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Gender digital divide: ragazze, sveglia, riprendiamoci subito la parità digitale

Si chiama gender digital divide: perché la disparità nel lavoro tra uomini e donne, oggi, riguarda la tecnologia. Ma le donne possono "ribellarsi", e riappropriarsi della parità digitale. Alcune lo hanno già fatto, con risultati eccellenti.

Parlando di lavoro, ci si è da sempre trovati di fronte a un grande divario tra occupazione femminile e maschile, sotto tutti i punti di vista: oltre alla stereotipata classificazione tra lavori prettamente “da uomini” – quelli, per semplificare, che tipicamente richiedono forza e manualità – e quelli più adatti alle caratteristiche femminili, infatti, ancora adesso si deve spesso parlare di disparità salariale, o di difficoltà nell’accesso alle posizioni manageriali per le donne, nonché di una generale complessità nella ricerca del lavoro, legata talvolta alle questioni maternità e famiglia. Come se l’idea di sposarsi o avere figli fosse una prerogativa che, nella mente dei datori di lavoro, possa andare a inficiare esclusivamente la componente femminile, e non quella maschile.

Il divario sembra poi essersi ulteriormente ampliato con lo sviluppo delle professioni a chiaro stampo digitale, tanto da parlare, appunto, di gender digital divide. Cos’è esattamente?

Significa, com’è facilmente intuibile, che le donne, a livello mondiale, hanno accesso alle tecnologie in misura nettamente inferiore rispetto agli uomini, e che molto poche sono le donne che possono vantare posizioni prestigiose in grosse compagnie o aziende che utilizzano la tecnologia digitale. La situazione è squilibrata in maniera tanto evidente che l’accesso a Internet è stato inserito come attività tra i Sustainable Development Goals 2020, secondo il modello del REACT, per cui Internet viene considerato tra i diritti fondamentali, insieme al fornire un’educazione adeguata, al garantire l’accesso non solo al mezzo fisico, ma anche alle soft skill fondamentali per l’utilizzo consapevole della Rete, e alla creazione di contenuti locali, pensati per le esigenze del proprio target.

Per semplificare ulteriormente il quadro, vi proponiamo i numeri di un problema che, anziché assottigliare le differenze di genere nel mondo del lavoro, le sta portando a una versione 2.0.

I numeri del gender digital divide

Fonte: UNDSDN

Come riporta un articolo di Inside Marketing, secondo l’ITU, l’agenzia dell’Onu specializzata nelle ICT (Information and Communications Technology) sono almeno 250 milioni in meno rispetto agli uomini le donne che hanno accesso alla tecnologia, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio, come riportato da uno studio condotto dalla World Wide Web Foundation sull’accesso al digitale nel mondo, nelle aree urbane più povere  come Lagos, Nairobi, Bogotà, solo il 37% delle donne può avere una connessione a Internet, a dispetto di un 59% maschile. Queste donne hanno un livello di istruzione medio alto, spesso sono già attive in politica e, spesso, i servizi a cui accedono sono quelli medici o finanziari.

A dispetto di quanto si possa pensare, il gender digital divide non è però un problema che riguarda solo i paesi in via di sviluppo: anche negli altri, ad esempio, ci sono fattori culturali e sociali che possono condizionare in maniera evidente l’accesso paritario alle risorse tecnologiche; infatti, persino nei paesi con più alta digital fluency come Stati Uniti, Olanda, Australia o Europa settentrionale gli uomini hanno maggiori possibilità di accesso alle tecnologie rispetto alle donne. In alcuni casi il gap è addirittura altissimo, come accade in Giappone, Francia e Svizzera; ancora oggi tra i Millennial, la generazione con le più evolute competenze digitali, il 65% degli uomini guadagna più delle colleghe donne.

Un dato positivo è il fatto che oggi ben il 56% delle giovani lavoratrici digitali aspiri oggi a un ruolo di leadership, contro il 49% della generazione precedente, e il 61% di loro nei paesi sviluppati, il 29% in quelli in via di sviluppo, è intenzionato a iniziare un business entro i prossimi 5 anni. Il bilancio, quindi, è forse da rimandare.

E nel nostro pPaese, come stanno le cose? Prendiamo l’indagine ISTAT “Come cambia la vita delle donne 2004 – 2014”: emerge che, in linea generale, gli uomini che usano il pc sono il 55,6%, quelli che si connettono a Internet il 57,8%, e sono ancora molto più numerosi rispetto alle donne (rispettivamente il 46,2% e il 48,3%). Eppure, e questo è un dato indubbiamente confortante, da un decennio circa sono proprio le donne a guidare la crescita digitale del nostro Paese, e il gap tra uomini e donne che utilizzano il pc si è ridotto notevolmente, passando dall’11,7% del 2005 al 9,4% dell’ultima rilevazione. Allo stesso modo, si è assottigliata anche la differenza di uomini e donne che hanno una connessione Internet, passata dal  10,1% al 9,5%. È soprattutto tra i giovani che il gap di genere è praticamente del tutto annullato.

Se la mancanza di opportunità è “colpa” anche delle donne

Fonte:web

Nel corso dell’incontro “Donne al cuore dell’Innovazione Digitale, organizzato da CA TechnologiesFondazione Sodalitas NetConsulting cube nel 2016, proprio con l’obiettivo dichiarato di promuovere l’importanza della formazione tecnico-scientifica e il ruolo delle donne nell’innovazione tecnologica, è emerso che la disparità numerica di accesso alle posizioni lavorative di stampo prettamente digitale dipende principalmente dalla difficoltà di reperimento di risorse femminile con competenze in discipline tecnico-scientifiche, la cui causa, banale ma assolutamente fondata, sta da ricercarsi in due/tre fattori: le resistenze culturali interne all’organizzazione (che pesano addirittura per il 45,8%) ma anche la carenza di donne laureate nelle discipline tecnico-scientifiche (29,2%) e lo scarso interesse femminile verso le professioni legate a ICT (29,2%).

Spesso, quindi, oltre ai condizionamenti culturali da parte dei possibili datori di lavoro, che guardano con diffidenza alle donne che si candidano per ruoli nel settore digital, magari anche in posizioni dirigenziali, la “colpa” del digital divide è da attribuire alla percezione che le donne stesse hanno di sé e del proprio ruolo rispetto a un determinato ambiente lavorativo; come detto in apertura di articolo, non sono poche, ancora oggi, le donne che pensano che ci siano lavori tipicamente da uomo, e quelli che richiedono l’uso di tecnologie molto frequentemente rientrano tra questi.

Eppure, sono tutte scuse che non reggono. Perché, se un tempo, rispetto ai lavori manuali o che richiedevano una particolare prestanza fisica, la discriminante sessuale poteva in un certo qual modo valere, non fosse altro che per la diversa struttura fisica di uomini e donne, oggi, nel campo delle ICT, queste differenze non hanno ragione di esistere. Implementare l’accesso delle donne alle posizioni manageriali di rilievo nel campo del digitale, abbattere i cliché e le reticenze che molto spesso le aziende ancora oggi si portano dietro, ed educare le donne stesse all’idea di potersi laureare in materie tecnico-scientifiche con la prospettiva futura di avere uguali opportunità di raggiungimento delle posizioni lavorative sono i primi passi da compiere per ridurre sempre più il gap, fino, forse, ad eliminarlo.

In fondo, qualche donna, per fortuna, che smentisce le teorie di chi pensa che le ICT siano “roba da uomini”, c’è, e non sono neppure poche: abbiamo raccontato le storie di 10 di loro nella nostra gallery… E ci sono anche molte italiane.

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