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"Se solo fossi un maschio": le parole del padre a Emmeline Pankhurst

Una delle più famose esponenti del movimento delle suffragette, si è battuta per il diritto di voto alle donne: ecco la sua storia e la sua lotta contro la società patriarcale
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

“Non ci potrà mai essere una pace reale sulla terra finché alla donna, la metà materna della familia umana, non sarà data libertà nei consessi del mondo”: così, fin dalla prefazione della sua autobiografia La mia vita, Emmeline Pankhurst dichiarava il suo pensiero femminista. Inglese, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu il cuore, l’anima e soprattutto la voce del movimento femminista delle suffragette. Grazie alla sua instancabile lotta, le donne poterono finalmente conquistare il voto, anche se la strada verso il suffragio universale si dimostrò essere lastricata di insidie.

Fortunati sono quegli uomini e quelle donne che nascono in un’epoca in cui è in corso una grande battaglia per la libertà umana. Ed è una fortuna in più avere dei genitori che prendono parte ai grandi movimenti del loro tempo in prima persona. Io sono felice e riconoscente che questo sia stato il mio caso.

Emmeline Goulden Pankhurst nacque il 15 luglio 1858 in un sobborgo di Manchester, ma per tutta la sua vita raccontò di essere nata un giorno prima, nell’anniversario della presa della Bastiglia. Si sentiva infatti molto vicina alle donne che durante la rivoluzione francese si erano ribellate, combattendo in prima linea. “Ho sempre pensato che il fatto di essere nata in quel giorno abbia avuto una qualche influenza sulla mia vita“, disse poi, e sicuramente la sua biografia lo dimostra.

L’attivismo era una passione di famiglia: sua madre Sophia poteva annoverare tra i suoi avi alcuni uomini responsabili di disordini sull’isola di Man, la sua terra d’origine, oltre che il primo paese a concedere alle donne il diritto di voto nelle elezioni nazionali del 1881. Suo padre Robert era figlio di due commercianti molti attivi politicamente, che avevano protestato contro alcune leggi impopolari, ed era impegnato nel consiglio comunale.

Avida lettrice, Emmeline si innamorò fin da piccola del libro La capanna dello zio Tom, scritto nel 1852 da Harriet Beecher Stowe, e si avvicinò alla causa dell’abolizionismo della schiavitù negli Stati Uniti. Diversamente dai fratelli maschi, però, non poté beneficiare di un’educazione approfondita, dato che i genitori credevano che le ragazze dovessero imparare a badare alla casa, per poi trovare un marito e non dover lavorare.

“Che peccato che non sia un ragazzo”, le disse suo padre una sera, dandole la buonanotte. Pur sostenendo la lotta per il diritto al voto delle donne, pensava infatti che fosse impossibile per la figlia poter avere le stesse possibilità dei suoi coetanei maschi. E in un certo senso era vero, perché non c’erano le condizioni affinché ciò potesse accadere, ma Emmeline era nata per lottare per la parità.

Margaret Fuller, una delle prime donne a mantenere marito e figli

Margaret Fuller, una delle prime donne a mantenere marito e figli

Dopo il diploma e senza una dote, iniziò ad accettare il corteggiamento di Richard Pankhurst, un giovane avvocato che sosteneva il suffragio universale. Si sposarono nel 1879, entrambi consapevoli del fatto che lei non si sarebbe mai piegata alla vita da moglie e madre. Il matrimonio, però, era necessario per consentirle di partecipare attivamente alla vita politica del paese.

Già madre di tre femmine e un maschio, nel 1889 iniziò a ospitare a casa sua gli incontri della Women’s Franchise League, un gruppo di donne che sosteneva la parità di diritti e che per la prima volta accoglieva non solo donne sposate, ma anche nubili. Era solo l’inizio: pur derise dalla società e considerate radicali, perché sostenevano anche il divorzio, le donne si stavano esponendo senza paura di essere additate, e tutto per l’uguaglianza sociale.

Dopo la morte del marito, nel 1898, Emmeline Pankhurst si ritrovò sola con i suoi figli e con molte responsabilità sulle spalle. Nonostante ciò, non poteva rinunciare alla lotta ed era il momento di farsi avanti. Nel 1903, insieme ad altre donne, fondò la Women’s Social and Political Union e scese in piazza per raccoglie firme e fare comizi. Erano nate ufficialmente le suffragette.

Azioni dimostrative, non parole, doveva essere il nostro motto permanente.

Nonostante l’approccio inizialmente non violento, arrivarono le reazioni da parte delle istituzioni. Emmeline Pankhurst venne arrestata per la prima volta nel febbraio 1908, dopo aver tentato di fare irruzione nel Parlamento, e trattenuta in condizioni deplorevoli, in una sorta di “tortura civile di un confinamento solitario e in un silenzio assoluto”. In totale venne arrestata sette volte, ma ormai l’attenzione era stata attirata.

Seguirono pestaggi da parte delle forze dell’ordine, incendi dolosi, scioperi della fame, ma Emmeline dovette aspettare fino al 1918 per veder riconosciuto il diritto di voto alle donne. Morì dieci anni dopo, con il fisico debilitato da decenni di opposizione alla società patriarcale.

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