comunità LGBTQI+, al fine di modificarne sentimenti e percezione di sé.

Vediamo nel dettaglio quali sono le loro caratteristiche.

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Terapia di conversione: che cos’è?

Le “terapie di conversione” (spesso definite anche “terapie riparative”) sono trattamenti pseudoscientifici cui psicoterapisti, medici e associazioni religiose fanno tuttora ricorso per “curare”, come accennato, uno stato considerato anomalo e deviante: l’omosessualità, il lesbismo, la bisessualità.

I metodi possono spaziare da tecniche psicologiche – come ipnosi, manipolazione mentale e visualizzazioni specifiche – a pratiche comportamentali anche estreme – tra cui elettroshock, farmaci e, in passato, lobotomie –, e sono adottati con l’auspicio di riuscire a re-indirizzare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona verso ciò che, socialmente e culturalmente, è considerato la “norma” (quindi cisnormatività ed eteronormatività).

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Nella maggior parte dei casi, i soggetti che si prestano alle “cure” sono adolescenti desiderosi di affrancarsi dallo stigma correlato all’omosessualità o minorenni indotti dall’ambiente familiare o religioso a mutare, in maniera del tutto coercitiva, la propria natura.

Nonostante siano condannate in tutto il mondo e la comunità scientifica – quindi associazioni mediche e di salute mentale – ne abbiano dimostrato l’inefficacia e la dannosità attraverso evidenze empiriche e assenza di basi fattuali, sono, tuttavia, molteplici le realtà che ne promuovono e teorizzano la presunta validità, e ancora troppi i Paesi – tra cui l’Italia – che non ne vietano l’attuazione.

Per tale motivo, nel 2016 il presidente onorario di Arcigay Sergio Lo Giudice ha presentato, insieme ad altri 17 senatori, il disegno di legge intitolato “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori”, depositato in Senato ma mai discusso né in Commissione né in aula.

Obiettivo della legge era, appunto, quello di arrestare il fenomeno delle “terapie”, intendendo

per “conversione dell’orientamento sessuale” ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di modificare i comportamenti, o le espressioni di genere, ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi.

La storia della terapia di conversione

LGBTQ
Fonte: Pexels

In un tempo non molto lontano, la considerazione dell’omosessualità alla stregua di una malattia era consuetudine. Il primo tentativo di patologizzare tale orientamento sessuale risale alla fine dell’Ottocento, quando il sessuologo Richard von Krafft-Ebing lo introdusse nella lista delle 200 pratiche sessuali “deviate” contenuta nella sua opera omnia, Psychopathia Sexualis.

Non tutti, però, si dichiararono d’accordo. A opporsi alla convinzione che l’omosessualità potesse essere soggetta a eventuali modifiche e, soprattutto, essere giudicata al pari di una malattia vi fu il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, il quale, come si legge su Linkiesta, dichiarò nel 1920 che:

L’impresa di trasformare un omosessuale in un eterosessuale non offre prospettive di successo molto migliori dell’impresa opposta.

Nonostante la sua “sentenza”, nel corso del Novecento iniziarono a diffondersi pratiche volte alla “cura” dell’omosessualità: dall’isterectomia alla castrazione chimica, dalla lobotomia alla somministrazione di ormoni, fino all’elettroshock, al ricorso di emetici e a terapie di gruppo.

L’acme fu raggiunta, però, nel lasso di tempo intercorso dalla morte di Freud, nel 1939, ai moti di Stonewall del 1969. In questo periodo, infatti, psichiatri come Lionel Ovesey, Charles Socarides, Abram Kardiner e Sándor Radó, rifiutando la teoria della bisessualità innata promossa da Freud e diffondendo l’idea che l’omosessualità fosse una psicopatologia derivante dai rapporti genitoriali, legittimarono, di fatto, trattamenti denigratori, violenti e aggressivi nei confronti degli omosessuali, dando libero sfogo alle aberranti terapie riparative in voga all’epoca.

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La furia incontrò un ostacolo solo con i moti di Stonewall, appunto, che originarono il movimento per i diritti delle persone LGBTQI+ e portarono, nel 1973, alla cancellazione, da parte dell’American Psychiatric Association, dell’omosessualità egosintonica dal Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali.

Gli orrori delle terapie della conversione

LGBT terapia di conversione
Fonte: BL Magazine

L’intervento della comunità scientifica, tuttavia, non fu sufficiente. Nel 1976, infatti, venne fondata l’organizzazione cristiana statunitense Exodus International, una delle più note associazioni “ex-gay”, finalizzata a offrire supporto a tutte quelle persone decise a modificare il proprio orientamento sessuale e a tornare sulla “retta via”.

La sua esistenza giunse al capolinea nel 2013, quando il presidente Alan Chambers dichiarò che la terapia di conversione fosse dannosa e non portasse ad alcun risultato. Chambers sciolse l’organizzazione e si scusò per i “traumi”, la “vergogna” e le “false speranze” alimentate nel corso dei decenni, confessando che essa fosse animata da intenti omofobi e non, al contrario, dalla volontà di aiutare gli stessi omosessuali.

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Ma quali sono i danni causati dalle terapie “riparative”? Come si legge sul sito del Trans Media Watch Italia, le tecniche, data la loro totale inefficacia (dal momento che non si rapportano con i sintomi di una malattia), rischiano non solo di acuire la stigmatizzazione dei soggetti che vi fanno ricorso, ma anche di provocare, in questi ultimi, gravi stati di depressione e ansia, spesso corroborati dal conservatorismo delle famiglie e/o delle comunità religiose che li circondano.

A questi si aggiungono, poi, i sentimenti di inadeguatezza, la sofferenza fisica e psicologica, i disturbi post-traumatici – come dimostra la storia riportata su BL Magazine –, ma anche vergogna, percezioni di inutilità, difficoltà sociali e interpersonali, alienazione, solitudine e, nei casi peggiori, un aumento degli istinti suicidi e molteplici tentativi riusciti.

Come riporta sempre il ddl di Lo Giudice:

Altri effetti degli interventi di conversione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere sono, inoltre, il calo dell’autostima, nonché l’aumento della cosiddetta “omofobia interiorizzata”, legati al percepire il proprio orientamento sessuale come sbagliato e denigrato dal terapeuta, ad esempio, per mezzo di informazioni fuorvianti sulle persone LGBTI, le loro vite e le loro relazioni, nonché una distorsione della percezione della propria vita, dovuta alla tendenza acquisita a ricondurre al proprio orientamento sessuale tutti gli aspetti negativi della propria esistenza.

Non è difficile da credere, dato che oltre a psicoterapia, abusi verbali, ipnosi e percosse, le “terapie” intendono sopprimere l’omosessualità ricorrendo anche a privazione di cibo, esorcismo, terapie di gruppo, elettroshock su mani e genitali, abusi sessuali, somministrazione di farmaci (ansiolitici, antidepressivi, droghe psicoattive, iniezioni ormonali), condizionamenti del comportamento, umiliazioni, isolamento e nudità.

Insomma: un campionario di mortificazioni, violenze e usurpazioni dai contorni vergognosi e aberranti che, nel 2021, ci si chiede come possano ancora sopravvivere, e che provocano dolore solo a leggerle. Soprattutto se a praticarle vi sono gli ospedali stessi, psicologi, leader religiosi, consulenti clinici, psicoterapeuti, counsellor, assistenti sociali, pedagogisti e figure professionali di rilievo. E di cui bisognerebbe potersi fidare.

Terapia di conversione: dove è ancora praticata?

Sebbene i trattamenti coercitivi sopracitati siano emblema di violenza, fisica e psicologica, e non apportino alcuna miglioria all’esistenza degli omosessuali, se non notevoli disagi e ulteriori stigmatizzazioni, sono pochi i Paesi del mondo ad aver abbracciato una posizione netta contro la loro pratica.

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A oggi, infatti, solo Messico, Israele, Malta, Ecuador, Brasile, Taiwan e, dallo scorso anno, Germania hanno vietato espressamente, mediante l’approvazione di leggi ad hoc, i tentativi di cambiamento e conversione dell’orientamento sessuale. Il Regno Unito, invece, come riporta la BBC, lo farà – in base al discorso della Regina di inizio maggio – prossimamente.

Troppi sono, però, i Paesi che non hanno adottato alcuna misura al riguardo, o, peggio, vedono tuttora l’attuazione delle terapie di conversione al loro interno. Tra le tecniche tuttora in vigore e le nazioni che ancora ne consentono lo svolgimento, si segnalano, in base all’ultima ricerca dell’International Rehabilitation Council for Torture Victims:

  • Psicoterapia, EMDR e ipnosi, in: Armenia, Austria, Cambogia, Repubblica Dominicana, Salvador, Egitto, Germania, Ghana, India, Iran, Italia, Libano, Nuova Zelanda, Nigeria, Panama, Peru, Polonia, Russia, Sri Lanka, Svizzera, Tunisia, Turchia, Uganda, Regno Unito, USA;
  • Farmaci, in: Cina, Equador, Salvador, Francia, India, Iran, Panama, Russia, Sri Lanka, Turchia, Uganda, Emirati Arabi, USA, Vietnam;
  • Elettroshock e/o ECT, in: Iran, India;
  • Tecniche repulsive (derivanti dall’uso combinato di uno stimolo omoerotico e qualcosa che provoca dolore/nausea), in: Australia, China, Ecuador, Hong Kong, India, Iran, Panama, Russia, Sri Lanka, Uganda, United States of America, Vietnam, Zimbabwe;
  • Esorcismi (come picchiare la persona con un manico di scopa o bruciare i suoi palmi o la schiena mentre si recitano versi sacri), in: Cambogia, Etiopia, Francia, Germania, Indonesia, Malesia, Namibia, Nuova Zelanda, Nigeria, Russia, Corea del Sud, Spagna, Tagikistan, Trinidad e Tobago, Uganda, Regno Unito;
  • Isolamento o reclusione forzata e/o detenzione ospedaliera, in: China, Equador, Mauritius, Uganda, Nigeria;
  • Percosse o stupri, in: Barbados, Salvador, Ecuador, India, Kirghizistan, Libano, Mozambico, Nigeria, Peru, Sud Africa, Sri Lanka, Tagikistan, Uganda, Zimbabwe.

La lista è ancora lunghissima. Quando cambierà qualcosa?

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