logo
Stai leggendo: Il “codice rosso” per contrastare la violenza sulle donne adesso è legge

Il “codice rosso” per contrastare la violenza sulle donne adesso è legge

Il Codice Rosso è legge. Ecco quali sono le novità più importanti introdotte dal ddl che vuole arginare la violenza sulle donne in Italia.

C’è il via libera definitivo del Senato al ddl Codice rosso, il provvedimento volto a tutelare le donne vittime di violenza nato dal lavoro  dell’associazione Doppia Difesa, in cui da anni sono impegnate Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno.

Il ddl ha incassato l’ok definitivo del Parlamento, ottenendo 197 sì (47 gli astenuti, fra cui Leu e Pd) e si aspetta solo che diventi legge, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Il Codice Rosso si è reso necessario per tentare di arginare quella che, a tutti gli effetti, è una strage senza fine, quella che ha per protagoniste le donne: violentate, maltrattate, picchiate e spesso, purtroppo, uccise.

Uno degli episodi più recenti è avvenuto a Savona, dove Deborah Ballesio è stata uccisa a colpi di pistola dall’ex marito, poi costituitosi, Domenico Massari; un movente diverso rispetto al “solito”, quello dei soldi, ma l’epilogo è sempre, tragicamente, lo stesso.

Del resto, nel 2018 le cose non sono andate meglio, come raccontava un articolo di TPI, basato sull’aggiornamento statistico di Eures, che parlava di 106 vittime di femminicidio nel nostro Paese solo nei primi dieci mesi del 2018, già più del totale registrato nell’intero 2016, molte di più delle vittime del 2017, in cui sono stati dichiarati 68 casi di femminicidio.

Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2018, sul totale degli omicidi commessi in Italia, i femminicidi sono al 37,6% , mentre un anno prima erano al 34,8%. In generale, tra il 2000 e i primi dieci mesi del 2018 sono state uccise 3.100 donne, più di tre a settimana; e in circa tre casi su 4, ovvero nel 72% dei casi, gli assassini sono parenti, partner o ex partner. Ci sono, secondo i dati Eures, 1.426 vittime di coniugi, partner, amanti o ex partner .

Oltre a ciò, si aggiungono le 2.000 sentenze definitive per stupro e le 1.827 per stalking.

Chiaro che, di fronte a dati del genere, il Governo, dopo aver lanciato la campagna #lapartitaditutti in occasione del 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, abbia capito di dover fare di più, accelerando quindi la stretta sui reati che le vedono come vittime, attraverso un vero e proprio codice rosso, appunto che mettesse in prima fila, nella denuncia dei reati, le donne stuprate o maltrattate.

Cerchiamo di capire cos’è e come funziona nel dettaglio.

Cos’è il Codice Rosso anti violenza

Proprio l’avvocato Bongiorno, ministro della Pubblica Amministrazione, ha provveduto a mettere a punto il Codice Rosso, assieme al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che prevede una corsia preferenziale per le donne vittime di violenza o stupro: la loro denuncia potrà arrivare direttamente al pm, che avrà l’obbligo di sentire la donna denunciante entro 3 giorni. La polizia giudiziaria, dal canto suo, dovrà dare massima priorità alle indagini.

Il provvedimento, come spiegava lo stesso ministro Bonafede, serve anche per tutelare le donne che denunciano, e per invitarle proprio a sporgere denuncia verso gli uomini che le hanno abusate, molto spesso partner o ex partner.

Le sentenze ci dicono che sul totale delle condanne per omicidi di donne, l’85% sono classificabili come femminicidio, perché avvenuti in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali poco stabili.

Ma il ddl, ovviamente, ha anche lo scopo di snellire i tempi burocratici che seguono a una denuncia, altro motivo per cui, spesso, le donne rinunciano.

La legge Codice Rosso rappresenta il massimo che si può attualmente fare sul piano legislativo per combattere la violenza sulle donne – ha affermato in una nota il ministro Bongiorno, che ha aggiunto che il ddl sia – un’importantissima novità con la quale vogliamo scongiurare che le donne stiano mesi o anni senza ricevere aiuto.

Chiaro, però, continua l’avvocato, che

Dopo questa svolta, sono consapevole che l’impegno per combattere la violenza sulle donne non può finire qui: per esempio, sarà essenziale operare sul piano della riduzione dei tempi dei processi penali. Fare il massimo sul piano legislativo è fondamentale, ma non basta. Come ho sempre sostenuto, la violenza sulle donne è molto spesso una conseguenza delle discriminazioni; dunque, gli interventi legislativi devono essere accompagnati da azioni concrete sul piano culturale. Oggi abbiamo aggiunto un mattone determinante nella costruzione di un’efficace lotta alla violenza.

Come funziona: i punti principali del disegno di legge

Fonte: iStock

Lo scopo principale del ddl sul codice rosso prevede di fornire una risposta tempestiva nei casi di denunce per maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate commessi in contesti familiari o di convivenza, estendendo a questi reati il regime speciale attualmente previsto per i gravi delitti e riducendo quindi la durata massima delle indagini preliminari.

Per rendere possibile l’attuazione di tali misure, il ddl si articola in due punti principali:

Le denunce sono subito trasmesse al Pm

Una modifica dell’articolo 347 del codice di procedura penale ha eliminato ogni discrezionalità da parte della polizia giudiziaria che, una volta ricevuta la denuncia per maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate subiti e commessi in contesti familiari o di convivenza, è tenuta a inviarla subito al magistrato, senza valutare se sussistono ragioni di urgenza. Lo scopo è adottare il prima possibile provvedimenti restrittivi o protettivi, e di non permettere alla situazione di degenerare ulteriormente.

La vittima viene ascoltata entro tre giorni

Il magistrato ha l’obbligo di sentire la donna entro tre giorni dall’avvio del procedimento, per tutti i casi di violenza domestica e di genere. È possibile derogare a tale norma solo se esistono “imprescindibili esigenze di tutela della riservatezza delle indagini, anche nell’interesse della vittima”. Così, modificando l’articolo 362 del codice di procedura penale, il pubblico ministero ha l’opportunità di valutare in tempi estremamente brevi la necessità di eventuali esigenze cautelari nei confronti dell’aggressore.

La violenza sessuale

Con il ddl a donna avrà 12 mesi di tempo per denunciare una violenza sessuale, non più i 6 fino a ora previsti; la violenza sessuale sarà punita con il carcere da 6 a 12 anni, con aggravanti se rivolta a minori di 14 anni in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, anche solo promessi.

La sospensione condizionale della pena in caso di condanne per reati sessuali sarà subordinata alla partecipazione a percorsi di recupero ad hoc presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per reati sessuali. Il costo di questi percorsi di recupero, laddove non esista una convenzione dell’ente con lo stato, sarà a carico del condannato.

Maltrattamenti in famiglia

Pene più severe anche per i maltrattamenti in famiglia, con reclusione ex articolo 572 del codice penale che passa da 2-6 anni a 3-7 anni, e pene inasprite se il fatto viene commesso in presenza o in danno di minore, verso una donna in stato di gravidanza, una persona con disabilità, o con l’uso di armi.

Stalking e aggressioni con l’acido

Sorte diversa anche per gli stalker, che rischiano non più da sei mesi a 5 anni, ma da uno a 6 anni e sei mesi.

Le storie di Lucia Annibali, Gessica Notaro, ma anche di William Pezzulo, hanno imposto di pensare anche a pene severe per chi deforma l’aspetto di una persona con lesioni permanenti al viso tramite acido: inserito nel codice penale, il reato è punibile con la reclusione da 8 a 14 anni. Se l’atto conduce alla morte della vittima la pena è l’ergastolo.
Chi viene condannato per questo genere di reato sarà interdetto in maniera perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela ed all’amministrazione di sostegno, e riceverà in maniera estremamente restrittiva benefici come l’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione.

Revenge porn

Finalmente punita anche la diffusione di video e foto a contenuto sessuale allo scopo di vendicarsi del partner o di diffamare una persona. La pena prevista è il carcere da uno a 6 anni e multe fino da 5 a 15 mila euro. Stessa pena anche per chi riceve immagini hard e le diffonde senza il consenso dei protagonisti.

Ci sono aggravanti se il reato è commesso dal partner o ex partner e si ha la diffusione via social, o se a essere interessate sono persone disabili o in gravidanza.

Le critiche al Codice Rosso

Se il disegno sul Codice Rosso ha messo d’accordo sia Movimento 5 Stelle che Lega, di parere avverso è invece il Pd, che ha espresso le proprie critiche anche attraverso le parole di Lucia Annibali, deputata per il Partito Democratico in Commissione Giustizia, la quale ha spiegato che il cosiddetto “bollino rosso” è già previsto dal codice di procedura penale, e che la corsia preferenziale per le donne vittime di violenza è già inserita nella legge 119/2013 sul femminicidio.

C’è poi chi, come la deputata Pd Giuditta Pini, ha chiarito in un post i motivi delle perplessità sul ddl.

Non c’è un euro per la prevenzione, un euro per la formazione delle forze dell’ordine, un euro per l’assunzione di nuovo personale giudiziario, – scrive la Pini – un euro per le associazioni anti violenza. Vuol dire che non solo non cambierà nulla, ma le cose rischiano addirittura di peggiorare.

Il ministro Bonafede è invece decisamente soddisfatto dell’approvazione della legge:

Oggi con l’approvazione del Codice rosso lo Stato dà una risposta molto forte: dice ad alta voce che le donne in Italia non si toccano.

Rating: 5.0/5. Su un totale di 1 voto.
Attendere prego...