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Cos’è e come funziona il “codice rosso”, per contrastare la violenza sulle donne

È stato appena approvato dal CdM il Codice Rosso, che dovrebbe porre un freno alla violenza sulle donne. Fra critiche e soddisfazione, ecco come funziona.

Anche il 2018 racconta di una strage senza fine, quella che ha per protagoniste le donne: violentate, maltrattate, picchiate e spesso, purtroppo, uccise.

Ricordare che la violenza non ha sesso e prescinde dal genere è sì importante, ma è altrettanto indubbio che quello degli atti violenti verso le donne sia un fenomeno che ha ormai raggiunto proporzioni spaventose, assumendo i contorni di una vera e propria piaga sociale in cui i numeri servono, ma fino a un certo punto, per dare la vera dimensione del problema.

I dati raccolti in un articolo di TPI, che si basano sull’aggiornamento statistico di Eures, parlano di 106 vittime di femminicidio nel nostro Paese solo nei primi dieci mesi del 2018, già più del totale registrato nell’intero 2016, molte di più delle vittime del 2017, in cui sono stati dichiarati 68 casi di femminicidio.

Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2018, sul totale degli omicidi commessi in Italia, i femminicidi sono al 37,6% , mentre un anno prima erano al 34,8%. In generale, tra il 2000 e i primi dieci mesi del 2018 sono state uccise 3.100 donne, più di tre a settimana; e in circa tre casi su 4, ovvero nel 72% dei casi, gli assassini sono parenti, partner o ex partner. Ci sono, secondo i dati Eures, 1.426 vittime di coniugi, partner, amanti o ex partner .

Oltre a ciò, si aggiungono le 2.000 sentenze definitive per stupro e le 1.827 per stalking.

Anche dopo la giornata del 25 novembre, dedicata proprio a ribadire il no alla violenza sulle donne, sembra chiara la necessità di intervenire in maniera più veemente e presente per contrastare adeguatamente il problema; e il Governo, dopo aver lanciato la campagna #lapartitaditutti, proprio in occasione della giornata di celebrazione, ha accelerato la stretta sui reati che hanno come vittime le donne, attraverso un vero e proprio codice rosso, che mette in prima fila, nella denuncia dei reati, le donne stuprate o maltrattate.

Il disegno di legge, volto a ridurre i tempi per i procedimenti giudiziari in casi di violenza e stupro, è stato approvato il 28 novembre 2018 dal Consiglio dei ministri, ed è pronto quindi a passare al vaglio delle Camere.

Cerchiamo di capire cos’è e come funziona nel dettaglio.

Cos’è il Codice Rosso anti violenza

Il ddl prende spunto dal lavoro dell’associazione Doppia Difesa, in cui da anni sono impegnate Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno. Proprio l’avvocato, ministro della Pubblica Amministrazione, ha provveduto a mettere a punto il Codice Rosso, assieme al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede; il disegno di legge prevede una corsia preferenziale per le donne vittime di violenza o stupro: la loro denuncia potrà arrivare direttamente al pm, che avrà l’obbligo di sentire la donna denunciante entro 3 giorni. La polizia giudiziaria, dal canto suo, dovrà dare massima priorità alle indagini.

Il provvedimento, come ha spiegato lo stesso ministro Bonafede, serve anche per tutelare le donne che denunciano, e per invitarle proprio a sporgere denuncia verso gli uomini che le hanno abusate, molto spesso partner o ex partner.

Le sentenze ci dicono che sul totale delle condanne per omicidi di donne, l’85% sono classificabili come femminicidio, perché avvenuti in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali poco stabili.

Ma il ddl, ovviamente, ha anche lo scopo di snellire i tempi burocratici che seguono a una denuncia, altro motivo per cui, spesso, le donne rinunciano.

Questo provvedimento deve avere anche un’altra funzione: la prevenzione. Quindi faccio un appello: denunciate! Non abbiate paura, lo Stato è più forte di qualsiasi violenza che abbiate subito e adesso è al vostro fianco, con ogni mezzo a sua disposizione.

Così il vicepremier Di Maio ha commentato l’approvazione del provvedimento al CdM.

Come funziona: i punti principali del disegno di legge

Fonte: iStock

Lo scopo principale del ddl sul codice rosso prevede di fornire una risposta tempestiva nei casi di denunce per maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate commessi in contesti familiari o di convivenza, attraverso due punti principali.

Le denunce sono subito trasmesse al Pm

Una modifica dell’articolo 347 del codice di procedura penale ha eliminato ogni discrezionalità da parte della polizia giudiziaria che, una volta ricevuta la denuncia per maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate subiti e commessi in contesti familiari o di convivenza, è tenuta a inviarla subito al magistrato, senza valutare se sussistono ragioni di urgenza. Lo scopo è adottare il prima possibile provvedimenti restrittivi o protettivi, e di non permettere alla situazione di degenerare ulteriormente.

La vittima viene ascoltata entro tre giorni

Il magistrato ha l’obbligo di sentire la donna entro tre giorni dall’avvio del procedimento, per tutti i casi di violenza domestica e di genere. È possibile derogare a tale norma solo se esistono “imprescindibili esigenze di tutela della riservatezza delle indagini, anche nell’interesse della vittima”. Così, modificando l’articolo 362 del codice di procedura penale, il pubblico ministero ha l’opportunità di valutare in tempi estremamente brevi la necessità di eventuali esigenze cautelari nei confronti dell’aggressore.

Le critiche al Codice Rosso

Se il disegno sul Codice Rosso ha messo d’accordo sia Movimento 5 Stelle che Lega, di parere avverso è invece il PD, che ha espresso le proprie critiche anche attraverso le parole di Lucia Annibali, la donna sfregiata con l’acido dall’ex, diventata il simbolo della violenza sulle donne, deputata per il Partito Democratico in Commissione Giustizia.

Leggerò il testo del decreto con attenzione non appena sarà disponibile – ha detto, come riporta Il Fatto Quotidiano – ma a giudicare dalle dichiarazioni dei ministri proponenti, si è preferita ancora una volta la propaganda alle soluzioni ragionate e concrete.

Le critiche principali mosse al ddl dipendono, ha proseguito Annibali, soprattutto dal fatto che il cosiddetto ‘bollino rosso’ è già previsto dal codice di procedura penale, e che la corsia preferenziale per le donne vittime di violenza è già inserita nella legge 119/2013 sul femminicidio.

Il codice rosso è una norma manifesto, uno slogan che non affronta realmente il problema della prevenzione e non tutela le vittime. E poi non è una novità.

Le ha fatto eco il deputato Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia nei governi  Letta, Renzi e Gentiloni. Mara Carfagna, invece, promotrice della campagna Non è normale che sia normale, ha auspicato che il Codice Rosso “riesca ad evitare che le donne vengano uccise mentre sono in attesa di giudizio. Aspettiamo di vedere il testo in Parlamento. Come sempre su questi temi avremo un atteggiamento costruttivo e privo di preconcetti”.

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