Victim blaming e condivisione non consensuale di materiale intimo: parliamone

Non stiamo parlando di istintualità sessuale e animale del maschio verso la femmina: stiamo parlando di un gioco di ruoli e di imposizione di forza, di un meccanismo culturale che non salva nessuna, che sia vestita, che sia nuda, che sia moglie o che sia l'avventura di una notte.

Nelle precedenti puntate di questa mia parte di rubrica abbiamo analizzato insieme la peculiarità del significato morale connesso ai corpi femminili.

Già, perché dalla notte dei tempi, dal peccato originale fino ai giorni nostri, la donna deve assicurarsi di non assumere atteggiamenti che possano renderla svalutabile agli occhi altrui.

La cosa curiosa è, come vedevamo appunto due settimane fa, che a parità di situazione all’uomo non è richiesta la stessa cura: si chiama appunto “doppio standard” ed esiste per assicurare un diritto di prevaricazione su chi si allontana dal famoso senso comune di stampo patriarcale.

Ma la realtà dei fatti è ben più complessa di così. Se infatti da un lato ci è richiesto un costante monitoraggio dei nostri corpi -in termini di decoro, bellezza, piacevolezza, eleganza, spazio occupato- dall’altro ci viene ricordato da secoli e tramite ogni media e fonte di apprendimento secondaria (dall’arte alla tv passando per gli spot pubblicitari e i giornali) che la donna può sempre essere un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.

Questo pensiero viene sorretto da una serie di stereotipi (già, sempre loro) che creano uno squilibrio tra i generi, individuando una gerarchia di potere, in cui uno (quello maschile) dispone degli altri.

Il meccanismo che ho appena descritto è proprio la base della violenza di genere ed è un punto molto importante da tenere a mente: le donne vengono abusate perché un sistema di stereotipi antico e radicato ci ha fatto pensare di poter disporre dei corpi femminili. È un atteggiamento così solido da essere ormai impercettibile e difficilmente riconoscibile nella quotidianità: pensiamo ai commenti spinti e volgari sotto alle foto dei social media a cui ci hanno abituato, alle critiche sul modo di vestire di una vip che sembrano quasi doverose da fare fino ad arrivare al fischio per strada, che viene messo in preventivo da ogni donna ogni giorno. Sono tutti metodi che sottolineano e sottintendono la disponibilità del corpo delle donne e che ribadiscono un gioco-forza a suo svantaggio, in cui non solo è parte lesa ma anche colpevole al tempo stesso di aver scatenato tale reazione. Come? Semplicemente esistendo.

Questo meccanismo è ben evidente nel fenomeno della condivisione non consensuale di materiale intimo, banalmente ribattezzato “revenge porn” anche se non ha niente da rivendicare e soprattutto niente a che vedere con il porno.

Sicuri che il caso della maestra sia "revenge porn"? Il nome da usare è un altro

Il fenomeno della NCII (Non consensual intimate images, sigla ben più appropriata per individuare questo reato disciplinato dall’articolo 612 ter c.p. ribattezzato “Codice Rosso”) consiste nella divulgazione tra due o più persone di immagini intime di terze parti senza il loro consenso. È un atteggiamento che colpisce nel 90% dei casi le donne ma anche gli uomini e le persone non binarie sono sempre più vittime di questo reato.

Il “movente” che è dietro a questo atteggiamento culturale criminoso è proprio quello del poter disporre dei corpi altrui senza consenso e senza esplicita richiesta: è infatti un atto di forza per rimarcare la “mascolinità performativa” e per ribadire il senso di possesso che si ha su un partner o anche su una foto di una sconosciuta vista su internet (le famose chat di Telegram infatti pullulano di foto di ragazze e minorenni in costume in spiaggia o anche di primi piani del volto: viene usato tutto, rendendo chiunque una potenziale vittima, non solo chi fa del sexting con il proprio fidanzato: il punto non è il sesso ma il gioco di potere e prevaricazione, alimentando allo stesso tempo la logica di branco).

Un caso eclatante che spiega chiaramente questa fattispecie di reato nella sua accezione più pura è la storia di Tiziana Cantone, che ormai conosciamo bene: Cantone vide divulgato un suo video intimo che divenne ben presto virale, segnando la sua vita in modo definitivo, allontanandola da lavoro e costringendola a cambiare non solo città ma anche regione, fino al triste epilogo che le è costato la vita.

Perché i veri assassini di Tiziana Cantone siamo tutti noi

Già, perché incredibilmente nessuno prese le difese di Cantone condannando l’uomo che le ha massacrato l’esistenza. L’opinione pubblica si schierò infatti chiarissimamente dalla parte opposta, condannando la condotta ritenuta poco “seria” della vittima, che avrebbe istigato e provocato il reato da ella stessa subito. È come se in un caso di frode colpevolizzassimo la persona derubata e non chi ruba: questo atteggiamento si chiama Victim Blaming e serve proprio per sminuire la colpa e la responsabilità che hanno i veri colpevoli per far passare il caso come isolato e non sistemico e culturale -come invece è-.

Il victim blaming nei casi di condivisione non consensuale di materiale intimo è evidente, manifesto e molto poco sottile. Questo avviene perché da un lato la società sessista ci insegna che una donna è di poca morale se si spoglia o se ha una sessualità consapevole e dall’altro perché fa leva sul concetto di donna-oggetto, ovvero donna che si mostra solo per farsi ammirare.

Indubbiamente entrambe le cose sono più che false poiché, come abbiamo già ripetuto, la morale non passa dai corpi bensì dalle virtù e nessun crimine è giustificabile con la colpevolizzazione della vittima: anche se una donna si mostra per farsi apprezzare dallo sguardo maschile non c’è niente di malvagio e tantomeno non vi è alcun tacito invito ad abusare della sua immagine negandole il consenso.

Sono consapevole che sia rassicurante continuare a pensare che ci siano un “bene” e un “male” collegabili al corpo delle donne in modo tale da farci sentire al sicuro, ma la verità è che queste cose succedono anche a chi non posta foto in costume, non fa sesso o non ha accesso ai social media perché non stiamo parlando di istintualità sessuale e animale del maschio verso la femmina: stiamo parlando di un gioco di ruoli e di imposizione di forza, di un meccanismo culturale che non salva nessuna, che sia vestita, che sia nuda, che sia moglie o che sia l’avventura di una notte.

Finché non colpevolizzeremo responsabilizzando unicamente la parte giusta, ovvero quella che commette il reato, non muterà niente. E continueremo a tacciare di bassa moralità donne che invece hanno bisogno di tutta la nostra voce per essere protette da un sistema che ci mette costantemente a rischio, nessuna esclusa. Neanche tu.

 

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