"Cambiare è una maratona: serve resistenza" Le donne di Amani Institute - INTERVISTA

Fiona, Renata, Maggie. L'empowerment femminile non appartiene solo al mondo occidentale, e queste cinque donne sono l'esempio perfetto di quanto si possa essere change maker anche in Paesi dove la donna è ancora sottoposta a norme patriarcali.

Se in una parte del mondo le donne devono lottare per avere lo stesso stipendio dei colleghi uomini e per sfondare il soffitto di cristallo, dall’altra ci sono donne a cui viene persino negato l’accesso all’istruzione, e che vivono in una situazione di totale sottomissione alle regole maschili, per cui è impensabile avere un altro ruolo all’infuori di quello di moglie e madre.

Per fortuna qualcuna ha cominciato ad alzare la testa, e a sovvertire quello che sembra un ordine naturale costituito, affermando una volontà di fare e di dimostrare che le competenze femminili possono essere utili a un’economia comunitaria. Per chiunque voglia essere un agente di cambiamento è nato l’Amani Institute, un’organizzazione internazionale no profit con sedi a Nairobi (Kenya), Bangalore (India) e San Paolo (Brasile) specializzata in formazione sull’innovazione sociale.

Con un nome che significa “pace” in swahili, Amani Institute con il suo lavoro sta letteralmente preparando una nuova generazione di leader che creino un impatto sociale e nuovi modelli di istruzione e formazione; ça va sans dire, l’obiettivo primario è dare questa opportunità alle opportunità a chiunque, indipendentemente da genere, religione, provenienza geografica. Degli oltre 560 Fellows da più di 65 Paesi del mondo, il 71% sono donne, ma attenzione: sbaglia chi pensa che Amani sia formato da sole donne, e che gli uomini non abbiano compiti in questa organizzazione, oppure che ci siano solo persone agiate che cercano di aiutare altre che lo sono meno. Non parliamo del complesso del salvatore bianco, insomma.

Ad Amani Institute ci sono uomini e donne che arrivano da posti diversi e hanno background e condizioni socioeconomiche diverse; a metterlo in chiaro è Lorenza De Lucchi, che abbiamo intervistato per approfondire il lavoro di Amani e focalizzarci su alcune figure femminili che, studiando per l’organizzazione, ha incontrato.

Lorenza è giornalista culturale, che da oltre dieci anni si occupa della comunicazione di istituzioni culturali, imprese creative e di innovazione, progetti sempre caratterizzati da un alto tasso di internazionalità. Attualmente è la communication manager di MEET, il centro internazionale per la cultura digitale di Milano, nato con il supporto di Fondazione Cariplo. Interessata a temi quali Diversity & Equity, ha da poco terminato il corso in Social Innovation Management di Amani Institute.

Non solo ci dice che molti sono anche gli uomini impegnati con Amani, ma ci lascia entrare nel cuore profondo dell’organizzazione e, soprattutto, nella vita di queste donne che sono il motore e al tempo stesso la ragione stessa dell’esistenza dell’istituto.

Tutto parte dalla domanda all’apparenza più scontata: molto spesso si parla di empowerment femminile solo con riferimento al mondo occidentale, dove già abbiamo dei problemi, come appunto la disparità salariale o la difficoltà femminile di accedere a ruoli dirigenziali di prestigio. Tuttavia, spesso siamo portate a pensare cose tipo “Beh, per fortuna almeno non sono nata in Africa”. Invece queste storie dimostrano tutto il contrario, e cioè che anche in quei Paesi ad alto tasso di maschilismo ci possono essere leader donne, e si fanno sentire.

In effetti l’intento era un po’ quello. Il punto di vista di Amani non è mai stato ‘occidentale’, visti anche i luoghi in cui ha le sue sedi. Lo scopo era proprio quello di mostrare che, anche in quelle parti del mondo considerate ‘indietro’ in realtà ci sono donne che si stanno dando da fare, che ci provano. Penso che per noi sia importantissimo capire che siamo in una posizione agevolata, ma paghiamo lo scotto di avere degli status ‘garantiti’, cosa che non esiste in questi Paesi.

Dalle storie delle donne che ho incontrato è emerso trasversalmente il desiderio di fare, oltre che le loro competenze, che sono diversissime. Ma in realtà, se tu glielo chiedi, loro non si sentono ’empowering’. Si riconoscono piuttosto nella parola change maker, perché a tutti gli effetti è ciò che stanno facendo: producono un cambiamento. E cambiamento è la parola chiave di Amani. 

In sostanza si sentono persone che vogliono produrre un impatto positivo nel mondo, il che può voler dire pensare più in grande, come agire a livello di sistema, fondare una ONG, una grande azienda, ma anche produrre un piccolo cambiamento nella propria comunità, o per l’organizzazione in cui si lavora, in realtà“.

Essere una change maker significa provare a cambiare il mondo, magari anche partendo dalle piccole cose. In Europa abbiamo avuto l’esempio di Greta Thunberg: un’adolescente che lotta per cambiare il modo in cui ci approcciamo al nostro ambiente, e per salvarlo, che è partita dagli scioperi a scuola per arrivare all’ONU. Eppure è stata bersagliata di critiche; forse non tutti capiscono la potenzialità del cambiamento o sono troppo “comodi” nelle proprie posizioni per impegnarsi a capire quanto il cambiamento sia importante?

Uno dei corsi che si seguono quando si frequenta frequenta il corso in Social Innovation Management di Amani Institute è l’Iinner journey, il viaggio introspettivo, in cui praticamente tu capisci che, per essere pronto o pronta a cambiare, devi sapere esattamente in che punto della tua vita sei, e cosa vuoi davvero. Greta Thunberg si è messa sulle spalle uno zaino pesante, che magari risponde al suo bisogno, e porta avanti il suo compito nonostante ci sia qualcuno che puntualmente le dice quanto sia brutta, poco competente o non capace.

Capita a chiunque cerchi, nel suo piccolo, di rivoluzionare il mondo. È venuto fuori che chi lavora nella cooperazione dopo qualche anno soffre di stress, perché ovviamente hai una serie di aspettative che i beneficiari delle tue azioni nutrono verso di te che ti porta a provare ansia, e a sentirti frustrato o frustrata quando non riesci a raggiungere i risultati che volevi. O meglio, li raggiungi, ma non con le tempistiche che credevi. I cambiamenti avvengono in maniera così lenta che è facile pensare che non stia succedendo nulla. Senza contare che ci si trova a confrontarsi con gente che, inevitabilmente, non capirà perché lo fai“.

Detta così, scoraggiarsi sembra la via più semplice…

“Non sempre le cose si incastrano nel modo giusto. Cambiare è una maratona, ci vogliono forza, equilibrio tra energie, competenze e sforzo. Il change maker vero è una persona che resiste. Le donne che ho raccontato non fanno cose eccezionali, non sono vittime sono donne che ci mettono forza e competenza”.

Lungi da noi voler fare vittimismo, vero è, però, che essere donna è sempre un tantinello più difficile. Se sei competente non puoi essere bella, se sei bella allora non puoi essere intelligente e devi essere sicuramente scesa a compromessi per ricoprire un certo ruolo. Insomma, c’è sempre da dimostrare qualcosa in più.

In realtà gli uomini stanno cambiando, a fatica, certo, ma le donne devono comunque continuare ad andare dritte per la propria strada, e una cosa importante è cambiare anche il linguaggio con cui ci esprimiamo, che personalmente è una mia battaglia. 

Per noi al momento sì, è un pochino più dura, ma non lo sarà per sempre, ne sono convinta, e dobbiamo fare quel che facciamo per le nostre figlie, per le nostre nipoti, che non avranno queste complicazioni. Dobbiamo ricordare che le nostre competenze sono tali, a prescindere da ciò che gli altri ci dicono. Siamo così abituate a chiedere l’approvazione degli altri per sentirci bene, invece per essere change maker ci vuole il convincimento: dobbiamo essere convinte di noi stesse“.

1. Magda, capo dei social media di Kukua, in Kenya

Fonte: Lorenza De Lucchi per Amani Fellows

Magdalyne Kanjejo è a capo dei social media e dei contenuti di Kukua, società di intrattenimento educativo con sede a Nairobi che ha creato Super Sema, la prima serie di supereroi animati per bambini africani, che ha come co-produttrice esecutiva la star Lupita Nyong’o, una delle donne che l’hanno ispirata.

Ricordo di aver visto Lupita Nyong’o tenere il suo discorso di ringraziamento all’Oscar. Era il 2014. Ho pensato: ‘Oh mio Dio. È una donna del Kenya, come me. Ha i capelli corti proprio come me. Ha appena vinto un Oscar. Posso ottenere quello che voglio’. Il suo messaggio era chiaro: ‘non importa da dove vieni, i tuoi sogni sono validi. Quel momento è stato così stimolante per me’.

Magda ha una formazione in giornalismo, ha partecipato al corso in Social Innovation
Management a Nairobi nel 2016, e poied è stata per due anni nel team di comunicazioni
dell’Amani Institute.

Qualche anno fa, ha fondato un’organizzazione che offre opportunità di tutoraggio e borse di studio all’interno delle baraccopoli di Mathare, a Nairobi.

Da bambina, ero una grande fan della giornalista Christiane Amanpour. Era così audace e coraggiosa, ha viaggiato per il mondo per denunciare guerre e grandi crisi. Volevo essere come lei, ma era raro vedere persone che mi somigliavano nei media. Le donne africane erano invisibili.  Ho pensato: mostrerò a queste ragazze che sono forte e assertiva e che anche loro possono esserlo. È stato allora che abbiamo iniziato a essere tutor delle ragazze, per insegnare loro a essere leader attraverso azioni piccole e semplici. Giorno dopo giorno, si capiva che il cambiamento stava avvenendo in ciascuna di loro.

 

2. Maggie, la Masai che si occupa dell'istruzione delle giovani donne

Fonte: Lorenza De Lucchi per Amani Fellows

Margaret Sakian Koshal è fondatrice, assieme a suo marito Nelson, della Nashulai Maasai Conservancy, e coordinatrice di Famiglia, Genere e Istruzione del Nashulai Women Empowerment Project.

Anch’io, donna Masai, conosco la situazione delle ragazze nel Mara. Quando iniziano a crescere, all’età di 11 o 12 anni, molte famiglie iniziano a organizzare il loro matrimonio. Ho avuto la fortuna di non sperimentare un matrimonio precoce o mutilazioni genitali femminili, un’altra pratica molto comune nella comunità Masai.

Come posso responsabilizzare le donne Masai all’interno della Conservancy? La mia risposta è consentendo a queste donne di fare le cose da sole. Questo è il motivo per cui è nato il Nashulai Women Center: insegniamo alle ragazze Masai come realizzare i propri assorbenti igienici riutilizzabili in modo che possano frequentare la scuola, organizziamo corsi di formazione sulla gestione della salute riproduttiva sessuale per adolescenti e organizziamo laboratori per anziani, genitori e religiosi. gruppi, sulla fine delle mutilazioni genitali femminili. Il Women Center ha raggiunto più di 1000 donne membri della comunità: promuove anche corsi di recitazione per mettere in scena conflitti o traumi e condividerli in uno spazio sicuro.

 

3. Sarah, dall'Alaska al Libano per amore dei tessuti

Fonte: Lorenza De Lucchi per Amani Fellows

Sarah Hayes, originaria dell’Alaska, è volata in Libano dove ha creato lo Studio Kunukku con un gruppo di artisti siriani, uno studio di design volto a riscoprire le tecniche tessili tradizionali, in particolare la xilografia (un metodo di stampa su tela ampiamente utilizzato in tutta l’Asia orientale, ora sull’orlo dell’estinzione in Siria).

Sette anni fa vivevo in India, dove lavoravo per una ONG locale. È lì che mi sono innamorata del tessile e dell’artigianato. Alla fine, dopo diversi anni di lavoro per le Nazioni Unite e grazie all’Amani Institute, ho potuto integrare la creatività nella mia carriera professionale. È così che è nato Studio Kunukku, con un gruppo di giovani artisti palestinesi e siriani e talenti libanesi locali. In generale, si tratta di far rivivere le tradizioni locali e di riportarle alla comunità, sotto forma di oggetti di moda o mobili.

 

4. Fiona: "Dobbiamo lavorare per creare donne leader"

Fonte: Lorenza De Lucchi per Amani Fellows

Fiona Vaz è Amani Fellow dal 2018, quando ha frequentato il corso in India, e co-fondatrice, assieme a Peny Rahmadhani e Rizki Amalia Affiat, di InteGRAL, una società di ricerca e consulenza le cui attività sono incentrate sul genere e in gran parte orientate all’Asia.

Ho sempre voluto avviare una scuola. Ho fatto l’educatrice negli ultimi 12 anni. Ho studiato Gender and Education Development all’University College di Londra. Sono stati un corso su Genere e sessualità nell’educazione e la professoressa Jessica Ringrose e le sue ricerche nelle scuole britanniche a ispirarmi. Mi ha incuriosito scoprire cosa stava succedendo nelle scuole indiane riguardo al genere e alla sessualità. Nel mio Paese, questa faccenda era un tabù. Nessuno studiava il modo in cui le scuole veicolassero i messaggi di genere. È lì che ho pensato: lo farò io!

InteGRAL sta per Intersectional Gender Research Advocacy and Learning.

Siamo una società di ricerca e consulenza focalizzata sul genere e conduciamo valutazioni e monitoraggi femministi per organizzazioni in settori come il lavoro, la salute e la politica. Recentemente, ad esempio, abbiamo lavorato con un’organizzazione che voleva rinnovare la sua strategia di comunicazione per renderla più improntata al genere. Abbiamo condotto una ricerca per valutare quale fosse l’impatto della pandemia Covid-19 sul lavoro e sui mezzi di sussistenza delle donne in 14 Paesi asiatici. Abbiamo anche creato un programma di sensibilizzazione di genere per bambini e personale educativo. Questo lavoro è fondamentale. Se non facciamo intenzionalmente spazio alle donne o alle persone di genere diverso per farle assumere posizioni di leadership, non succederà mai.

5. Renata, che con lo yoga aiuta le ragazze nei riformatori

Fonte: Lorenza De Lucchi per Amani Fellows

Amani Fellow in Brasile nel 2015, Renata Mendes ha iniziato appena ventenne a insegnare yoga alle ragazze sottoposte a misure di riabilitazione nelle carceri minorili; grazie al programma Social Innovation Management di Amani Institute, Instituto Mundo Aflora (IMA) ha espanso sempre di più la sua rete.

Non ho potuto fare a meno di pensare che il patriarcato in Brasile ha messo me, una ragazza bianca istruita, in un ruolo molto definito e ristretto – ha detto Renata – Scegliamo di lavorare con queste ragazze perché sono la popolazione più vulnerabile all’interno del sistema di giustizia minorile. La nostra organizzazione offre opportunità all’interno dei centri e anche successivamente, quando vengono reintegrate nella società.

 

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