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Emancipazione femminile: 10 tappe storiche che ci hanno portato fino a qui

Ripercorriamo 10 tappe dell'emancipazione femminile che ci hanno permesso di arrivare fino a qua. Ma attenzione, la lotta per i diritti è tutt'altro che finita.

Di emancipazione femminile si sente spesso parlare, associata ai temi del femminismo e, più in generale, alla condizione delle donne nel mondo.

Argomento di tesine, saggi e temi, per emancipazione femminile si intende la volontà di garantire parità politica, sociale ed economica tra i sessi, eliminando le varie forme di subordinazione cui le donne sono state sottoposte nel tempo.

Certamente sono stati fatti molti passi avanti nei secoli, da quando le donne erano considerate alla stregua di semplici “oggetti” alla mercé degli uomini in una società esclusivamente patriarcale, situazione che ha contribuito ad alimentare anche falsi miti e leggende come quello, ad esempio, dello ius primae noctis.

Grazie all’opera di donne coraggiose che hanno deciso di non piegare la testa, nei decenni la parte femminile della società è riuscita a guadagnare diritti prima di allora interdetti, su tutti quello al voto – la grande lotta delle suffragette – ma anche altri direttamente o indirettamente legati all’essere donna, come quello per l’aborto o per il divorzio.

Dell’emancipazione femminile fa parte però anche la libertà di vestirsi nella maniera che si desidera e, non da ultimo, quella sessuale, su cui tuttavia sembrano esserci ancora oggi diversità di opinioni.

La strada, naturalmente, non è finita. Nel frattempo, però, ripercorrere le tappe dell’emancipazione femminile può far capire quanto alcune cose oggi ritenute banali siano in realtà conquiste importantissime.

Storia dell’emancipazione femminile

emancipazione femminile
Fonte: web

Aiutandoci con un articolo di Storia XXI secolo, esaminiamo dunque le tappe più importanti che hanno condotto le donne a guadagnare diritti prima ritenuti impensabili.

1. La donna nel Risorgimento

Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno potevano essere ammesse ai pubblici uffici. Se sposate e lavoratrici, non potevano gestire le proprie finanze, che erano compito esclusivo del marito.
Dovevano chiedere l'”autorizzazione maritale” per donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, e anche per ottenere la separazione legale. L’articolo 486 del Codice Penale prevedeva una detenzione da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato. Nel periodo del Risorgimento molti pensatori si limitarono a ribadire la soggezione della donna. Disse Vincenzo Gioberti:

La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sé.

Nell’Italia unita le donne erano escluse dal godimento dei diritti politici. La Camera dei Deputati del Regno d’Italia respinse la proposta dell’onorevole Morelli di modificare la legge elettorale che escludeva dal voto politico e amministrativo le donne al pari degli “analfabeti, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti” . Dopo la bocciatura, Mazzini scrisse:

L’emancipazione della donna sancirebbe una grande verità base a tutte le altre, l’unità del genere umano, e assocerebbe nella ricerca del vero e del progresso comune una somma di facoltà e di forze, isterilite da quella inferiorità che dimezza l’anima. Ma sperare di ottenerla alla Camera come è costituita, e sotto l’istituzione che regge l’Italia [la monarchia] è, a un dipresso, come se i primi cristiani avessero sperato di ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della schiavitù.

2. I primi del Novecento

Nei primi del ‘900 la condizione socioeconomica delle donne era assolutamente impari rispetto a quella maschile. Il lavoro femminile difficilmente veniva riconosciuto come tale, quasi tutte le donne impiegate nell’agricoltura non venivano riconosciute come lavoratrici, se non quelle titolari di una proprietà o di un contratto di affitto. Lo stipendio delle lavoratrici era poco più della metà di quello dei lavoratori di sesso maschile. I salari più bassi delle donne venivano percepiti dagli altri lavoratori come una forma di concorrenza sleale, perciò vennero fatte le prime proposte di legge per garantire un minimo salariale alle lavoratrici, ma la legge sul lavoro femminile del 1902 limitò di nuovo i diritti delle donne: nonostante concedesse quattro settimane di riposo – non pagato – alle puerpere, vietava l’impiego di lavoratrici in lavori ritenuti “pericolosi” che, in buona sostanza, erano quelli giudicati incompatibili con le attitudini femminili, come l’attivazione di macchine, ad esempio.

Se dal punto di vista lavorativo la situazione era più che precaria, su quello dei diritti civili e politici si muoveva qualcosa, grazie ad associazioni come l’Associazione nazionale per la donna – fondata a Roma nel 1897 – l’Unione femminile nazionale a Milano (nel 1899) e con la fondazione, nel 1903, del Consiglio nazionale delle donne italiane, aderente al Consiglio internazionale femminile.
Sul fronte dell’istruzione, solo nel 1874 fu permesso alle donne di accedere a licei e università, e ciononostante molte iscrizioni femminili venivano respinte. Nel 1900 però risultano iscritte all’università in Italia 250 donne, 287 ai licei, 267 alle scuole di magistero superiore, 1178 ai ginnasi e quasi 10.000 alle scuole professionali e commerciali. Quattordici anni dopo le iscritte salgono fino a circa 100.000.

Nel 1903 viene convocato il primo Consiglio nazionale delle donne italiane, mentre negli anni seguenti nascono altre associazioni orientate al raggiungimento dei diritti civili e politici, e alcune legate a partiti e ideologie di altro tipo – ricordiamo l’UDACI, Unione Donne di Azione Cattolica Italiana e l’Unione nazionale delle donne socialiste.

3. Maria Montessori e le liste elettorali

L’appello di Maria Montessori, nel 1906, alle donne italiane dalle pagine de La Vita le invitò a iscriversi alle liste elettorali, cercando di replicare quanto fatto già negli USA. Tuttavia, le corti di appello delle varie città respinsero le iscrizioni, tranne la corte di Ancona, dov’era presidente Ludovico Mortara, prima che questa sentenza fosse annullata dalla Corte di Cassazione.
Le donne italiane erano però riuscite a entrare in ambiti prima di allora interdetti:

nel 1907 Ernestina Prola fu la prima donna italiana ad ottenere la patente, nel 1908 Emma Strada si laureò in ingegneria, nel 1912 Teresa Labriola si iscrisse all’Albo degli Avvocati e Argentina Altobelli e Carlotta Chierici vennero elette al Consiglio Superiore del lavoro.

Nel 1908 si era tenuto in Campidoglio il primo Congresso delle Donne Italiane, inaugurato dalla Regina Elena, che auspicava la fondazione di casse di assistenza e previdenza per la maternità e la richiesta di poter esercitare gli uffici tutelari (autorizzate dal marito se sposate). Tutte le mozioni vennero accettate a maggioranza, tranne una, sull’insegnamento religioso, che portò in seguito alla creazione dell’UDACI già menzionato.

4. La prima guerra mondiale

Mentre si discuteva se concedere o no il voto alle donne, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale i posti di lavoro persi dagli uomini, richiamati al fronte, furono occupati dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche, e nel dopoguerra riprese il dibattito sul suffragio universale femminile, sostenuto dal neonato Partito Popolare di Don Sturzo.

5. Il suffragio femminile viene approvato (ma non esercitato)

Nel 1919, venne abolita l’autorizzazione maritale, permettendo alle donne di guadagnare l’emancipazione giuridica. Il 6 settembre del 1919 la Camera approvò la legge sul suffragio femminile, con 174 voti favorevoli e 55 contrari. Le camere però vennero sciolte prima che anche il Senato potesse approvarla, così come accadde l’anno successivo. Nel 1922 ci fu una nuova interruzione, dovuta alla Marcia su Roma.

6. Il fascismo e la Legge Acerbo

Il fascismo concesse il diritto di voto passivo ad alcune categorie di donne per le sole elezioni amministrative, attraverso la legge Acerbo (ironicamente chiamata del “voto alle signore”), che dava il voto alle decorate, alle madri di caduti, a coloro che esercitassero la patria potestà, che avessero conseguito il diploma elementare, che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40 lire annue. Peccato che lo stesso fascismo abolì le elezioni amministrative, e che le varie associazioni femminili finirono con il dissolversi, a eccezione dell’Unione femminile cattolica, allineata al fascismo e al ruolo di subordinazione della donna ribadito dal papa nell’Enciclica Casti Connubi.

Il regime fascista cercò di spingere le donne il più possibile entro le mura domestiche, con slogan come “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’’omo“, scritto sui quaderni delle Piccole Italiane, o con le gratifiche alle donne che facevano molti figli, insignite di apposite medaglie. L’educazione demografica e il controllo delle nascite era formalmente vietato dal Codice Rocco che lo considerava un “attentato all’integrità della stirpe“.

Sul piano lavorativo, i salari femminile vennero fissati alla metà di quelli maschili per legge.
Nelle scuole fu formalmente vietato alle donne di insegnare lettere e filosofia nei licei, e alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, di essere presidi di istituti, mentre alle studentesse furono raddoppiate le tasse scolastiche. Nel pubblico impiego vennero escluse dai bandi di concorso, mentre le assunzioni vennero limitate notevolmente. Nel libro Politica della Famiglia del teorico fascista Loffredo, si legge

La donna deve ritornare sotto al sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica” per far questo consiglia agli Stati di vietare l’istruzione professionale delle donne, e di concedere soltanto quell’istruzione che ne faccia “un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa”.

Il Codice di Famiglia fu inasprito dal fascismo, con le donne poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito, che poteva pretendere eterna fedeltà, anche in caso di separazione, ed era possessore di tutti i beni, ereditati dai figli in caso di morte e sfruttati dalla donna solo in usufrutto.
Il nuovo Codice Penale confermò tutte le norme contrarie alle donne, aggiungendo l’art. 587, grazie a cui venne istituito il delitto d’onore.

Nonostante le fortissime restrizioni, le donne non smisero di lottare: secondo il CNL-Alta Italia ci furono 75.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa, 35.000 partigiane, 4563 tra arrestate torturate e condannate, 623 fucilate e cadute, 2750 deportate, 512 Commissarie di guerra, 15 decorate con Medaglia d’Oro. Le donne rappresentarono circa il 20% dei partigiani, senza contare i fiancheggiatori.

7. 1945, il suffragio e l’uguaglianza formale

Il 1° febbraio del 1945, su proposta di Togliatti e De Gasperi, venne finalmente concesso il voto alle donne, e con l’entrata in vigore della Costituzione venne garantita l’uguaglianza formale fra i due sessi, nonostante rimanessero in vigore le norme del Codice della Famiglia e del Codice Penale.

8. Gli anni ’50 e ’60

Nel 1959 uscì il libro di Gabriella Parca Le italiane si confessano, che provocò un vero scandalo. Era la prima volta in cui le donne di ogni strato sociale confessavano i rapporti con l’altro sesso, i ricatti subiti, le prevaricazioni, ma anche i pregiudizi.
Sul piano politico, nel 1951 viene nominata la prima donna in un governo, la democristiana Angela Cingolani, sottosegretaria all’Industria e al Commercio, nel ’58 viene approvata la legge Merlin, che sancisce la fine delle case chiuse, un anno più tardi nasce il Corpo di polizia femminile, con compiti sulle donne e i minori. Nel 1961 per le donne si aprono le porte del corpo diplomatico e della magistratura.

9. Il ’68 e l’aborto

Alla fine degli anni ’60, anche in Italia nascono gruppi femministi che si staccano dal movimento studentesco nel quale si avvertiva ancora la disparità con i colleghi maschi, mentre nei primi anni del ’70 nasce il Movimento di liberazione della donna (MDL), che ammette comunque anche uomini. Lo scopo del Movimento è informare sui mezzi anticoncezionali anche nelle scuole e ottenere la loro distribuzione gratuita, liberalizzare e legalizzare l’aborto, creare asili nido, obiettivi raggiungibili con la disobbedienza civile.
Nel 1974 parte la prima raccolta di firme per un referendum abrogativo al fine di legalizzare l’aborto, ma non vengono raggiunte le 500.0000 firme necessarie. Un anno più tardi Emma Bonino, con altri membri del CISA, si autodenuncia per aver praticato aborti clandestini, e nello stesso anno vengono raccolte oltre 800.000 firme per un nuovo referendum abrogativo sull’aborto. Prima che i cittadini  andassero alle urne, il Parlamento approva, nel 1977, una legge sulla legalizzazione dell’aborto.

10. Anni ’70 e diritto di famiglia

Nel 1970 era stato concesso il divorzio, conquista ribadita con la vittoria dei no  al referendum del 1974 che ne chiedeva l’abolizione, mentre nel 1975 viene riformato il diritto di famiglia, che garantisce finalmente la parità legale fra i coniugi e la possibilità della comunione dei beni. Solo nel 1981, con la  con la legge n. 442 del 10 agosto, viene infine abolito il delitto d’onore.

Emancipazione femminile, oggi e domani

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Fonte: web

Sembrerebbe di essere arrivati a un punto in cui uomini e donne sono finalmente considerati uguali e con gli stessi diritti, ma la realtà è ben diversa. Nonostante i molti traguardi conquistati, infatti, ci sono ancora molti diritti per cui vale la pena lottare affinché si possa parlare di reale emancipazione: in primis, occorre ridurre il gap salariale che ancora sancisce un netto confine tra la retribuzione maschile e quella femminile. A livello sociale, inoltre, bisogna impegnarsi per porre fine a ogni pratica che rigetta ancora oggi la donna in una condizione di inferiorità culturale, su tutte le mutilazioni genitali, i matrimoni combinati e le condanne, spesso anche molto gravi, per le donne che rifiutano di sottostare alla volontà maschile. Ancora oggi, in tantissimi paesi, alle ragazze giovanissime non è permesso frequentare la scuola, ricevere la giusta istruzione e formazione, scegliere quando e con chi sposarsi, mentre, senza spostarci di troppi chilometri, nel nostro stesso paese ascoltiamo quasi quotidianamente fatti di cronaca che hanno per protagoniste donne maltrattate, abusate, addirittura uccise.

L’emancipazione è un processo che non è terminato, ma che è in continua evoluzione, e che non possiamo permetterci di arrestare. La strada, insomma, è ancora molto lunga e faticosa.

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