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Lunàdigas, chi sono le donne senza figli per scelta, per fare altro o senza bisogno di un motivo

Lunàdigas è un film documentario di Marilisa Piga e Nicoletta Nesler, ma soprattutto un coro femminile di donne che raccontano la loro scelta di non avere figli.

Sono le pecore che non figliano, pur essendo fertili: nella lingua sarda le chiamano Lunàdigas, una parola quasi magica che evoca il ciclo della luna e quello della femmina, ha a che fare con il sangue, con la forza vitale. Non c’è nulla di innaturale nelle Lunàdigas: non hanno agnelli ma non fanno meno parte della natura, non costituiscono un’eccezione.
Sono lunàdigas Nicoletta Nesler e Marilisa Piga, le autrici del film omonimo, lo sono Veronica Pivetti, Melissa P., Margehtita Hack, Rossella Faa, Lea Melandri e tutte le donne, celebri e non, che hanno raccontato la loro scelta umana e naturale di non avere figli in quest’opera femminile corale che è Lunàdigas.

Nullipara, è il termine medico che in Italia indica una donna che non ha mai partorito; Kinderlosigkeit in tedesco. Childless è la parola inglese che indica la mancanza di figli e comprende chi non ne ha potuti avere; Childfree quella che dovrebbe identificare invece chi non ne ha voluti per scelta. In alternativa c’è No-mo, non-mamma, coniato dalla fondatrice dell’associazione in difesa delle donne senza figli Gateway, Jody Day. Ma c’è anche No Kids o, per indicare chi pur in coppia sceglie di non figliare, dink, che sta per Double Income No Kids, cioè due stipendi, niente figli. Come quest’ultima, alcune definizioni sottintendono un giudizio, una mancanza, un essere incomplete, altre tentano di rivendicare un diritto, quasi un orgoglio, sventolano una bandiera: di fatto tutte descrivono, seppur con valenza diversa, un’eccezione.
Nel linguaggio popolare, che dei tecnicismi e dell’inglese non se ne fa nulla, sono le mule, i rami secchi, le segnate da Dio, le “senza figli”, detto nella miriade di dialetti italiani. Sempre e comunque donne senza un pezzo. Da compatire quando il castigo si abbate su di esse contro la loro volontà. Ma quando l’essere “senza” è una scelta?

“Una donna può non avere figli perché non può averne o perché ha scelto di non averne: nel primo caso viene guardata un po’ come a dire “poveretta”, nel secondo scatta la diffidenza, quasi fosse un qualcosa da osservare e da studiare per capirne l’anomalia”, racconta Nicoletta in una nostra conversazione Skype condivisa con Marilisa, che ha poco dell’intervista e molto del confronto tra donne. Si parla del cliché duro a morire dei pranzi in famiglia: dei “quando fai un figlio?”, “sbrigati, che i figli si fanno quando si è giovani”, “adesso dici così, ma vedrai quando l’orologio biologico comincerà a ticchettare”; e delle discussioni con le amiche mamme: “non hai figli, non puoi capire”, “la maternità è l’esperienza più bella e più forte che una donna possa fare”.

“La scelta di non essere madri continua a essere qualcosa da giustificare – dice Marilisa -. Si dice ‘Non ha avuto figli perché non poteva’, ‘perché ha dovuto scegliere tra la carriera e la maternità’, ‘perché ha un lavoro precario e non può permetterselo’. Come se fosse necessariamente una rinuncia, un desiderio mortificato da una causa di forza maggiore, come per esempio la precarietà o la mancanza di servizi sociali”.

Le protagoniste di Lunàdigas raccontano invece qualcosa di molto diverso

Raccontano piuttosto un cambiamento nel sentire, nel percepirsi, nel muoversi nella società – si legge nella presentazione, a cura delle autrici, del film -. Un cambiamento che certo, in tanti casi, ha continuato a scontrarsi con un pregiudizio. O semplicemente con un giudizio. Negativo.

Insomma, si può essere lunadigàs perché, semplicemente, si sono fatte altre scelte di vita o anche senza un vero motivo, che non fosse l’assenza, non egoistica ma connaturata, dell’esigenza di maternità. Perché si è scelto sin dal principio di non avere figli o perché via via il diventare madre, tra le possibilità della vita di una donna, è stata quella passata consapevolmente in secondo piano rispetto ad altre; perché per alcune è naturale non esserlo madre e dare semmai vita a qualcos’altro, così come per altre lo è quel desiderio viscerale di generare una nuova vita.

Son passati molti anni da quando abbiamo cominciato a pensare a una ricerca sulle donne senza figli – raccontano Marilisa e Nicoletta -. L’idea è arrivata all’improvviso, proprio come un’urgenza messa via da troppo tempo. Ci è parsa subito una sfida difficile – verso noi stesse per prime, donne senza figli –, ma necessaria per cercare di sbrogliare il nodo che questa scelta comporta per tutte le donne […]
Il racconto parte dal privato di ciascuna e immediatamente diventa universale e riguarda tutte: la condizione è comune a gran parte delle donne del mondo occidentale, pur nelle diverse e soggettive declinazioni culturali, economiche e sociali […]

Ecco com’è nato Lunàdigas, non un film concluso, per Nicoletta e Marilisa, ma un’esperienza in fieri, grazie anche al formato aperto del web-doc, per sua stessa natura potenzialmente infinito: un’opera corale che abbraccia senza pregiudizi le donne senza figli, ma anche gli uomini che non sono esclusi dal progetto e che, nata in Italia, mira ora a scavalcare le frontiere nazionali e incontrare donne di altre culture, a partire da quella araba.

Insomma, chi sono le lunàdigas?

Di seguito, ci sono le testimonianze di alcune di esse, commoventi, sarcastiche, fiere, femministe, timide, sfrontate, ritrose, perentorie, annoiate dai pregiudizi.
In realtà, vicino a noi e nel mondo, nessuna di loro è uguale alle altre, nessuna di loro sta in una definizione. Ognuna ha la sua storia. Come unica e non uguale a quella di nessun’altra è la storia di ogni madre, ogni professionista, ogni moglie, ogni amante e, più semplicemente, ogni donna per quanto si provi a definirla nella sua interezza con un singolo aspetto o per una singola scelta della sua vita.

Nicoletta Nesler

Le autrici di Lunàdigas

Sono nata nel 58 a Bolzano, poi sono andata a Firenze all’Università, dove ho conosciuto i movimenti antagonista e femminista. Grazie a loro ho avuto l’opportunità di mettere in discussione l’istituzione famiglia. Sapevo che non volevo rientrare in quel quadro che da sempre mi veniva proposto: l’ho rifiutato per una questione “politica”.

Marilisa Piga

Io al contrario di Nicoletta sono sposata, racconta Marilisa durante la nostra chiacchierata.

Nel 1952, quando avevo un anno e mezzo, è nata mia sorella. Allora non c’erano ecografie e lei era gravemente cerebrolesa. Da quando è arrivata, l’atmosfera di casa è cambiata, e io, fin da piccolissima, ho sentito la responsabilità nei suoi confronti. Volevo proteggerla. E da adulta non avevo voglia di riprodurre questo senso di responsabilità.

Veronica Pivetti

Veronica Pivetti, foto di Lunàdigas

Sono Veronica Pivetti e non ho figli. Mi dispiace ma proprio non ho figli, non li ho mai avuti e non li avrò.
Perché? Ecco questa è proprio una domanda che non mi sono mai fatta.
È difficile che le vie ufficiali ti chiedano queste cose […], è più facile che sia inserito in un discorso che va tutto a favore della maternità, e poi c’è quella che non ha avuto figli che viene invitata nella tal trasmissione a dire come mai non ha mai avuto figli e diventa subito una specie di coleottero che tutti guardano così e poi infilzano e mettono in una teca.

Melissa P.

Melissa Panarello, foto di Lunàdigas

I bambini nati da una madre che non li voleva crescono, a mio avviso, con un grande senso di colpa nei confronti del mondo. Perché è come se io mi fossi imposta nella tua vita e nel mio caso è sempre stato molto così, pur inconsciamente ho sempre sentito un forte senso di colpa verso le persone, le circostanze, come se gli altri non mi volessero e quindi dovessi cercare in tutti i modi di conquistarli e conquistarmi il posto che volevo occupare. Proprio perché sono stata una figlia non voluta…

Margherita Hack

Del mio modo di pensare se n’è parlato, s’è discusso e, quindi, una certa eredità l’ho lasciata ma poi, a dire la verità, non me ne frega nulla di lasciare un’eredità.

Alessandra Quattrocchi

Non è un motivo biologico, fisiologico, né un motivo sociale che mi ha impedito di fare figli. Non è stato un impedimento. È stata una scelta fare altro. Che questo sia stato sempre così accettato e accettabile nei contesti in cui vivevo… no. Dalle mie zie che hanno continuato fino a tardissima età a sperare che io un giorno avrei cambiato idea e avrei portato a casa i confetti, al mio collega a scuola – io per lungo tempo ho insegnato religione – che continuava a dirmi una donna sola non ha senso, non ha identità.
[…]

Perché una donna sola non ha identità? Probabilmente il principio di identità me lo sono sempre costruito a partire da me stessa e quindi non vedo perché l’identità mi debba essere data dal matrimonio, dalla maternità, più che dall’essere professore o aver fatto altre cose nella vita.

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