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Galleria: “Quando tuo figlio si suicida per non essere più ‘il ragazzo dai pantaloni rosa’”

"Quando tuo figlio si suicida per non essere più 'il ragazzo dai pantaloni rosa'"

Andrea si è tolto la vita a 15 anni per non essere più deriso e chiamato "il ragazzo dai pantaloni rosa". La sua mamma, Teresa, è uno straordinario esempio di coraggio, che dalla tragedia ha trovato la forza per aiutare gli altri.

“Quando tuo figlio si suicida per non essere più ‘il ragazzo dai pantaloni rosa’”

"Quando tuo figlio si suicida per non essere più 'il ragazzo dai pantaloni rosa'"
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Questo contenuto fa parte della rubrica “Le interviste di RDD”

Ero seduta sul marciapiede di uno spazio aperto che si trova all’interno dell’Obitorio Comunale di Piazzale del Verano. Avevo 43 anni e non avevo mai toccato il corpo di un morto. L’ho fatto quella mattina del 22 novembre del 2012, quando diedi un’ultima carezza di pietra a mio figlio Andrea. Aveva 15 anni e 6 giorni quando è morto. Si era impiccato 2 giorni prima nella nostra casa di Roma, senza lasciare nemmeno un biglietto…

Comincia così, con parole che ti entrano nella pelle scuotendoti ogni nervo, e frasi che pesano come macigni in pieno petto, la testimonianza di Teresa Manes, la mamma che in una fredda mattina di tardo autunno ha dato l’addio a un figlio che aveva smesso di lottare, che aveva deciso di non farcela più.

Non per un male incurabile, non per un incidente è morto Andrea, schiacciato invece dal peso dell’ignoranza e della cattiveria, dalle umiliazioni, dalle risatine e dai mormorii sottovoce di chi a scuola aveva deciso di eleggerlo a vittima sacrificale della propria crudeltà.

“Gay”, lo chiamavano i compagni, che avevano persino creato una pagina Facebook per deriderlo meglio e in maniera pubblica. Un’etichetta data solo in virtù di un paio di pantaloni indossati, rosa, perché mamma Teresa aveva sbagliato candeggio scolorendoli in lavatrice.

E in fondo, cosa ci sarebbe stato di male, di giudicabile, di condannabile, se anche Andrea fosse stato omosessuale? Se non avesse avuto problemi a mostrare un’identità sessuale percepita da molti come “diversa”, persino come “sbagliata”?

Niente, se non fosse, appunto, che il bullismo si nutre spesso e volentieri di ignoranza, di pregiudizi, di stereotipi portati avanti da chi ci vorrebbe tutti uguali e vorrebbe insegnarci a credere che esiste un modo “giusto” e uno “sbagliato” di essere.

Andrea ha preferito togliersi la vita piuttosto che sottostare ancora alle angherie di chi riteneva giusto punirlo perché “diverso”, e lo ha fatto a soli 15 anni.

“Ricordo ancora l’odore acre, intenso, quasi vomitevole di quel posto – ci racconta Teresa quando la raggiungiamo per ripercorrere quella storia così dolorosa, dispiaciuti dal dover riaprire in lei quella ferita che mai potrà sanarsi – Ricordo la mia incredulità che mi afflosciava nelle forze mentre un dolore, di quelli che nessun genitore dovrebbe mai conoscere tanto è innaturale, straziante ed ingiusto, s’impossessava di me; fino a che ho imparato ad amarlo, col tempo.

Perché poi, proprio col tempo, ho capito che quel dolore era ciò che mi rimaneva di lui, oltre al suo ricordo. Così ho imparato a cullarlo.

Già, perché Teresa dalla sua grande tragedia ha trovato la forza per elaborare e capire che poteva trarne qualcosa di positivo per gli altri; che, per lei, equivale a occuparsi di chi è rimasto e, come il suo Andrea, soffre, spesso in silenzio, per le discriminazioni degli altri.

Oggi Teresa gestisce la pagina Facebook Pagina Prevenzione Bullismo che porta il suo nome, e gira l’Italia per incontrare gli studenti di molti istituti, al fine di sensibilizzare e, perché no, cercare di convincere le altre vittime a farsi avanti, a non lasciarsi travolgere dal senso di vergogna e dalla paura, ma di denunciare, di parlare e di far sapere chi sono i loro aguzzini.

Quando ti capita una disgrazia come questa è come cadere in un buco, buio e profondo dove non c’è niente che possa aiutarti a risalire.

Ad un certo punto però, quando finisci le lacrime per piangere, cominci a scavare.

A mani nude, con la forza della tua disperazione.

Ed è lì che impari a vedere con occhi nuovi, tanto da intuire che il dolore altro non è che una fonte inesauribile di energia. ‘Se solo l’avessi impiegata al meglio, potevo, anzi, darne pure ad altri’, questo è quello che ad un certo punto ho pensato. E ho iniziato un pellegrinaggio nelle scuole di tutta Italia. In fondo avevo una storia che, se raccontata, poteva insegnare”.

Teresa ci parla di quell’infame pagine Facebook costruita per massacrare suo figlio.

Era stata costruita una pagina dove veniva etichettato come  ‘il ragazzo dai pantaloni rosa’ e schernito per una sua presunta omosessualità. Andrea non era omosessuale.

Lo fosse stato, come madre, lo avrei accolto e difeso da quella parte della nostra società omofoba e razzista.

Era viceversa innamorato (anche se forse sarebbe più corretto dire ossessionato) di una sua coetanea che non lo corrispondeva. Amava la musica. Da piccolo aveva fatto parte del coro delle voci bianche della Cappella Sistina. Esperienza che lo fece vivere in un ambiente ovattato fino alla fine della terza media. Poi frequentò il liceo scientifico Cavour e subito iniziò a peggiorare il suo rendimento scolastico. Ma riuscì a ogni modo a recuperare le sue insufficienze e passò al secondo anno”.

Teresa ammette di non aver mai avuto avvisaglie, di non aver colto i segnali di un malessere che, evidentemente, Andrea covava tanto in profondità da averli chiusi al mondo esterno.

Mai avrei pensato allo scenario del bullismo. In effetti, 7 anni fa, se ne parlava pure poco. Non erano attive grandi campagne di sensibilizzazioni che potessero mettere in alerta un genitore, responsabile della crescita educativa del proprio figlio. Anche le scuole erano poco ricettive alla trattazione di tale tematica sociale; quasi che parlarne potesse sottintendere l’ammissione di criticità specifiche come realtà esistenti.

Il bullismo, specie quando è di tipo psicologico, è strisciante, subdolo. Non lascia tracce evidenti.

Eppure con il senno del poi sono riuscita a trovare alcuni indicatori di un suo stato di disagio. Come, ad esempio, l’alopecia di cui soffriva negli ultimi tempi e che io invece credevo fosse legata all’utilizzo di uno shampoo che in mio figlio suscitava questa reazione irritante. Oppure il fatto che si mangiava le unghie. Tanto da passare a quelle dei piedi…

Nel corso di questi anni Teresa ha incontrato migliaia di persone, specialmente giovani, a cui è solita ripetere questa frase

Ciò che ha ammazzato mio figlio non è stato il bullismo quanto il suo stesso silenzio.

Teresa si rivolge soprattutto ai genitori, consigliando loro di partecipare alla vita scolastica dei figli, di mantenere un dialogo aperto non solo con loro ma anche con docenti e di partecipare ad eventuali incontri di sensibilizzazione organizzati dalle scuole “perché non si smette mai di imparare“.

Anche perché i nostri figli, fuori casa, cambiano pelle. Ciò, peraltro, è fisiologico alla loro stessa crescita, quando il bisogno di affermazione di sé passa attraverso il riconoscimento da parte del gruppo. Il problema diventa se il gruppo si trasforma in branco.

Io sono convinta che bisogna insistere con la prevenzione primaria per maturare una sana coscienza civile. È un processo lungo, non impossibile, che richiede un impegno costante e ciclico. Il genitore ha il dovere di educare il figlio, in modo da immetterlo nella società con un patrimonio di valori che la scuola deve rinforzare.

Perché diventa compito della scuola concorrere ad accompagnare il ragazzo in questa sua crescita evolutiva, vigilando che ciò avvenga nel migliore dei modi. La nuova figura del referente del bullismo, scelto tra il corpo docente, è un primo passo verso qualcosa che deve essere assolutamente meglio definito.

Ma sono anche convinta che bisogna aiutare i ragazzi ad assumersi le loro responsabilità in caso di errori. Altrimenti lo stesso errore non potrà essere riconosciuto come tale e, ancora più grave, non assolverà quello per cui è finalizzato: essere cioè maestro di vita“.

Teresa ha trovato nella scrittura non solo, dice “un modo per guarire me stessa, ma anche per arrivare ai cuori dei ragazzi. E statene pur certi che, quando si arriva al cuore, si fa ragionare la testa“.

La tua speranza?

Mi piace sperare che un giorno si possa parlare di questa come di altre tematiche sociali non in termini progettuali ma definiti, di tipo continuativo. I progetti implicano un principio e una fine. E la gente, si sa, purtroppo dimentica“.

Noi, invece, Andrea non lo abbiamo dimenticato, e a lui e alla forza della sua straordinaria mamma è dedicata la nostra gallery.

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