Il prezzo di aver considerato fino al 1990 le sessualità non etero malattie mentali

Sono passati 30 anni da quando l’omosessualità è stata eliminata dall’elenco delle malattie mentali dall’OMS ma stigma, violenza e discriminazioni sono ancora troppo spesso una realtà quotidiana per la comunità LGBTQI+. I primi passi per uscirne? Formazione e lotta ai crimini d’odio e all’hate speech.

«876 casi, 1.116 vittime dal 2021 al 2020» (Cronache di Ordinaria Omofobia).

«662 vittime in in 6 anni:  21 omicidi, 34 suicidi, 6 tentati suicidi, 211 vittime di aggressioni isolate, 140 di aggressioni a coppie o gruppi, 250 fatti di violenza non fisica» (Associazione GeCo).

«187 aggressioni, una ogni due giorni, solo in Italia, solo nel 2019» (Arcigay).

Aggressioni, omicidi, molestie: non è un bollettino di guerra, ma i dati relativi alla violenza omobitransfobica in Italia. I numeri di report e associazioni sono diversi, incompleti, lacunosi – del resto non tutti gli episodi vengono denunciati, né fanno notizia sui quotidiani – ma drammaticamente concordi: la violenza contro le persone LGBTQI+ è endemica, nel nostro Paese come fuori.

Sono passati più di 30 anni da quando, il 17 maggio 1990 l’OMS ha eliminato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola – finalmente – «una variante naturale del comportamento umano». Per questo, ogni anno dal 2004 in questa data si celebra la la Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia, l’Interfobia e la Transfobia (o IDAHO), che per il 2021 ha scelto come tema “Together: Resisting, Supporting, Healing!”.

Le conseguenze di aver classificato le sessualità non etero per decenni come malattie mentali – oltre che, nella maggioranza dei Paesi, come veri e propri crimini – sono però ancora drammaticamente visibili. Le relazioni tra persone dello stesso sesso sono ancora illegali in oltre 70 Paesi, e non dimentichiamo che possono essere punite con la morte in una decina di essi. Ma questa non è che la punta dell’iceberg: secondo ILGA-Europe, a essere soggetta a leggi e regolamenti che limitano la libertà di espressione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere sarebbe circa il 70% della popolazione mondiale, mentre la comunità LGBTQI+ continua essere vittima di violenze, discriminazioni e repressione.

In questo contesto, non sorprendono quindi i risultati di un sondaggio effettuato dalla Europen Agency for Fundamental Right (FRA) su oltre 140.000 persone di 30 Paesi in Europa, secondo cui oltre la metà degli intervistati non rivela mai – o lo fa raramente – di essere LGBTQI+, evitando di tenersi per mano con il proprio partner in luoghi pubblici (lo fa il 61% degli intervistati) o di frequentare alcuni posti per la paura di essere assaliti, minacciati o molestati (33%, un dato che sale al 37% nella fascia d’età 15-17).

Una paura che non è purtroppo ingiustificata: più di un intervistato LGBTQI+ su 10 nell’UE è stato aggredito fisicamente o sessualmente nei cinque anni precedenti l’indagine, un dato che sale al 17% per le persone trans e al 22% per le persone intersessuali, che segnalano anche un numero di molestie più alto rispetto alla media (37%).

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È difficile trovare un dato ufficiale sul numero reale delle vittime della violenza omobitransfobica nel mondo e, come spesso accade, le statistiche non riescono a raccontare tutta la storia: non solo perché non tutti gli stati raccolgono questi dati – e se lo fanno spesso non lo fanno in modo uniforme – ma soprattutto perché non tutti gli episodi di violenza vengono denunciati. Secondo il sondaggio di FRA, solo uno su cinque è stato segnalato a qualsiasi organizzazione e ancora meno (il 14%) sono stati quelli denunciati alla polizia. I motivi? Principalmente il timore di reazioni omofobiche e/o transfobiche, soprattutto da parte della polizia.

La violenza nei confronti delle persone LGBTQI+, però, non si limita a quella fisica: quelle economiche, sul lavoro, nell’accesso alle cure e alle risorse statali sono solo alcune delle discriminazioni subite solo per il fatto di non essere “conformi”. Una situazione che è peggiorata nell’ultimo anno a causa della pandemia di Covid-19. Secondo Evelyne Paradis, Executive Director di ILGA-Europe:

Il nostro report annuale mostra che la pandemia COVID-19 ha evidenziato tutte le lacune in termini di realtà vissute delle persone LGBTI in Europa e in Asia centrale. Nei rapporti di paese dopo paese, vediamo un netto aumento degli abusi e dell’incitamento all’odio contro le persone LGBTQI+; molti dei quali sono diventati vulnerabili, senzatetto o sono stati costretti a tornare in situazioni familiari e comunitarie ostili. Le organizzazioni LGBTQI+ hanno dovuto orientare il loro lavoro verso la fornitura di beni di prima necessità come cibo e alloggio poiché molti governi hanno lasciato le persone LGBTQI+ fuori dai loro pacchetti di soccorso; e c’è stata una rinascita di autorità e funzionari che usano le persone LGBTQI+ come capri espiatori, mentre i regimi autoritari hanno il potere di isolare e legiferare senza un giusto processo.

Ma anche fuori dall’Europa a pagare il peso maggiore degli effetti della pandemia sono state le comunità più deboli, tra cui quella LGBTQI+, come rileva Human Rights Watch:

alcune persone LGBT sono state escluse dalle misure di ripresa economica del governo. Mentre lottavano con le ricadute del Covid-19, le persone LGBT hanno anche combattuto con un assalto di omofobia e transfobia ordinaria, esercitato da governi, politici e membri comuni del pubblico.

Inoltre, aggiunge HRW, «il pregiudizio anti-LGBT era direttamente evidente nelle risposte al Covid-19 in tutte le regioni del mondo».

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Aver considerato per decenni l’omosessualità una malattia mentale però, ha avuto anche un’altra conseguenza diretta, non meno violenta, sebbene meno visibile: la nascita delle cosiddette terapie riparative, trattamenti e metodi che promettono di “curare” le persone affette da sessualità non conformi e riportarle alla propria perduta “normalità”.

Lungi da essere scomparse all’indomani del 17 maggio 1990, queste terapie continuano a essere esercitate – seppur sconfessate in toto dalla scienza ufficiale – anche oggi, al punto che nel maggio 2020 la Germania ha promulgato una legge che punisce fino a un anno di carcere per chi pratica le terapie di conversione e fino a 30mila euro di multa chi le pubblicizza in tutte le sue forme.

Anche in questo caso, non abbiamo un numero preciso di quante persone siano state sottoposte a queste terapie, che in Italia non sono invece vietate, neppure se esercitate sui minori, nonostante alcune proposte di legge mai discusse né nelle Commissioni né in aula. Troppo spesso, semplicemente, dell’esistenza di questo fenomeno non si parla, nonostante numerosi report, inchieste e testimonianze che aprono uno spiraglio su un incubo fatto di di coercizione, violenza e manipolazione, condannando chi le subisce a una doppia violenza.

Eppure, è stata proprio l’esistenza delle terapie riparative a far scoccare la scintilla che trenta anni fa ha dato il via alla nascita del primo movimento gay organizzato d’Italia. Era l’aprile 1971 è l’articolo pubblicato da La Stampa “L’infelice che ama la propria immagine” rassicurava i lettori: «l’omosessuale conclamato, se è sorretto dal desiderio di guarire, può essere efficacemente aiutato da una cura psicanalitica». Queste parole – e la sibillina risposta de La Stampa alle proteste generate dall’articolo «di queste cose si parla fin troppo» – scatenarono la reazione di quanti, di sentirsi definire “malati” erano ormai stanchi e che, nel maggio dello stesso anno, nell’appartamento di Fernanda Pivano a Torino, fondarono il F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano).

Se però molte cose sono cambiate negli ultimi 30 anni, proprio grazie alle lotte delle associazioni e alla sempre maggiore visibilità della comunità LGBT+, come abbiamo visto i dati non sono confortanti ed è sempre concreto il rischio di una proliferazioni di queste terapie e di ulteriori violenze e discriminazioni se non saranno presi strumenti contro le manifestazioni di odio e a tutela della comunità:

La maggior parte degli intervistati [da FRA n.d.a.] che afferma che la situazione è peggiorata vede i principali fattori che contribuiscono sono i “discorsi pubblici negativi da parte di politici e/o partiti politici”, nonché la “mancanza di sostegno da parte della società civile” e la “mancanza di applicazione della legge e politiche”.

Dopo un percorso a ostacoli, il DDL Zan è stato approvato alla Camera nel novembre 2020, ma la battaglia al Senato si sta dimostrando ancora più dura: vedremo se l’Italia riuscirà a dotarsi di una legge per combattere la violenza omobitrasfobica, misogina e abilista o se i cittadini e le cittadine “di serie B” rimarranno ancora senza una tutela da parte dello Stato.

È vero però che le leggi, da sole, non bastano: un fattore di importanza determinante e spesso trascurato, soprattutto in un paese come l’Italia dove lo spettro del gender è agitato a ogni piè sospinto – è la formazione, che il ddl Zan prevede nelle scuole di ogni ordine e grado. “Formare” dovrebbe però essere la parola d’ordine non solo a livello scolastico, ma anche della società civile, della comunicazione, delle Istituzioni e delle forze dell’ordine. Da dove partire? Non solo dal sito ufficiale dell’IDAHO, ma anche da associazioni, ong, per trovare risorse utili a formare nuovi cittadini, più rispettosi e consapevoli.

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