Perché dobbiamo tornare a parlare di Cloe Bianco

No, la morte di Cloe non è un caso isolato, non è la rabbia di un momento, non è il triste epilogo di storie personali: è un copione che si ripete sempre uguale e la matrice è transfobica e la responsabilità è sociale. La colpa non è del “mostro” che ha ucciso, non è del “raptus” che ha fatto suicidare Cloe. La colpa è della società, del modo in cui la società parla delle persone transgender, di come le considera, di come le tratta, di come le esclude.

La morte della professoressa Cloe Bianco, donna transgender di 58 anni, ha lasciato gran parte della comunità lgbtqia* e non solo senza parole.
La decisione drastica di Cloe di togliersi la vita, dandosi fuoco nel suo camper, riguarda tutti e tutte noi e non possiamo chiudere gli occhi davanti a quelle che sono le nostre responsabilità sociali.

Dopo aver ottenuto l’impiego come insegnate di ruolo, Cloe aveva deciso di fare coming out come donna transgender, nella speranza di poter vivere liberamente la propria identità di genere ed essere di arricchimento per i suoi alunni e alunne.
Quello che è accaduto a Cloe invece è terribile: è stata allontanata dall’insegnamento, sospesa dal suo lavoro, fatta regredire a un mero lavoro di segreteria e successivamente umiliata sui social da professori o figure politiche della sua città.

Cloe ha vissuto, purtroppo, quello che vivono migliaia di persone transgender ogni giorno, ovvero l’allontanamento, la solitudine, l’esclusione dal contesto lavorativo, scolastico e sociale. Cloe, sentendosi fuori luogo in un contesto altamente tossico e trans-escludente, si è sentita messa all’angolo e ha trovato un’unica via d’uscita al dramma. Ma perché è successo tutto questo? È davvero una tragedia, un caso isolato, come decantano le maggiori testate giornalistiche negli ultimi giorni?

Perché si deve parlare di omobitransfobia

No, la morte di Cloe Bianco non è un caso isolato ed è arrivato il momento che qualcuno si prenda la responsabilità e ne paghi care le conseguenze.
Cloe è stata uccisa dallo Stato che, da anni ormai, non fa nulla per tutelare le persone transgender, è stata uccisa da quei parlamentari che hanno gioito per l’affossamento del DDL Zan, è stata uccisa sopratutto dalle parole apparse sui social in cui si legge che «con parrucca bionda, seno finto e minigonna non si va a scuola, ma da un’altra parte. Questa persona non può insegnare così».

Cloe non era e non sarà mai, neanche dopo la sua morte, un uomo in gonna e tacchi, un travestito, come ho letto su qualche giornale. Cloe era e rimarrà una donna transgender a cui è stata negata una vita dignitosa e a cui non è stato permesso di esercitare il proprio diritto all’identità e all’autodeterminazione.

L‘International Planned Parenthood Federation (IPPF) si è basata sui diritti umani per definire in maniera sistematica e dettagliata i diritti sessuali. Nella Dichiarazione dell’IPPF del 2008, i diritti sessuali vengono declinati in 10 articoli:

* Il diritto alla parità
* Il diritto alla partecipazione
* Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza
* Il diritto al rispetto della vita privata
* Il diritto all’autodeterminazione personale
* Il diritto alla libertà di pensiero e di opinione
* Il diritto alla salute
* Il diritto all’educazione e all’informazione
* Il diritto di scegliere se sposarsi e/ o costituire una famiglia
* Il diritto all’applicazione dei principi di responsabilità e riparazione

No, la morte di Cloe non è un caso isolato, non è la rabbia di un momento, non è il triste epilogo di storie personali: è un copione che si ripete sempre uguale e la matrice è transfobica e la responsabilità è sociale.

La colpa non è del “mostro” che ha ucciso, non è del “raptus” che ha fatto suicidare Cloe. La colpa è della società, del modo in cui la società parla delle persone transgender, di come le considera, di come le tratta, di come le esclude.

Le persone transgender sono altro anche quando muoiono e non sono più persone: diventano il transessuale, la trans, il travestito, la femmina-maschio e tante altre oscenità. Non c’è rispetto neanche dopo la morte: i giornalisti non hanno rimorsi nel fare deadnaming, misgendering o prendere foto pre-transizione pur di fare notizia.

Cos'è il dead name e perché è importante chiamare le persone trans col loro nome

Una cultura trans-escludente, una società trans-escludente, non può sorprendersi e piangere amaramente quando una persona transgender viene tragicamente uccisa o si suicida.

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  • Femminismo e femminist*