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Perché dobbiamo combattere il patriarcato

È un retaggio culturale che ci portiamo dietro da secoli. Ma le sue conseguenze possono davvero essere negative. Ecco perché dobbiamo combattere il patriarcato
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Sentiamo spesso parlare di patriarcato, soprattutto oggi – a dispetto del termine che evoca epoche piuttosto remote – che la discussione sulla parità di genere e sull’abbattimento di ogni retaggio maschilista sembra essere entrata in una fase davvero significativa.

Ma cosa si intende esattamente con questa parola che per lunghissimo tempo ha identificato ogni tipo di società esistente (e tutt’oggi è associato a molte realtà sociali in diverse aree del mondo?

Patriarcato: cosa significa?

Leggiamo dall’Enciclopedia Treccani:

Con il termine patriarcato, che significa ‘potere paterno’, si indica un tipo di organizzazione familiare e sociale in cui il maschio più anziano del gruppo esercita il controllo esclusivo dell’autorità domestica, pubblica e politica.

È, in sostanza, il concetto di pater familias già in uso nell’antica Roma, quello in cui è l’uomo a disporre e decidere del patrimonio della gens – di qualunque natura esso fosse – e al cui rispetto e devozione venivano cresciuti tutti i membri della famiglia.

Non a caso, a lungo – e ancora oggi – si usano espressioni come “l’uomo di casa”, per indicare un ruolo di comando e di autorità decisionale all’interno di un nucleo familiare. Mentre, per quanto riguarda le donne, talvolta si usa dire che “sono loro a portare i pantaloni”, sempre riferendosi a quel ruolo di autorità massima che per secoli è stato a esclusivo appannaggio degli uomini.

Il patriarcato nella storia e nell’antropologia

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Fonte: web

È curioso pensare che le prime comunità preistoriche fossero da considerare a pieno titolo come matriarcati (e non solo, pensiamo alle raffigurazioni delle divinità, donne rotonde e dalle forme morbide a simboleggiare prosperità e fertilità), e come poi invece, con il tempo, il ruolo di potere sia stato assunto, all’interno del clan, sempre più dall’uomo.

Pensiamo, ad esempio, alla società greca, primo esempio, di democrazia, che escludeva le donne dal dibattito nella polis, oppure a quel mondo romano in cui la patria potestas rendeva chiunque ne fosse soggetto la longa manus del pater.

C’è anche da dire, però, che nella teoria evoluzionista dell’antropologia culturale e in gran parte della sociologia del XIX secolo, non tutti erano concordi nel sostenere che le prime aggregazioni umane fossero basate sul matriarcato, sostenendo che invece sia sempre il patriarcato a farla da padrone.
Ad esempio, nel 1861 il giurista e filosofo inglese Henry Sumner Maine pubblicò Diritto antico dedicata all’evoluzione dei sistemi giuridici, dove sostenne che l’organizzazione umana fosse sempre stata di tipo patriarcale, strutturata come un gruppo domestico formato da due o più coppie conviventi sotto lo stesso tetto che obbedivano a un patriarca, riprendendo anche la famiglia tipo della Bibbia.

Qualche eccezione, nel corso dei secoli, c’è stata: nell’Europa medievale, ad esempio, ci sono state imperatrici come Teodora, moglie di Giustiniano, o matriarche come Elena, la madre di Constantino, le quali potevano godere di privilegi e di un’influenza politica non irrilevante, oltre che di uno status sociale quasi paritario agli uomini.

Con il tempo il concetto di patriarcato ha finito comunque con l’assumere un significato negativo, andando a identificare tutte le società sessiste, in cui il monopolio totale è dell’uomo, mentre alle donne spetta solo il compito di badare alla casa e ai figli. Che è comunque, a ben pensare, quel concetto di “angelo del focolare” che ha alimentato l’immaginario comune per molti anni.

In alcuni casi, poi, all’idea di patriarcato è associata, ad esempio, la “cultura dello stupro”, in cui la violenza, sessuale o di altro tipo, è riconosciuta come “norma” all’interno dell’ordine sociale in quanto frutto del completo possesso della moglie e dei figli da parte del padre di famiglia. Un esempio: durante la guerra nella ex Jugoslavia i serbi usava, in Croazia, Kosovo e Bosnia, lo stupro come una vera e propria tattica di combattimento per soggiogare gli abitanti, ritenuti inferiori.

Patriarcato e matriarcato

Nello stesso anno in Maine pubblicava il suo libro, uno studioso svizzero di diritto romano, Johann Jakob Bachofen, ne pubblicò un altro, Il matriarcato, in cui sostenne che la struttura originaria della famiglia fosse appunto matriarcale. La storia degli uomini, dai suoi albori fino allo sviluppo della civiltà, sarebbe stata caratterizzata dalla libertà sessuale (o afroditismo), in cui gli uomini sarebbero riusciti a sottomettere le donne grazie alla superiorità fisica.

Nonostante ciò, le donne avrebbero tentato di ribellarsi con le armi (Bachofen giustifica questa teoria raccontando che sarebbe rimasta traccia di questo passaggio, ad esempio, nel mito delle Amazzoni) e costretti gli uomini ad accettare il matrimonio monogamico.

Con questa conquista le donne sarebbero quindi tornate al potere sociale e politico, imponendo la ginecocrazia, cui solo in seguito, con il diffondersi della monogamia e con la certezza della paternità implicata da quest’ultima, sarebbe subentrato il patriarcato.

Ma furono anche altri i teorici del matriarcato; John McLennan, giurista scozzese, ad esempio, nel 1866 spiegò che le primitive bande di guerrieri avrebbero rapito le donne ai nemici (pensiamo al ratto delle Sabine, per citare forse il più famoso), e che questo tipo di società era caratterizzata da una forte impronta matriarcale perché, non esistendo il matrimonio monogamico, non c’era certezza rispetto alla paternità. e gli unici vincoli di sangue erano proprio quelli tra madre e figli. Con l’istituzione del matrimonio si sarebbe invece passati a una società patriarcale per i motivi già evidenziati da Bachofen.

Stessa tesi portata avanti tra il 1871 e il 1877 dall’antropologo Lewis Henry Morgan che, studiando la società dei Pellirosse Irochesi, a forte carattere matriarcale, ipotizzò uno stadio di sviluppo ancora più antico, caratterizzato dal matrimonio collettivo di un gruppo di uomini imparentati tra loro con un gruppo di donne unite da legami di parentela.

Non da ultimo, fu Friedrich Engels a produrre teorie sul matriarcato; in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicato nel 1884, ad esempio, il filosofo collega la nascita del patriarcato proprio con quella della proprietà privata, affermando che quest’ultima, assieme alla famiglia monogamica, e ai rapporti di dominio e di subordinazione nascano contemporaneamente nel momento del passaggio dallo stato selvaggio alla barbarie.

In generale, comunque, a prevalere nel corso del tempo è stata l’ipotesi del patriarcato come forma dominante di organizzazione sociale nelle prime comunità umane, anche se la teoria matriarcale non è caduta del tutto nell’oblio.

Ad esempio, di matriarcato si è tornato a parlare negli anni ’80, sulla base di un’importante lavoro di documentazione archeologica portato avanti dalla studiosa di origine lituana Marija Gimbutas, che, dopo aver raccolto, classificato e analizzato circa duemila manufatti preistorici, ha affermato che tra il 7000 e il 3500 a.C. si sarebbe avuta, in Europa, un’organizzazione sociale precedente al patriarcato, in cui le donne, come capi clan o sacerdotesse, avrebbero avuto un ruolo predominante.

Perché combattere il patriarcato?

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Fonte: web

Chiaramente, alla base dell’affermazione del patriarcato c’è un sistema di dominio imposto con la violenza o con la minaccia di violenza, comandato da uomini potenti e in  cui a essere dominati sono le donne, i bambini, ma anche la natura.

Una della manifestazioni più evidenti del patriarcato nella nostra società è, ad esempio, il lavoro non retribuito delle casalinghe, o il gender pay gap e, in generale, lo scarso accesso delle donne a posizioni dirigenziali. Un’altra prova evidente di questa subordinazione femminile la si riscontra nel fatto che si faccia fatica a declinare professioni di una certa importanza (avvocato, sindaco, ministro) al femminile.

Inutile dire che anche la violenza maschile, e l’attitudine talvolta lacunosa delle istituzioni nell’affrontare il problema, sia piuttosto emblematico del tipo di struttura patriarcale che permea la società.

Non da ultimo, il fatto che l’eterosessualità sia la “regola base” e che, a differenza di quella maschile, la sessualità femminile debba tuttora essere circoscritta al rango di tabù.

Il patriarcato ha permesso di perpetuare per lunghissimo tempo istituzioni come il matrimonio riparatore, ad esempio, mentre la scoperta della non verginità della neomoglie è tuttora motivo di ripudio per la stessa in molte comunità.

È chiaro che questi retaggi culturali, figli di una mentalità prettamente patriarcale in cui l’uomo è il depositario della proprietà a 360°, compresa quella della donna, siano estremamente pericolosi, non solo perché impediscono l’avanzare di progressi civili che dovrebbero essere assolutamente scontati (come appunto la parità a livello lavorativo, ad esempio), ma anche perché continuano a porre la figura femminile in un’ottica di subordinazione rispetto all’uomo. Con tutte le infauste conseguenze (violenza domestica, abusi sessuali o psicologici, cultura dello stupro, femminicidio) che ne conseguono.

Le alternative al patriarcato

Dato che molti filosofi e teorici hanno spesso collegato il patriarcato con il concetto di proprietà privata, che sta alla base della necessità, per l’uomo, di essere riconosciuto come padre dei propri figli ed eredi, c’è chi trova un’alternativa al patriarcato nell’economia del dono, ad esempio: lo scrittore e attivista Chris Carlsson, tra i promotori della prima storica Critical mass a San Francisco, sostiene che “La nozione di regalo tende anche a dirigere la nostra attenzione sui beni e servizi che vengono dati (o ricevuti), piuttosto che sulle relazioni sociali, entrambi prerequisiti e risultati logici di una cultura di libera condivisione“.

In questo senso, l’economia del dono non è un sistema basato sull’oggetto dello scambio, materiale o immateriale che sia, ma sulla creazione di relazioni e complicità.

In fondo, esempi di economia del dono sono sotto i nostri occhi tutti i giorni ancora oggi: basti pensare al couchsurfing – in voga tra i giovanissimi – che permette a molti viaggiatori di farsi ospitare sul divano di sconosciuti anfitrioni.

C’è chi, come la ricercatrice Genevieve Vaughan, sostiene che l’economia del dono sia intrinsecamente connessa alla maternità. “La pratica materna si basa su complesse interazioni di dare e ricevere che permettono la continuità della vita e creano relazioni primarie positive sulle quali si fonda un’economia del dono ricca di significati e capace di creare comunità dice Un’alternativa al mercato e al patriarcato, questa economia del dono si manifesta nelle società indigene egualitarie mentre nella cultura di dominanza attuale rimane sfruttata e screditata. Ciononostante molte persone ora cercano di mettere in atto un’economia alternativa senza però riconoscerne le radici materne”.

Molti altri teorici sono convinti che le alternative al patriarcato possano configurarsi laddove si opti per le alternative al matrimonio e alle gerarchie consolidate, ma anche riappropriandosi di un determinato livello spirituale, di visione del mondo e culturale, rinnovando il proprio rapporto con la Natura.

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