Diritti delle donne in Italia e nel mondo: il calendario delle conquiste

A che punto sono i diritti delle donne? Abbiamo provato a ripercorrere le tappe principali delle conquiste femminili, in Italia e nel mondo, prima di capire quanta strada c'è ancora da fare per parlare di uguaglianza di genere.

Diritti e donne. Due parole che per lungo tempo hanno avuto davvero ben poco a che fare l’una con l’altra. Tutta colpa di un sistema, quello patriarcale, ben radicato nel tessuto sociale e culturale dell’umanità, che ha permesso agli uomini di essere per secoli gli unici detentori di poteri e privilegi invisi all'”altra metà del cielo”.

Le donne sono state, era dopo era, semplici “suppellettili” di cui gli uomini potevano disporre per fare affari, trovare accordi, proprietà da passare dal pater familias al marito, o semplicemente identità senza voce in capitolo sulla vita familiare, o economica e politica della propria comunità di appartenenza.

Con rare eccezioni (di Giovanna D’Arco, nella storia, ce ne sono state ben poche), abbiamo dovuto praticamente aspettare il XIX secolo per vedere le donne muovere i primi passi verso una richiesta legittima di emancipazione e autodeterminazione, che le coinvolgesse sotto ogni punto di vista, sia nella sfera pubblica che in quella privata, e le prime, poche conquiste raggiunte – come l’accesso alla facolta di Medicina pur con tutti i limiti dell’epoca, tanto per citarne una – sono state salutate come un segnale importantissimo per un cambiamento che stava maturando.

Il lavoro delle suffragette è stato di immenso valore per portare alla ribalta il tema del suffragio universale, ad esempio, ma l’opera di Emmeline Pankhurst e delle altre ha avuto bisogno di moltissime implementazioni, soprattutto sul piano del diritto di famiglia, per il quale si è dovuto aspettare il secolo successivo.

La situazione è definitivamente cambiata dopo la Seconda guerra mondiale, durante la quale peraltro le donne avevano egregiamente sostituito gli uomini, impegnati al fronte, al lavoro, quando anche la neonata ONU si rese conto dell’importanza di riconoscere una sacrosanta parità di genere, aprendo opportunità diverse all’universo femminile.

La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo

Con la nascita delle Nazioni Unite, nel 1945, la questione femminile ha senza dubbio assunto una rilevanza senza precedenti a livello internazionale, tanto che la Carta ONU afferma esplicitamente

la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne

Mentre l’articolo 13 introduce

il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua e di religione.

Nel 1948 la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancisce il principio di non discriminazione in base al sesso, ma solo con la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw) del 1979 si arriverà ad avere una definizione totale e completa del concetto di discriminazione di genere.

Per quanto riguarda il nostro Paese, il ventennio fascista e la forte ingerenza cattolica nella vita familiare ha lasciato in sospeso moltissime tematiche che solo a partire dagli anni ’70 sono state finalmente rivolte, in favore delle donne. Ma ci sono ancora oggi molti punti in sospeso che varrebbe la pena di trattare in maniera più approfondita, mentre nel mondo la questione dei diritti femminili presenta ancora drastiche urgenze e problematiche che non possono essere ignorate.

I diritti delle donne e la parità di genere

diritti delle donne
Fonte: Rai Storia

Il cammino verso l’emancipazione femminile ha attraversato alcune tappe fondamentali più o meno in tutti gli Stati del mondo occidentale: dal diritto di voto a quello all’aborto, il percorso delle libertà delle donne è stato più o meno uniforme in ogni Paese dell’Europa e negli Stati Uniti, anche se le conquiste sono avvenute in anni diversi, e nonostante oggi, a distanza di cinquanta o sessant’anni da quei traguardi, alcuni rigurgiti conservatori stiano cercando di negarli nuovamente.

Ma qual è stato l’andamento di questo tortuoso tragitto verso l’autodeterminazione?

In Italia

Il percorso per l’accesso ad alcuni diritti fondamentali per le donne italiane è stato sicuramente complesso e reso tortuoso sia dal ventennio fascista, interamente basato sull’ideale di famiglia patriarcale, sia dall’ingerenza della Chiesa su molte questioni inerenti la famiglia e il diritto all’autodeterminazione.

Il Codice Rocco del 1930 e il Codice Civile, datato 1942, riflettevano in pieno la mentalità maschilista e ultracattolica, relegando le donne al mero ruolo di angeli del focolare, nonostante l’enorme contributo che la popolazione femminile aveva dato nel lavoro durante la guerra.

La prima legge, dopo la fine del fascismo, emanata dal governo Bonomi in favore delle donne italiane venne approvata il 31 gennaio del 1945, e riguardava l’elettorato attivo, ovvero la possibilità per le donne di votare. Ma fu solo nel 1946, il 10 marzo, che venne introdotto l’elettorato passivo, ovvero l’eleggibilità per le donne, in concomitanza con la preparazione del referendum del 2 giugno, che avrebbe sancito l’entrata in vigore della Repubblica.

Dal punto di vista lavorativo la legge 26 agosto 1950 n. 860, “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”, garantisce i primi e più importanti diritti alle mamme che lavorano, cercando di arginare il problema dei licenziamenti femminili, applicandosi, come si legge

alle lavoratrici gestanti e puerpere che prestano la loro opera alle di privati datori di lavoro, comprese le lavoratrici dell’agricoltura, (…), nonché a quelle dipendenti dagli uffici o dalle aziende dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti pubblici e Società Cooperativistiche anche se socie di queste ultime.

Bisognerà aspettare invece il decennio successivo per avere altre importanti riforme sul piano lavorativo: nel 1963 viene infatti istituita la pensione sociale per le casalinghe, e viene promulgata la legge, n. 27 del 30 gennaio, che rende illegittimo il licenziamento della donna che ha contratto matrimonio. In quello stesso anno, inoltre, viene sancito l’ingresso delle donne in magistratura.

Ciononostante, nel 1964, primo anno di rallentamento economico dopo il boom del dopoguerra, le lavoratrici italiane erano appena 5 milioni e mezzo, meno della metà degli uomini, ed erano ancora considerate lavoratrici “d’emergenza”, da impiegare, come era accaduto durante il secondo conflitto mondiale, laddove la popolazione maschile fosse impossibilitata.

In concomitanza con la frenata economica venne licenziato un milione di lavoratrici, a dimostrazione del fatto che, dal punto di vista professionale, le donne non erano ancora giudicate “indispensabili”.

E dire che il diritto al lavoro femminile è sancito anche per Costituzione, all’articolo 37:

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Nel 1971 si hanno le prime “leggi donne”, una serie di normative che offrono maggiori tutele alle mamme lavoratrici, garantiscono il congedo obbligatorio pre e post parto, e istituiscono gli asili nido comunali.

La dignità delle donne: legge Merlin e diritto di famiglia

Sotto questo profilo la legge Merlin che, nel 1958, ha eliminato le case chiuse ha rappresentato un primo passo verso il riconoscimento della dignità femminile, togliendo la prostituzione dalla legalità. Ma anche qui la strada per raggiungere dei diritti fondamentali è stata lunga e complicata, fatta di molte battute d’arresto e di ostacoli, soprattutto dalle frange conservatrici del Parlamento.

Per capire quanto la disparità fra i generi fosse insita nel tessuto sociale e culturale italiano, basti pensare che nel 1968 era ancora prevista una pena detentiva di due anni per le donne condannate per adulterio, mentre per l’uomo non esisteva una simile condanna. Le grandi rivoluzioni giovanili di fine decennio furono però anche l’input necessario per molti collettivi femminili, che trovarono forza per reclamare alcuni diritti imprescindibili. Ad esempio, quello di divorziare.

L’iter per legalizzare il divorzio era iniziato già negli anni ’60, e l’opinione popolare in merito era equamente divisa, come si può ben vedere nei Comizi d’amore firmati da Pierpaolo Pasolini, ad esempio; la separazione era prevista solo in pochissimi casi, e interpretata in maniera del tutto restrittiva, perciò si cercò prima di tutto di allargare le ipotesi per richiederla.

Nel 1965 il parlamentare socialista Loris Fortuna presentò la prima vera proposta di legge sul divorzio, che però verrà concretizzata solo nel 1970, approvata con i 319 voti favorevoli della Camera (e 286 contrari), resistendo anche al referendum abrogativo del 1974, in cui a votare “no”, e quindi contro l’abrogazione della legge, furono 19 milioni di italiani (59,3% contro il 40,7%).

Si dovrà invece attendere il 1975 per avere la riforma del diritto di famiglia, riscritto, fra gli altri, anche da Nilde Iotti, che confermerà la parità tra coniugi, ponendo di fatto fine al sistema patriarcale.

Alcuni strascichi, tuttavia, verranno eliminati definitivamente solo nel 1981, con l’abolizione del matrimonio riparatore e del delitto d’onore.

L’emancipazione sessuale

Quella per la libertà sessuale è stata un’altra grande battaglia delle donne italiane, che ha però trovato il suo culmine verso la metà degli anni ’70: prima di tutto con la sentenza storica della Corte di Cassazione che, proprio in quegli anni, depenalizzò la pillola contraccettiva, prima prescritta solo in casi eccezionali, rendendola legale, poi con l’istituzione, nel ’75, dei consultori familiari, e infine con la legge 194/1978 che ha legalizzato l’aborto in Italia. Altra legge sottoposta a referendum abrogativo, respinto con il 68% di no nel 1980.

Nel mondo occidentale

Nel resto d’Europa della questione femminile si è iniziato a parlare fin dall’Illuminismo, con alcuni filosofi, fra cui D’Holbach, Condorcet, Voltaire, che erano fortissimi sostenitori dell’uguaglianza fra sessi. Le donne, del resto, sono al fianco degli uomini sia durante la presa della Bastiglia, che all’assalto alle Tuileries del 1792, e anche nell’ottobre 1789 sono le prime a mobilitarsi e a marciare su Versailles, seguite dalla guardia nazionale.

Con la guerra sostituiscono gli uomini nelle fabbriche e nei laboratori, ed è solo l’Assemblea legislativa a negare loro la richiesta di essere arruolate nell’esercito per difendere la propria patria.

Nel 1793 le repubblicane di Parigi chiedono che a tutte le donne sia fatto obbligo di portare la coccarda, simbolo della rivoluzione e diritto alla cittadinanza.

Nel secolo successivo il dibattito si sposta anche negli Stati Uniti: a pronunciarsi per l’uguaglianza sono, ad esempio, William Godwin e sua moglie Mary Wollstonecraft, che inizierà il movimento femminista. In Inghilterra, invece, durante il regno della regina Vittoria la donna visse solo come rappresentazione dell’essere angelicato, con diritti pari a quelli dei figli, ovvero praticamente nulli: nessun diritto al voto, né alla proprietà e nemmeno di citare in giudizio qualcuno.

Il primo traguardo veramente importante per le donne fu il conseguimento del diritto di voto, per il quale si batterono le suffragette. In seguito ai conflitti mondiali crebbero anche i loro diritti nel mondo del lavoro, e moltissimi Paesi, nei decenni più recenti, hanno approvato via via le varie leggi sui divorzi o sulla Ivg, con qualche eccezione (come Malta o San Marino, dove l’aborto resta tuttora illegale).

Nel resto del mondo

Se in Occidente la lotta per i diritti non è finita, ma ha senz’altro compiuto passi da gigante, in altri Paesi del mondo esistono ancora concezioni arcaiche della figura femminile, che è perciò privata spesso anche dei più basilari diritti.

In Arabia Saudita, Paese storicamente contrario all’emancipazione femminile, solo nel 2018 le donne hanno potuto mettersi per la prima volta nella storia al volante di un’automobile; un anno più tardi, in un altro Paese ultraconservatore, l’Iran, le donne hanno potuto seguire una partita di calcio allo stadio, dopo 40 anni.

Alcune nazioni, come il Marocco e la Malesia, permettono progressi solo alle fasce benestanti della popolazione, in termini anche di parità di genere, escludendo quindi coloro che fanno parte della popolazione meno abbiente e istruita.

In Afghanistan, dopo la sconfitta dei talebani nel 2002, il rinnovamento del Paese sta cercando progressivamente di includere anche le donne, che durante il regime hanno perso i diritti di cui godevano prima; più difficile è la situazione delle donne nei Paesi islamici africani, come il Mali, la Mauritania, il Sudan, il Ciad, la Somalia, dato che le donne dipendono totalmente dalla volontà degli uomini, padri o mariti che siano.

Non possiamo dimenticare che in alcuni Paesi vigeva, o vige tuttora, la pena di morte per le adultere (mentre agli uomini non è riservata la condanna a morte), che i dati sui matrimoni con spose bambine sono, nonostante il calo degli ultimi anni, terribilmente alti, e che la piaga delle mutilazione genitali femminili è tutt’altro che esaurita.

In Asia le donne hanno ancora limiti nell’accesso al mondo del lavoro, della ricerca e della politica, e nella cultura cinese legata alle comunità rurali la donna può solo occuparsi di casa e figli.

La situazione oggi

diritti delle donne
Fonte: web

Negli ultimi anni la questione dei diritti delle donne, che necessita ancora di lavoro, è diventato rilevante anche all’interno del processo normativo sia in seno all’ONU che all’interno di organizzazione come il Consiglio d’Europa che, il 7 marzo 2018, ha adottato la nuova Strategia del Consiglio d’Europa per la parità tra donne e uomini 2018-2023, tramite cui si cercherà di raggiungere la parità di genere affrontando determinate aree strategiche, ovvero:

  • Prevenzione degli stereotipi basati sul genere e il sessismo.
  • Prevenzione della violenza contro le donne e la violenza domestica.
  • Garantire alle donne equo accesso alla giustizia.
  • Raggiungimento di un equilibrio di donne e uomini nei processi decisionali politici e pubblici.
  • Protezione dei diritti delle donne e delle ragazze migranti, rifugiate e richiedenti asilo.
  • Raggiungimento del mainstreaming di genere in tutte le politiche e misure.

La strategia, presentata durante la conferenza “Verso un’uguaglianza di genere” organizzata a Copenaghen, ha in realtà il duplice scopo di implementare il ruolo femminile in sede di lavoro, accessibilità alle carriere e tutela, ma anche di garantire i diritti dei padri, ad esempio.

A titolo esemplificativo, oggi come oggi, in Europa, non è presente un provvedimento comunitario che regoli il congedo di paternità, che può perciò essere gestito singolarmente da ogni Stato (e il congedo varia tra 1 e 64 giorni). Solo in 23 degli Stati membri il congedo di paternità è previsto, e appena in 17 questo è pari al 100% del reddito precedente.

È chiaro, quindi, che avanzamenti debbano esserci da ambo le parti; in particolare, è importante ridiscutere il tema del lavoro femminile, che allo stato attuale delle cose è sempre meno retribuito rispetto a quello maschile. Nell’indice Eurostat, che tiene conto del numero di ore lavorate sulla retribuzione mensile lorda, stilato nel gennaio 2020, ad esempio, in Italia risulta esserci una differenza in busta paga fra uomo e donna sale al 23,7 % contro una media europea del 29,6 %. Senza contare le difficoltà per il rientro nel mondo del lavoro post maternità, e la presenza stessa di domande “scomode” ai colloqui.

Aspetto ancor più importante, se possibile, è quello che riguarda la violenza sulle donne, piaga diffusa a livello mondiale; leggiamo dal sito di ActionAid:

In tutto il mondo, si stima che circa il 35% delle donne abbia subito violenza, sessuale e non, almeno una volta nella vita. Nel 38% dei casi di omicidi di donne, il colpevole è il partner.

Quasi tutti i Paesi del mondo si sono dotati di una propria normativa sullo stalking, ad esempio (che ovviamente può riguardare entrambi i generi), mentre in Italia è entrato in vigore il Codice Rosso, ovvero la Legge 19 luglio 2019, n. 69 recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere“, che si è rivelata una misura importante, ma chiaramente non definitiva rispetto alla questione dei femminicidi o della violenza di genere.

A livello europeo è in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 proprio al fine di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime e impedire l’impunità dei colpevoli, firmata da 32 Paesi.

L’articolo 4 della Convenzione vieta le forme di discriminazione basate su sesso, genere, colore, lingua, religione, opinioni politiche o di qualsiasi altro tipo, ma anche sull’orientamento sessuale, o sull’identità di genere, sullo status di migrante o di rifugiato. Ciononostante, la strada da fare sembra ancora lunga, e l’idea è che, se tanti traguardi sono stati raggiunti, questo non è certo il momento per mollare la presa.

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