La parola patriarcato fa parte nostro lessico comune e la utilizziamo spesso, anche se va detto che in molti non hanno ancora compreso davvero cosa significhi. Lo stesso non può dirsi per “matriarcato”, un termine che rimane invece confinato a un lessico più specialistico, sdoganato per il grande pubblico dalle indimenticabili parole di Nairobi ne La Casa di Carta, ma tendenzialmente poco conosciuto o ignorato.

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Cos’è il matriarcato?

«Matriarcato» deriva dal latino mater (madre) e dal greco -άρχης (arché). A questo termine si tende ad attribuire il significato di “dominio delle madri” o “governo delle madri”, per indicare un sistema sociale speculare al patriarcato ma con ruoli di potere ribaltati. In realtà, non è esattamente così.

Non solo, infatti, il significato più antico del termine “arché” non è dominio ma “inizio” (e quindi il termine sarebbe traducibile in “All’inizio le madri”), ma i sistemi matriarcali non sono un patriarcato rovesciato (alla Ragazze Elettriche), ma organizzazioni sociali con caratteristiche uniche e peculiari.

Sebbene si accompagni alla matrilinearità, i due concetti non devono essere confusi: nel primo caso si tratta di un organizzazione sociale in cui il potere politico-economico è detenuto dalla madre della comunità (e per estensione da tutte le donne), nel secondo di una delle caratteristiche di questo sistema, ovvero la linea di discendenza ereditaria. Alla faccia di insiste sul fatto che la discendenza patriarcale sia un fenomeno risalente alla notte dei tempi per impedire l’affermazione di una genitorialità paritaria, infatti, nelle società primitive la discendenza avveniva generalmente per via lineare materna, secondo la concezione che mater semper certa est (la madre è sempre certa), il padre un po’ meno.

Quando si parla di matriarcato, la prima cosa che ci viene in mente sono le Veneri Paleolitiche che abbiamo incontrato sui libri di storia, le statuette della Dea Madre simbolo di fertilità e fecondità. Queste sono un ottimo esempio di come alcuni dei popoli primitivi dai quali è partita la nostra civiltà fondassero il loro culto su un Dio donna, ma non sono gli unici.

Il culto della Dea e delle divinità della Grande Madre, della Madre Terra, non sono eccezioni sporadiche, ma parte integrante delle culture di queste civiltà, basta ricordare il mito di Artemide di Efeso e Cerere – per la quale venivano fatti veri e propri riti di evirazione volontaria da parte degli uomini in ossequio al grande femminino – senza dimenticare i primissimi miti in cui a generare la vita era appunto una divinità femminile, che includeva in sé il maschile.

Ma come siamo passati dalla venerazione di divinità femminili generatrici alla donna “naturalmente” inferiore e sottomessa? Semplice, è arrivato il patriarcato.

Matriarcato e patriarcato

Nonostante quello che qualcuno vorrebbe farci credere, il patriarcato non è sempre esistito e, anzi, si è sviluppato in alcune parti del mondo solo intorno al 4000-3000 a.C. È con le migrazioni indoeuropee che si è quindi imposta la cultura patriarcale che, non potendo annientare il grande potere generativo della donna – che in una prima parte della storia le aveva conferito prestigio e ruolo divino – ha deciso di controllarlo e opprimerlo.

È proprio in questo passaggio di mentalità che nascono i miti in cui Zeus o le divinità celtiche, indiane, etc. (l’oppressione non conosce latitudine, né religione) opprimono le divinità femminili e ne dispongono secondo i loro desideri per procreare quando e come vogliono, in un tentativo di riappropriarsi della forza generatrice. Questo, va segnalato, avviene sempre sempre tramite stupri e inganni: la cultura dello stupro ha una storia lunga, che affonda le sue radici in questo passato remoto, le cui conseguenze sono però ancora drammaticamente attuali.

Ma non è tutto: il patriarcato, il controllo della donna fatto sistema, è arrivato addirittura a demonizzare il ruolo generativo della donna e, nell’incapacità di eliminarlo o assimilarlo, da un lato lo ha feticizzato (nell’idea della madre devota) dall’altro lo ha avvolto in un’aura di mostruosità, come ha spiegato perfettamente Jude Ellison Sady Doyle ne Il mostruoso femminile.

Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne

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Da L’esorcista alla dea babilonese Tiāmat, dalla biblica Lilith a Giovani streghe, attraversano leggende e vite dimenticate, Il mostruoso femminile è un saggio sulla natura selvaggia della femminilità, che viaggia tra mito e letteratura, cronaca nera e cinema horror, mostrando la primordiale paura che il patriarcato nutre da sempre nei confronti delle donne.
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Le società matriarcali

Fino alla metà dell’Ottocento e allo studio di Johann Jakob Bachofen, non esisteva nemmeno l’idea che potessero esistere società matriarcali, conseguentemente nemmeno esisteva un nome per definire queste forme sociali diverse dal patriarcato, dato come naturale ed eterno. Ciò che sappiamo quindi del matriarcato prima di questo periodo è condizionato da una visione centenaria che ha oscurato e nascosto questo fenomeno.

Fortunatamente, negli ultimi due secoli lo studio di queste società si è approfondito, prima grazie al pionieristico approccio di Heide Goettner-Abendroth a partire dal 1978, in seguito anche grazie a ricerche a cura dagli stessi membri delle popolazioni indigene che ancora sono organizzate secondo questo modello.

Ma quali sono le caratteristiche delle società matriarcali? Secondo Goettner-Abendroth,

la struttura profonda del matriarcato si articola su quattro livelli:

  • A livello economico, è una società di mutualità economica basata sulla circolazione dei doni, dove le donne distribuiscono i beni;
  • A livello sociale, è una società orizzontale, non gerarchica, di discendenza matrilineare, in un contesto di uguaglianza di genere;
  • A livello politico, è una società egualitaria di consenso, in cui la casa del clan è il nodo di connessione del processo decisionale;
  • A livello religioso e culturale, è una società di culture sacre del divino femminile, con una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita.

È proprio la centralità del ruolo economico e spirituale delle donne che, nelle società matriarcali, dà loro grande potere locale e influenza sull’attività degli uomini. L’autorità femminile mette in atto dei modelli diversi rispetto alla leadership maschile, spesso non supportati da nessuna struttura di rinforzo (come guerrieri, polizia, o istituzioni di controllo). I matriarcati sono autentiche società egualitarie di genere, basate su un’equa collaborazione fra i due sessi: la centralità delle donne serve a regolare il funzionamento generale della società e la libertà dei due generi, senza le strutture gerarchiche del patriarcato.

Come vediamo, quindi, non si tratta semplicemente di un “patriarcato al contrario”, ma di un modo completamente diverso di concepire l’organizzazione sociale. Purtroppo, l’avanzamento degli studi non ci permette di sapere esattamente se le società del passato aderissero effettivamente a questo modello: gli studiosi, infatti, non sono concordi su questo, sebbene ci siano numerose teorie.

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Ad esempio, le statuette della Dea Madre che illustravano il concetto di società matriarcale femminile esistono, si trovano nei musei e sono una testimonianza del culto di una Dea donna. Questo è innegabile. Tuttavia non ci sono certezze che ci dicano che questi popoli che veneravano la Dea Madre fossero effettivamente matriarcali. Basta pensare che ci sono stati popoli come i Greci e soprattutto i Romani, che avevano delle divinità femminili nei loro culti, ma erano popolazioni pur sempre fondati sul patriarcato, in cui erano gli uomini a detenere il potere e a comandare.

Se gli studiosi non hanno individuato risposte univoche proprio sui tempi andati, quel che è certo, invece, è che ancora oggi molte società sono matriarcali. Tra queste ci sono i tuareg, gli irochesi, chi abita nelle isole Comore, i minangkabau, i kerala, i khasi e i jaintia.

Le critiche al matriarcato

Come abbiamo visto, una delle critiche al matriarcato – o meglio alla sua reale presenza nelle società primitive – viene proprio da alcuni scienziati, secondo cui non è possibile dire sulla base delle conoscenze attuali che effettivamente si potesse parlare di società matriarcali anche in presenza di culti della Dea e del femminino.

In altri casi, invece, le critiche di chi risponde con scherno o irritazione a chi afferma che «le società matriarcali possono insegnarci a superare il distruttivo mondo tardo-patriarcale che stiamo vivendo oggi» si basano su un’idea errata di cosa siano, nel concreto, queste organizzazioni sociali. Come per il femminismo, è necessario prima capire di cosa parliamo esattamente prima di fare critiche generiche alla «nuova misandria delle donne che odiano gli uomini». Secondo i critici, infatti, chi vede nelle società matriarcali un modello da seguire vuole semplicemente ribaltare i ruoli, uscendo da una subordinazione millenaria e appropriandosi del potere per soggiogare chi finora ha dominato ponendolo nella stessa condizione di subalternità.

Come abbiamo visto, non è questo il caso: come ricorda ancora Goettner-Abendroth, stavolta in un’intervista a Il Manifesto,

Sono forme matricentriche che si fondano sull’uguaglianza tra i generi e sulla collaborazione tra le generazioni. In questo senso sono società egualitarie che non possiedono gerarchie né classi e nessun genere domina sull’altro; non sono un rovesciamento del patriarcato, come il solito errore di interpretazione prevedrebbe. Sono basate su valori materni come il prendersi cura, il nutrimento, la centralità del materno, la pace attraverso la mediazione e la non violenza; sono valori che valgono per tutti: per chi è madre e per chi non lo è, per le donne e per gli uomini.

Non proprio un nuovo patriarcato con le donne al comando, no?

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