Sentiamo sempre più spesso parlare di genderless, termine solitamente associato alla moda o all’educazione o ad altri ambiti. Non si tratta infatti di una tendenza, come i colori di stagione o le fantasie, ma di un’esigenza di rappresentarsi oltre un genere non binario, cui si sente di appartenere.

Inoltre, molti genitori ricorrono a un’educazione genderless per i propri figli: significa che questi bambini verranno educati senza stereotipi di genere, permettendo loro di compiere scelte che non siano dettate da sovrastrutture sociali, dall’abbigliamento ai giochi, alle attività sportive o creative. L’attrice Kate Hudson ha affermato di aver adottato questo modello educativo, così come Billie Lourd, figlia della compianta Carrie Fisher, ha affermato di essere stata cresciuta genderless.

Genderless: cosa significa?

Genderless
Fonte: Friends

Etimologicamente parlando, l’anglicismo significa «senza genere». È un modo per dire no alle etichette e le giovani generazioni sono più inclini a comprendere e adottare questo modello, perché secondo Bossy per i Millennial le minoranze sono la norma, non l’eccezione. Non a caso, come riporta il New York Times, il 38% dei giovani nati dopo il 1995 crede che il genere non definisca una persona come accadeva una volta.

Genderless nella moda

È molto facile confondere i concetti: genderless però non è sinonimo di unisex. L’unisex è asettico, “grigio”, come spiega Bossy, mentre con il genderless si va più verso un guardaroba condiviso tra i sessi (senza ignorare peraltro le persone non binarie). Nella moda – come hanno dimostrato Alessandro Michele per Gucci, JW Anderson, Hedi Slimane per Yves Saint Laurent e Dior Homme – si fa sempre più strada l’idea di un corpo nuovo, con una fisicità eterea e senza differenze.

Non c’è forse nulla di più controverso e pauroso dell’indefinitezza sessuale – scrive Angelo Flaccavento ne I vestiti non hanno sesso – ma è giunto il momento di accettare che anche il vestito può unire invece che dividere, completare invece che fare a pezzi. In fondo, gli abiti non hanno sesso. Essere uomo o donna è tutta un’altra storia, più sottile, impalpabile: inapparente ma determinante. Tiriamo fuori gli attributi, allora, e troviamo il coraggio. Di essere. Senza schemi.

Teniamo presente che la moda non ha sempre e storicamente presentato delle differenze di genere tra uomo e donna – le differenze d’abito, fino al XIII secolo, erano per lo più geografiche, ambientali. Verso la fine del Medioevo infatti gli abiti iniziano a differenziarsi in base al genere, ma la svolta, per come la conosciamo noi, avviene nel 1789 con la Rivoluzione Francese: inizia a farsi spazio una moda borghese, per cui i pantaloni diventano, ad esempio, esclusivo appannaggio degli uomini per una questione di comodità legata al proprio ruolo nella società dell’epoca. E così è stato fino al Novecento e ai primi approcci verso tutti ciò che è unisex, fino al vero cambiamento dei giorni nostri.

Il Council of Fashion Designers of America, un gruppo commerciale di circa 500 importanti designer americani, nel 2018 ha aggiunto la prima categoria unisex e non binaria al calendario della settimana della moda di New York, come riporta il New York Times. Tuttavia c’è da aggiungere che i modelli androgini non sono completamente aperti alle differenze: uomini e donne sovrappeso non potranno vestire genderless fino a quando i modelli non diverranno più inclusivi anche dal punto di vista della taglia.

Quello che stiamo vedendo ora – ha detto Ken Downing, direttore della moda di Neiman Marcus – è un cambiamento sismico nella moda, un’accettazione allargata di uno stile senza confini, che riflette il modo in cui i giovani si vestono.

Genderless e il mondo Lgbt

Genderless
Fonte: Sex Education

Il concetto di genderless, oltre la moda e l’educazione, ha molto a che fare on il mondo Lgbt. Esistono diverse sfumature nell’arcobaleno per parlare di genderless: si va dal gender neutral al genere non conforme, si parla di demiboy, demigirl, pangender, gender queer, gender fluid e molto altro (in alcuni casi anche di transgender che non si riconoscono in un genere binario). Sostanzialmente adottiamo queste etichette per persone che in realtà non dovrebbero averne in un mondo perfetto. Tuttavia la burocrazia non è amica di queste definizioni.

Come riporta il New York Times, negli Stati Uniti sono stati identificati 1,4 milioni di adulti trans. Però è tra i giovanissimi che queste identificazioni stanno prendendo sempre più piede. Tanto che nell’ospedale pediatrico di Philadelphia sono in crescita le persone dai 6 ai 21 anni che si definiscono non binarie.
Nel 2019 il Consiglio di New York City ha approvato una designazione per genere non binario sui certificati di nascita – come prima era accaduto in California, Oregon e stato di Washington. In California ci sono stati 16 casi di richiesta di cambiamento sui certificati, 26 nello stato di Washington – di cui un 11% che ha chiesto la modifica in X. Lo stato del New Jersey si adeguerà nel 2020. In tutti gli Usa 330 persone hanno richiesto questa modifica.

Nel Maine e nel distretto di Washington, il terzo genere è consentito sulle patenti di guida ma non sui certificati di nascita. Il Kansas, invece, vieta qualunque cambio di genere sui documenti. Paradossalmente, in altri luoghi del mondo, è tutto molto più semplice.
Paesi come Australia, Bangladesh, Canada, Danimarca, Germania, India, Malta, Nepal, Nuova Zelanda e Pakistan – offrono opzioni neutre rispetto al genere su passaporti o carte d’identità nazionali. In India, alcune persone possono anche mettere una E dal 2005 – per indicare se stessi come eunuchi.

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