Emancipazione femminile: 10 tappe che ci hanno portato fino a qui e quelle da fare

Tanti passi sono stati fatti, tanti ancora sono da fare: ripercorriamo le tappe della storia dell'emancipazione femminile, passo dopo passo, per capire dove siamo e cosa dobbiamo fare adesso.

Votare, lavorare, guidare, gestire i propri soldi, vestirsi come si vuole, disporre liberamente del proprio corpo. In una parola: essere libere. Per secoli alle donne è stato impedito di fare tutto questo, e molto altro. È solo grazie alla forza di donne – e uomini – che si sono opposte e hanno lottato se oggi, sebbene la strada da fare sia ancora lunga, l’emancipazione femminile non è più solo un lontano miraggio ma una realtà da costruire e rafforzare giorno dopo giorno.

La storia e le tappe dell’emancipazione femminile

L’ottocento e il Risorgimento

Nel 1848 venne firmata la Convenzione di Seneca Falls (USA), tradizionalmente considerata l’atto fondato del femminismo moderno. Tra gli inalienabili diritti delle donne, il documento sanciva il “rifiuto dell’obbedienza” e la necessità di ribellarsi per conquistare l’eguaglianza di fronte alla legge.

La realtà, però, restava ben diversa, soprattutto nel nostro Paese: non solo nell’Italia da poco unita le donne erano escluse dal godimento dei diritti politici – e addirittura la Camera dei Deputati del Regno d’Italia respinse la proposta di modificare la legge elettorale che escludeva dal voto le donne al pari degli «analfabeti, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti» – ma secondo il Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno potevano essere ammesse ai pubblici uffici.

Se sposate e lavoratrici, non potevano gestire le proprie finanze, che erano compito esclusivo del marito.

Protofemminismo: le figure che hanno anticipato le ondate femministe

I primi del Novecento

Nei primi del ‘900 la condizione socioeconomica delle donne era assolutamente impari rispetto a quella maschile. Il lavoro femminile difficilmente veniva riconosciuto come tale e lo stipendio delle lavoratrici era poco più della metà di quello dei lavoratori di sesso maschile.

Questo gap veniva però percepito dagli altri lavoratori come una forma di concorrenza sleale, perciò vennero fatte le prime proposte di legge per garantire un minimo salariale alle lavoratrici. Nel 1902 venne varata quindi la legge sul lavoro femminile che, però, nonostante concedesse quattro settimane di riposo – non pagato – alle neomadri, vietava l’impiego di lavoratrici in lavori ritenuti “pericolosi”, ovvero quelli giudicati incompatibili con le attitudini femminili, come l’attivazione di macchine, ad esempio.

Nel 1874 era stato finalmente permesso alle donne di accedere a licei e università, nonostante molte iscrizioni femminili venissero respinte. Nel 1900, però, risultavano iscritte all’università in Italia 250 donne, 287 ai licei, 267 alle scuole di magistero superiore, 1178 ai ginnasi e quasi 10.000 alle scuole professionali e commerciali. Quattordici anni dopo, le iscritte erano già circa 100.000.

Verso il voto

Il femminismo della prima ondata – quello delle “suffragette” – aveva come obiettivo principale il suffragio femminile. Il diritto di voto per le donne, però, sembrava ancora lontano in molti Paesi. Il primo a garantirlo era stato la Nuova Zelanda nel 1893, seguita dall’Australia nel 1902 e dalla Finlandia nel 1906.

Lo stesso anno Maria Montessori invitò le donne a iscriversi alle liste elettorali, cercando di replicare quanto fatto già negli USA, ma in Italia la strada verso il voto era ancora in salita. Le corti di appello delle varie città, infatti, respinsero le iscrizioni e dovettero passare altri 40 anni prima che le donne – e nemmeno tutte! – potessero votare.

Negli anni successivi, però, alcune pioniere riuscirono a entrare in ambiti prima di allora interdetti: nel 1907 Ernestina Prola fu la prima donna italiana ad ottenere la patente, nel 1908 Emma Strada si laureò in ingegneria, nel 1912 Teresa Labriola si iscrisse all’Albo degli Avvocati e Argentina Altobelli e Carlotta Chierici vennero elette al Consiglio Superiore del lavoro.

La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale interruppe le discussioni sull’estensione del suffragio alle donne. Il conflitto mondiale, però, rappresentò anche un’opportunità di apertura di nuovi spazi di emancipazione femminile, soprattutto in ambito lavorativo: i posti di lavoro persi dagli uomini, richiamati al fronte, furono occupati dalle donne. Questo accadde nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche, che erano state in precedenza precluse al lavoro femminile sulla base della legge del 1902, che riteneva questa tipologia di lavoro non adatta e “pericolosa”.

Fu solo nel dopoguerra che riprese il dibattito sul suffragio universale femminile, sostenuto dal neonato Partito Popolare di Don Sturzo.

Il 6 settembre del 1919 la Camera approvò la legge sul suffragio femminile, con 174 voti favorevoli e 55 contrari. Anche questa volta, però, era troppo presto per cantare vittoria: le camere vennero sciolte prima che il Senato potesse approvare la legge, e lo stesso accadde l’anno successivo. Nel 1922 ci fu una nuova interruzione, dovuta alla Marcia su Roma.

Il fascismo e la Resistenza

Con l’avvento del fascismo, il cammino dell’emancipazione femminile subì una brusca battuta d’arresto. Se, infatti, da un lato il fascismo concesse il diritto di voto passivo ad alcune categorie di donne per le sole elezioni amministrative, attraverso la legge Acerbo (ironicamente chiamata del “voto alle signore”), dall’altro abolì tout court le elezioni amministrative.

Il regime fascista cercò di spingere le donne il più possibile entro le mura domestiche, con il solito compito di sfornare figli per la patria: l’educazione demografica e il controllo delle nascite era formalmente vietato dal Codice Rocco che lo considerava un “attentato all’integrità della stirpe“.

Quale considerazione avesse il fascismo delle donne – messa in pratica attraverso una serie di leggi che limitarono le loro possibilità dalla sfera lavorativa a quella dell’istruzione – lo spiega bene “Politica della Famiglia” del teorico fascista Loffredo,

La donna deve ritornare sotto al sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica: per far questo consiglia agli Stati di vietare l’istruzione professionale delle donne, e di concedere soltanto quell’istruzione che ne faccia “un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa”.

Nel 1919, era stata abolita l’autorizzazione maritale, permettendo alle donne di guadagnare l’emancipazione giuridica. Il Codice di Famiglia, però, fu inasprito dal fascismo e le donne furono poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito. Il nuovo Codice Penale confermò tutte le norme contrarie alle donne, aggiungendo l’art. 587, grazie a cui venne istituito il delitto d’onore.

Le donne, però, non smisero di lottare, e si unirono alle file della Resistenza: secondo il CNL-Alta Italia ci furono 75.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa, 35.000 partigiane, 4563 tra arrestate torturate e condannate, 623 fucilate e cadute, 2750 deportate, 512 Commissarie di guerra, 15 decorate con Medaglia d’Oro. Le donne rappresentarono circa il 20% dei partigiani – tra cui le celebri “staffette” – senza contare il loro ruolo tra fiancheggiatori.

1945, il suffragio e l’uguaglianza formale

Il 1° febbraio del 1945, su proposta di Togliatti e De Gasperi, venne finalmente concesso il voto alle donne, sebbene non a tutte: le prostituite, infatti, erano ancora escluse dal voto.

Le donne al voto: la storia della conquista del suffragio universale femminile

Con l’entrata in vigore della Costituzione il 1 gennaio 1948 venne garantita l’uguaglianza formale fra i due sessi, stabilità dall’articolo 3. Nonostante questo, rimasero in vigore le norme del Codice della Famiglia e del Codice Penale, che continuavano a sancire una disuguaglianza di fatto che sarebbe durata ancora per decenni.

Con l’elezione del primo Parlamento della storia repubblicana, vennero elette 45 donne alla Camera (7,1%) e 4 in Senato (1,2%), Lina Merlin diviene la prima Senatrice in tutta la storia d’Italia.

Gli anni ’50 e ’60

Anche se mancano ancora diversi anni alla seconda ondata femminista, il cammino dell’emancipazione femminile riacquista vigore negli anni ’50 e ’60.
Nel 1950 la legge vieta di licenziare le lavoratrici durante il periodo di gestazione e durante le 8 settimane di astensione obbligatoria dal lavoro dopo il parto. I datori di lavoro, inoltre, sono obbligati a istituire le “camere di allattamento”.

Nel 1951 viene nominata la prima donna in un governo, la democristiana Angela Cingolani, sottosegretaria all’Industria e al Commercio e nel ’58 viene approvata la legge Merlin, che sancisce la fine delle case chiuse. Un anno più tardi nasce il Corpo di polizia femminile, con compiti sulle donne e i minori, e nel 1960 viene stabilità per legge la parità salariale. Nel 1961 per le donne si aprono le porte del corpo diplomatico e della magistratura.

Le prevaricazioni, gli abusi e i pregiudizi che ancora caratterizzano la società italiana nei confronti delle donne, però, non accennano ad attenuarsi e, anzi, vengono raccontati dalle dirette interessate in un libro uscito del 1959 e subito oggetto di scandalo: Le Italiane si confessano, di Gabriella Parca.

Le italiane si confessano

Le italiane si confessano

In questo libro del 1959 Gabriella Parca affida alle donne di ogni strato sociale il compito di raccontare i rapporti con l’altro sesso, i ricatti subiti, le prevaricazioni, ma anche i pregiudizi. Non a caso rappresentò un caso letterario scandaloso. continua su: https://www.robadadonne.it/183087/emancipazione-femminile-10-tappe/ Roba da Donne
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Il ’68

Alla fine degli anni ’60, l’onda lunga della seconda ondata femminista e del movimento di protesta globale colpisce anche l’Italia.
Alcuni gruppi femministi si staccano dal movimento studentesco – nel quale la disparità con i colleghi maschi era ancora molto forte – mentre nei primi anni ’70 nasce il Movimento di liberazione della donna (MDL), con lo scopo di informare sui mezzi anticoncezionali anche nelle scuole e ottenere la loro distribuzione gratuita, liberalizzare e legalizzare l’aborto, creare asili nido, e si prefigge di raggiungere questi obiettivi attraverso la disobbedienza civile.

Anni ’70 e diritto di famiglia

Il decennio degli anni ’70 è stato probabilmente quello che ha visto il maggior numero di successi nella battaglia per l’emancipazione delle donne.

Nel 1970 era stato concesso il divorzio, conquista ribadita con la vittoria dei no al referendum del 1974 che ne chiedeva l’abrogazione. Il 1975 è l’anno della riforma del diritto di famiglia, che garantisce finalmente la parità legale fra i coniugi e la possibilità della comunione dei beni. Solo nel 1981, con la  con la legge n. 442 del 10 agosto, viene infine abolito il delitto d’onore.

Gli anni ’70, però, sono anche quelli della battaglia – e della vittoria – per un altri diritto fondamentale: l’aborto. Già nel 1974 era stata lanciata la prima raccolta di firme per un referendum abrogativo al fine di legalizzarlo, ma non vennero raggiunte le 500.0000 firme necessarie.

Un anno più tardi, mentre Emma Bonino e membri del CISA si autodenunciavano per aver praticato aborti clandestini, vennero finalmente raccolte oltre 800.000 firme per un nuovo referendum abrogativo. Prima che i cittadini  andassero alle urne, però, il Parlamento approva, nel 1977, una legge sulla legalizzazione dell’aborto, la famosa Legge 194 ancora oggi in vigore.

Il 1979, però, segna anche il primo riconoscimento femminile nel mondo politico: Nilde Iotti viene eletta Presidente della Camera, prima donna a ricoprire questa carica, che occuperà per 3 mandati e oltre 12 anni.

Gli anni ’90 e il nuovo millennio

Negli anni in cui il femminismo sembra sparire più sottotraccia, non si fermano però le conquiste. Sempre più donne ricoprono ruoli istituzionali precedentemente riservati agli uomini e anche sul fronte legislativo ci sono dei sensibili passi avanti.

Nel febbraio 1996 il Governo Dini introduce il reato di violenza sulle donne, trasformandola in un reato contro la persona e non più contro la morale. Tre anni dopo, sotto il Governo D’Alema I, per la prima volta le donne possono arruolarsi nell’esercito italiano, l’unico di un paese membro della NATO a non consentire ancora l’accesso di soldatesse nei suoi ranghi.

Solo nel 2007 sono state rese illegali le cosiddette “dimissioni in bianco”, mentre si è dovuto aspettare il 2009, per la legge che tutela le donne vittime di “stalking” da parte degli uomini addirittura l’agosto 2013 per la legge specifica sul femminicidio.
Con la legge sulle unioni civili, finalmente le coppie dello stesso sesso ottengono un primo, seppur insufficiente, riconoscimento giuridico, così come le dei diritti delle donne conviventi al fuori dell’istituto matrimoniale.

Il 19 luglio 2019 il Senato italiano ha approvato il cosiddetto “Codice Rosso“, una serie di leggi in difesa delle vittime di violenza domestica e di genere, e contro il fenomeno del revenge porn.

L’emancipazione femminile in Italia

Quello che emerge già da queste tappe essenziali è come la storia dell’emancipazione femminile in Italia – così come è accaduto per la storia del femminismo italiano – in parte si sia allineata e in parte allontana da quella globale. Se le grandi ondate dell’emancipazione delle donne hanno certamente influenzato anche la storia del nostro Paese, infatti, le caratteristiche particolari della società italiana, le sue leggi e la specificità della sua storia – basti pensare al ventennio fascista – hanno impresso un corso unico e particolare al cammino dell’emancipazione nel nostro paese.

Un grande cammino collettivo che si è sviluppato nelle piazze, dentro e fuori le aule del parlamento e dei tribunali, nei collettivi e nei gruppi di autocoscienza, ma anche nel mondo della scienza, dell’arte e dello spettacolo, grazie a figure che si sono spese in prima persona per affermare la libertà, i diritti e l’emancipazione delle donne, e che ha riguardato non solo la possibilità di lavorare, votare e avere gli stessi diritti degli uomini, ma anche di poter essere libere di fare del proprio corpo quello che si desidera. Un cammino che, però, decisamente, non si è ancora concluso.

L’emancipazione femminile oggi: dove siamo

Non si può negare che la battaglia per l’emancipazione femminile abbia ottenuto grandi successi e che, guardandoci indietro, la condizione femminile sia oggi superiore a quanto sia mai stata.
Questo, però, non basta e molti passi ancora sono da fare per ottenere la vera parità.

Dal gender pay gap che – nonostante una direttiva europea addirittura del 1975 – rimane fortissimo in molti paesi, soprattutto il nostro, alla mancata presenza femminile non solo in posizioni apicali delle istituzioni ma anche all’interno del tessuto politico e culturale – vi dicono niente le parole manel e #tuttimaschi? – sono moltissimi gli esempi di disuguaglianze ancora da superare anche in quei paesi che si vantano del proprio grado di civiltà, e che però non sono che una parte di un mondo che relega ancora le donne in uno stato di subalternità.

È quindi necessario non solo continuare a battersi per ottenere la piena uguaglianza e abbattere tutti i soffitti di vetro che ancora relegano le donne in una posizione di inferiorità, ma anche ricordare che a ogni latitudine sentiamo ogni giorno fatti di cronaca che hanno per protagoniste donne maltrattate, abusate, addirittura uccise e che ancora oggi, in tantissimi paesi, alle ragazze giovanissime non è permesso frequentare la scuola, ricevere la giusta istruzione e formazione, scegliere quando e con chi sposarsi, mentre sono ancora realtà orrori come le mutilazioni genitali e i matrimoni combinati, che riguardano troppo spesso spose-bambine.

Articolo originale pubblicato il 7 Luglio 2021

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