Dall’avvento dell’era telematica sono state molte le ripercussioni della tecnologia sulla vita quotidiana. Le conquiste e i progressi ottenuti con i nuovi media digitali hanno inevitabilmente messo in luce alcuni aspetti dei sistemi occidentali che hanno perpetuato modelli culturali basati sul patriarcato e sulla predominanza di un’ideologia che ha da sempre interpretato la realtà a vantaggio e su misura di soggetti maschili.

È in questo contesto che nasce il cyberfemminismo, un movimento sorto negli anni Ottanta con lo scopo di promuovere una cultura basata sul superamento delle gerarchie di genere e sulla rivendicazione della centralità delle donne nel mondo delle nuove tecnologie per una società più equa e inclusiva.

Negli anni, questo tipo di femminismo strettamente connesso alla rivoluzione tecnologica e alle sue conquiste, ha assunto vari volti, adattandosi al contesto storico-culturale del tempo e alle sue esigenze, senza mai perdere di vista il suo obiettivo primario.

A distanza di tempo, le idee che hanno portato alla nascita del cyberfemminismo hanno acquisito una nuova urgenza in una cultura digitale come quella odierna, considerata sotto molti punti di vista ancora troppo poco inclusiva, democratica e globale.

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Cyberfemminismo: cos’è?

Il cyberfemminismo è un tipo di femminismo che nasce sul finire degli anni Ottanta con l’avvento dell’era telematica e che si fonda sull’idea che le nuove tecnologie debbano promuovere l’uguaglianza di genere. Nello specifico, questo movimento è una reazione all’impatto che la tecnocultura, ad appannaggio del mondo maschile, ha generato nella vita quotidiana, incrementando le divisioni e gerarchie di genere, già in atto in molti ambiti.

Il cyberfemminismo nasce quindi con l’obiettivo principale di favorire l’inclusione delle donne nel mondo delle nuove tecnologie e fare in modo che queste ultime non ne fossero escluse o venissero relegate a semplici spettatrici passive, ma al contrario partecipassero attivamente per diffondere informazioni, creare conoscenza e trarne vantaggio per la propria affermazione.

Sono molte le sfaccettature che questo movimento ha poi sviluppato nel tempo, andando a modellarsi sulle esigenze che l’evoluzione del tessuto culturale e sociale ha inevitabilmente generato. Negli anni il cyebrfemminismo è diventato sempre più motore di inclusività contro ogni tipo di discriminazione e ingiustizia, avvicinandosi agli ambiti degli eco-tecnofemminismi di nuova generazione, come vedremo di seguito.

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La storia del cyberfemminismo

È Donna Haraway, biologa, filosofa e docente statunitense, a porre le basi per la nascita del cyberfemminismo, nella metà degli anni Ottanta, analizzando l’impatto che le innovazioni nelle telecomunicazioni e nella micro-elettronica hanno determinato nella vita della donna.

Il suo saggio del 1985, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature (tradotto in italiano con il titolo Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo) è il manifesto del cyberfemminismo, in cui la filosofa espone con un linguaggio dirompente e visionario la teoria del Cyborg.

Il cyborg è una nuova creatura senza genere, un assemblaggio di corpi umani e innesti tecnologici, che diventa il simbolo della lotta alla cultura patriarcale e al sistema binario con cui veniva letta la realtà e che ha determinato disuguaglianza e discriminazioni di genere.

Nello specifico, diventa uno strumento di liberazione dal dualismo uomo-donna, ponendosi come figura post gender in nome del superamento della cultura maschilista vigente.

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Non è la sola, la Haraway, ad aprire la strada verso un sempre più concreto cyberfemminismo: sul finire degli anni Ottanta, anche la scrittrice di fantascienza afroamericana Octavia Butler, teorizza nella sua trilogia della Xenogenesi (1987-89) un futuro post-apocalittico abitato da alieni né maschi, né femmine, ma simbolo di un terzo sesso, confermando la sempre maggiore urgenza di un abbattimento delle classiche categorie della cultura occidentale.

Un contributo importante è stato poi dato dal collettivo VNS Matrix, fondato nel 1991 da quattro attiviste militanti dell’Australia del Sud: Josephine Starrs, Julianne Pierce, Francesca da Rimini e Virginia Barratt. Fotografe e videomaker, le quattro donne utilizzano il linguaggio della tecnologia con una cifra sarcastica e un impatto destabilizzante per continuare il discorso iniziato dalla Haraway e criticare il maschilismo imperante del primo web.

Questo il loro intento, come dichiarato da Virginia Barratt in un’intervista del 2014 su Vice, ricalcando alcune frasi chiave del loro Manifesto Cyberfemminista per il 21° secolo, del 1991:

Uscire dal cyberspazio in missione per dirottare i giocattoli dai tecno-cowboys e rimappare la cybercultura con una propensione femminista.

Emblematica la loro opera più nota, All New Gen, del 1994, un gioco per computer che propone in forma di game il credo ideologico di cui si facevano portavoce. Le protagoniste del gioco sono eroine ibride, sparano laser dai genitali e hanno come obiettivo il sabotaggio della banca dati del Big Daddy Mainframe. È evidente l’intento: scardinare il codice patriarcale e i sistemi capitalisti per favorire un maggiore coinvolgimento delle donne nella datasfera e, più in grande, un cambiamento nella società.

Un altro tassello importante nell’affermazione del cyberfemminismo e nella lotta al patriarcato tramite i nuovi media digitali è la fondazione dell’Old Boys Network, la prima alleanza internazionale cyberfemminista fondata nel 1997 a Berlino da alcune attiviste, tra cui Cornelia Sollfrank, che avrà un ruolo decisivo anche nella nuova ondata cyberfemminista che investirà il finire degli anni Dieci.

Non solo gamer e artiste, anche la ricerca storica e la saggistica hanno rivendicato il contributo femminile nella tecnologia: in quegli anni la scrittrice britannica Sadie Plant, con il libro Zeros and Ones del 1997, racconta la figura di Ada Lovelace (1815-1852) genio della matematica e madre della programmazione informatica.

L’Italia, in questo contesto, risponde nel 1997 con il gruppo Cromosoma X e, nello specifico, con il magazine Fikafutura, che spaziava da temi di arte, politica e attualità con il solito linguaggio dissacrante e cinico, tipico del movimento entro cui si muove.

Alle soglie degli anni Duemila, è Faith Wilding, artista femminista innovativa, a gettare le basi per il nuovo cyberfemminismo, partendo proprio da alcune lacune riconosciute al primo movimento teorizzato dagli scritti della Haraway e della Butler. Secondo la Wilding, le cyberfemministe non sono riuscite a sradicare i pregiudizi radicati nel cyberspazio, come scrive nel libro Domain Errors: Cyberfeminist Practices:

Il cyberfemminismo si presenta come inclusivo, ma gli scritti cyberfemministi assumono un pubblico colto, bianco, di classe medio-alta, di lingua inglese, culturalmente sofisticato.

In questo contesto si creano così le basi per un nuovo cyberfemminismo, che si focalizza maggiormente sull’inclusione delle minoranze puntando, insieme alle questioni di genere, anche al superamento delle discriminazioni razziali in un femminismo post-coloniale, oltre che post-patriarcale.

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I valori del cyberfemminismo

Come già accennato in precedenza, il cyberfemminismo si batte per il superamento del sistema binario che permea la società occidentale e che vede sempre un dominatore contrapposto a un dominato, sottomesso da ingiustizie sociali, discriminazioni razziali e di genere, figlie della cultura patriarcale e capitalista.

In questo senso, la tecnologia diventa uno strumento per promuovere un accesso democratico al sapere e alla conoscenza, visto come unico mezzo per favorire emancipazione e inclusione, non solo delle donne, ma più in generale, delle minoranze di vario genere.

Accanto quindi all’idea di un mondo genderless, garanzia di affrancamento dal sessismo e ben personificato dal cyborg teorizzato dalla Haraway, vi è l’idea delle estreme potenzialità della tecnologia orientata all’emancipazione femminile grazie anche al ribaltamento del ruolo naturale della donna.

Gli sviluppi delle biotecnologie, come le tecniche di riproduzione assistita, hanno infatti messo in discussione il ruolo per millenni attribuito al genere femminile, mettendo in crisi l’immagine esclusiva del soggetto detentore del potere, identificato nell’uomo.

In particolare, le evoluzioni delle scienze biotecnologiche sono considerate importanti modificazioni del reale perché hanno portato a scardinare il binomio finora indissolubile donna-madre, sottolineando un ulteriore grado di libertà conquistato dal genere femminile.

Secondo i movimenti cyberfemministi, la procreazione viene infatti considerata come il principio della dipendenza dall’uomo oltre che una perpetuazione delle ingiuste strutture socio-economiche attuali che pongono il femminile in una posizione di inferiorità.

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Il cyberfemminismo oggi

Nonostante le molte conquiste ottenute nel corso degli anni, ad oggi non si può considerare compiuta la missione delineata dalle prime cyberfemministe. Il mondo delle istituzioni e delle aziende tecnologiche risulta ancora appannaggio dell’uomo. Organizzazioni come Girls Who Code, nata nel 2012 per supportare e aumentare il numero di donne nell’informatica, o iniziative come Women in Tech Festival, testimoniano come le teorie di stampo cyberfemminista sono ancora attuali e mostrano una rinnovata urgenza. Ancora oggi infatti, anche e soprattutto in questo ambito, le donne fanno i conti con il cosiddetto soffitto di cristallo.

Inoltre, come già sostenuto dall’artista Faith Wilding, il cyberfemminismo diffusosi negli anni Novanta, sebbene teorizzasse l’avvento di un futuro privo di disuguaglianze, non aveva fatto i conti con il reale: negli anni a venire infatti, si è dimostrato come internet non apparisse a tutti gli effetti come una realtà libera, sicura e in grado di garantire accesso a tutti.

Queste condizioni preparano il terreno per una seconda ondata del movimento cyberfemminista con nuove e più solide premesse. Una delle figure chiave è quella di Cornelia Sollfrank, che, in questo frangente, preferisce parlare di tecnofemminismo.

Nel suo libro The Beautiful Warriors. Technofeminist Praxis in the Twenty-First Century, del 2019, la Sollfrank collega le intuizioni e le pratiche del cyberfemminismo degli anni ’90 con i nuovi tecno-eco-femminismi.

Diventa infatti centrale, in questo frangente, anche la questione delle implicazioni ecologiche della tecnologia, aspetto che lega questo movimento all’ecofemminismo. Il discorso cyberfemminista di nuova generazione trascende quindi la politica dell’identità per diventare uno strumento culturale di più ampio respiro che si fa promotore dell’uguaglianza e della sostenibilità ambientale.

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Come anticipato, negli anni si è notato come la tecnologia fosse ancora troppo bianca e appannaggio del Nord del mondo e venisse usata più come strumento di repressione che di liberazione, per perpetuare i classici modelli di dominazione messi in atto negli anni. È in questa cornice che si innesta l’impegno delle nuove cyberfemministe di oggi, provenienti soprattutto dal Sud del mondo, che punta all’intersezione tra diritti umani e tecnologia, per favorire l’inclusione e l’emancipazione di tutte le minoranze.

Un esempio concreto è il collettivo La Tormenta, con sede a Città del Messico, che si è battuto per rendere accessibile alle comunità locali il Tor, un sistema di comunicazione anonima per salvaguardare la privacy e la libertà degli utenti in rete, diffuso solo in lingua inglese e pertanto incomprensibile a popolazioni non angolofone che risultavano così esposte ai pericoli e agli abusi del web e minate nelle loro libertà personali e identità digitali.

Il concetto del consenso e della riservatezza dei dati è infatti un altro principio chiave del cyberfemminismo di nuova generazione. In questo senso, le nuove femministe hanno introdotto il concetto dei corpi digitali per manifestare la necessità della tutela della privacy e agire contro i fenomeni di violazione e di cyberbullismo.

Sempre in quest’ottica, alcune attiviste pakistane, nel 2014 hanno creato Hamara Internet Initiative, con lo scopo di fornire alle donne e alle ragazze, attraverso sessioni online, gli strumenti utili per un uso consapevole e sicuro dei media digitali nel rispetto della loro privacy, nella convinzione che questi possono guidare le donne del Pakistan verso una maggiore partecipazione nella società e nella crescita economica del Paese.

Il movimento cyberfemminista ha avuto poi un ruolo di primo piano nel contesto della primavera araba, tra il 2010 e il 2012, dove i nuovi media digitali hanno contribuito a diffondere i messaggi delle attiviste impegnate in prima linea, come la blogger tunisina Lina Ben Mehnni e l’egiziana Asmaa Mahfouz, permettendo alle loro idee di raggiungere le donne arabe e musulmane, in genere escluse o lasciate ai margini del discorso politico e sociale del Paese.

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La tecnologia anche in questo caso diventa quindi una porta di accesso per le frange più deboli della società e un efficace strumento di diffusione della conoscenza su larga scala nell’ottica di un’emancipazione globale, che tocchi anche e soprattutto le categorie meno rappresentate.

Articolo originale pubblicato il 18 Novembre 2020

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