L'intersezionalità, spiegata: dal significato all'approccio

L'intersezionalità è un tema che ci riguarda tuttə. Ne abbiamo parlato con l'attivista Gaia Barletta: "È la lente con cui guardo il mondo".

L’intersezionalità è un concetto di cui si parla spesso, ma non sempre e non a tuttə sono noti gli ambiti in cui questo costrutto si muove e trasforma la nostra vita quotidiana. Ne abbiamo parlato con l’attivista e operaia sociale Gaia Barletta, che a Lecce si occupa di vari ambiti, dalle lotte femministe e Lgbtqai+, fino al supporto ai migranti, attraverso azioni concrete, informazione e sensibilizzazione.

Che cos’è l’intersezionalità: significato

Partiamo innanzitutto dalla definizione di intersezionalità: si tratta di un quadro teorico e analitico che spiega come diverse forme di discriminazione e privilegio sociale (come genere, razza, classe sociale, orientamento sessuale, disabilità, età e religione) non agiscano in modo isolato, ma si sovrappongano e si intersechino, creando sistemi complessi di svantaggio o vantaggio. Il termine è stato proposto per la prima volta nel 1989 dall’attivista e giurista statunitense Kimberlé Crenshaw, che aveva rilevato l’intersezione di diverse identità sociali su questioni relative alla dominazione, all’oppressione e alla discriminazione – un concetto poi ampliato successivamente dalla sociologa Patricia Hill Collins e dalla poetessa Audre Lorde, la quale a propria volta ha sviluppato il pensiero femminista intersezionale.  Il significato concreto di intersezionalità ce lo spiega, invece, Gaia Barletta:

L’intersezionalità è per me una lente con cui guardare il mondo o forse la somma di più lenti o l’assenza di barriere alla vista. Ha a che fare con una visione più chiara e lucida della realtà in cui siamo come creature viventi e agenti, in movimento. È una consapevolezza che ho sviluppato nel tempo, supportata poi da discorsi teorici sulle istanze dell’attualità. Per me si tratta di un problema di sistema basato sulle diseguaglianze, sulla disparità e sulle ingiustizie. E una volta che si acquisisce questa consapevolezza perché magari la si vive in prima persona – come me, persona queer, non binaria – ci si sente l’elemento imprevisto del sistema. Tutto ciò che ho vissuto come ingiustizia, non solo personale ma collettiva, è connessa al razzismo, al colonialismo, al gender pay gap, al ruolo di cura della donna in una famiglia eteronormativa. Ho collegato i puntini. Al tempo stesso però ho preso consapevolezza anche dei miei privilegi: se da un lato faccio parte di una comunità persone discriminate, vivo in un Paese in cui non c’è una guerra, ho una casa, ho avuto l’opportunità di studiare, sono in salute. Ma bisogna ricordare anche che i privilegi sono una responsabilità, e dobbiamo metterci d’impegno per un cambiamento personale e collettivo. Ognunə può mettersi in discussione e contribuire, a partire dal suo condominio: pensa globale, agisci locale, magari trovando altre persone che vogliono il cambiamento.

L’intersezionalità delle lotte

L’approccio intersezionale parte dalla consapevolezza che le diverse forme di oppressione e ingiustizia sociale non agiscono per compartimenti stagni. Fattori come genere, etnia, classe sociale, disabilità e orientamento sessuale si intrecciano costantemente, creando dinamiche di discriminazione sovrapposte. Questa visione spinge a combattere le disuguaglianze in modo sistemico, estendendo la tutela oltre i confini umani fino a includere ogni essere senziente e la lotta all’oppressione di specie.

Riconoscere l’interconnessione delle lotte significa comprendere che i sistemi di potere e di discriminazione condividono le stesse radici estrattive e gerarchiche. Abbracciare questa prospettiva richiede di superare le rivendicazioni a compartimenti stagni, costruendo alleanze ampie in grado di combattere l’ingiustizia nella sua totalità e di non lasciare indietro nessuna identità o essere senziente.

Il femminismo intersezionale

Il femminismo intersezionale è una forma di femminismo contemporanea, secondo cui la lotta delle donne per la parità non può prescindere dalle lotte delle altre categorie per i diritti. Tuttə unite per un solo scopo quindi e in un certo senso anche la lotta antispecista ne fa parte: le diverse forme di dominio condividono infatti meccanismi comuni di gerarchie e sfruttamento, per cui il femminismo intersezionale, secondo alcune persone, deve contemplare anche la liberazione degli esemplari femmine, come per esempio gli animali d’allevamento, dalle galline costrette in batteria alle vitelle condannate alla schiavitù del latte fino al mattatoio. Aggiunge Barletta:

Io credo che l’unico femminismo possibile sia quello intersezionale, proprio perché viviamo in un momento storico caratterizzato da una grande complessità, in cui c’è una polarizzazione definita tra bene e male, tra ricchi e poveri. Ci sono i genocidi, la crisi climatica, sono caduti i veli su una serie di cose che non andavano. Il movimento No Global, 25 anni fa, lo diceva, ma è stato ammazzato, massacrato durante il G8 di Genova del 2001. È uno snodo importante: il tempo è ciclico e dobbiamo vedere cosa è accaduto 25 anni fa per capire cosa sta accadendo oggi.

E il femminismo c’entra nella misura in cui la vera grande lotta è una, quella al patriarcato:

Dobbiamo sradicare la cultura patriarcale, che viene riprodotta anche dalle persone che vengono discriminate, essendo qualcosa di molto profondo che si riproduce attraverso i sistemi culturali. Dobbiamo fare pace con il fatto che il patriarcato appartiene a tuttə noi, da secoli, e poi capire se vogliamo cambiare. E farlo. Io ho iniziato a fare attivismo dopo il suicidio di Andrea Spezzacatena, il ragazzo dai pantaloni rosa. Qualcosa in me ha fatto click. Il bullismo che aveva subito apparteneva anche ad altri e altre, ed è per questo che vado a parlare a scuola. Ma non ho fatto solo militanza Lgbtqai+: a poco a poco ho transitato nell’ambito dell’accoglienza alle persone migranti, lavorando in un centro di accoglienza straordinaria, ed è lì che ho capito meglio l’intenzionalità: ogni persona è portatore o portatrice di assi di oppressione, come i triangoli e le stelle di diversi colori nei lager nazisti. Alcune persone sono portatrici di più assi di oppressione: da qui l’intesezionalità. Perché la libertà è anche e soprattutto di movimento, sia come corpi nello spazio sia come simbolo, transitando da un genere all’altro, al di fuori di un sistema binario.

Le altre lotte dell’intersezionalità

Come anticipato, adottare una prospettiva intersezionale significa superare la logica delle battaglie isolate. Le cause sociali, ambientali ed economiche non sono compartimenti stagni, ma tessere di un unico mosaico di emancipazione: comprendere le loro connessioni è il primo passo per costruire una giustizia reale e sistemica.

Di seguito, le principali battaglie che convergono nell’approccio intersezionale:

  • Giustizia di genere e transfemminismo: il contrasto al patriarcato e al sessismo integrando le prospettive delle persone trans, non-binarie e Queer, superando il femminismo monoculturale o binario.
  • Antirazzismo e decolonialità: lo smantellamento delle discriminazioni razziali e delle eredità coloniali, riconoscendo come l’etnia influenzi l’accesso alle risorse, alla rappresentanza e ai diritti.
  • Giustizia di classe ed economica: la risposta al capitalismo e alle disuguaglianze economiche, analizzando come la classe sociale amplifichi la vulnerabilità e lo sfruttamento del lavoro.
  • Abilismo e neurodivergenza: la battaglia per l’accessibilità, i diritti e l’autonomia delle persone con disabilità fisiche, psichiche o neurodivergenze, abbattendo le barriere strutturali e culturali.
  • Giustizia climatica e ambientale: il contrasto al degrado ecologico e al riscaldamento globale, focalizzandosi su come l’impatto della crisi climatica colpisca sproporzionatamente le comunità più marginalizzate e del Sud globale.
  • Antispecismo e liberazione animale: la critica allo specismo e allo sfruttamento degli animali, estendendo il concetto di giustizia e liberazione a tutti gli esseri senzienti.
  • Lotta contro l’ageismo: la difesa dei diritti e della dignità legati all’età, contro le marginalizzazioni che colpiscono le persone anziane o la svalutazione dei giovani nei contesti socio-politici.

Un approccio intersezionale alla vita

L’approccio intersezionale alla vita può iniziare in molti modi, anche partendo dal fatto che molte delle cose che diamo per scontate sono calate dall’alto, sono lo specchio di chi comanda il mondo. Come il linguaggio: l’attivista per i diritti degli afrodiscendenti Malcolm X riscrisse parte del dizionario dell’inglese statunitense, una lingua in cui aveva rilevato come “bianco” fosse sinonimo di purezza e candore, mentre “nero” indicasse il suo esatto contrario non solo in termini meramente cromatici. Lo stesso si può dire delle forme di binarismo all’interno delle quali è ingabbiata la nostra esistenza.

Forse questa divisione netta donne-uomini non funziona. E allora proviamo un’altra strada, andiamo oltre il binarismo. Nella queerness ci sono tantissime sfumature, che sono un dato di fatto, una realtà, perché siamo persone reali. Nominare è un atto di potere, ed è per questo che chi discrimina nega l’identità a partire dalle parole, che si tratti di una persona queer o di un mestiere per una donna.

chiosa Barletta. Che consiglia di approcciarsi a partire dalle informazioni, dalle biblioteche, da un uso attivo di Internet, “senza essere succubi di un algoritmo che ci propina le cose”, senza dimenticare di connettersi con le persone dal vivo. È questo che lei fa: incontri nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri. E conclude:

In passato vivevamo in comunità, soprattutto al Sud Italia. È stato chiamato progresso lo smembramento delle famiglie allargate, la costruzione di grandi condomini in cui non ci si conosce. Ma ognunə di noi è nato in un tempo e uno spazio, e questo è il pacchetto che ci è stato dato. Tutto sta a capire e decidere se vogliamo in qualche modo cambiarlo, per quello che ci è possibile, per chi verrà dopo di noi.

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