Le conseguenze dell'ageismo sulle donne

L'ageismo è una forma di discriminazione che colpisce le persone anziane, giudicate in base alla loro età e per questo marginalizzate, disprezzate e spesso derise. Un fenomeno che si sta acuendo nel corso degli ultimi decenni, e che conduce anche a conseguenze psicofisiche molto gravi in chi ne è vittima. Scopriamo di che cosa si tratta.

«Sei troppo vecchio per andare da solo», «Non è troppo giovane per te?», «Quel vestito non è adatto alla tua età», «Meglio che venga anche io, da sola non ce la faresti» (e così via…). Quelle appena trascritte sono solo alcune delle esternazioni che caratterizzano una delle forme di discriminazione più trasversali e feroci di tutte: l’ageismo.

Giudicare le persone in base all’età è, infatti, uno dei prodotti culturali più diffusi nella popolazione mondiale nel corso degli ultimi decenni, e porta con sé una serie di rischi, a livello fisico e psicologico, di notevole impatto, soprattutto per le vittime del pregiudizio.

Ma di che cosa si tratta, nello specifico, e come si manifesta? Scopriamone i dettagli.

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Ageismo: cos’è e cosa significa

Il termine “ageismo” deriva dall’inglesismo ageism (da age, “età”) e indica la forma di discriminazione, pregiudizio e svalorizzazione perpetrata nei confronti delle persone anziane.

L’espressione si riferisce, dunque, a tutti quegli atteggiamenti che mirano a disprezzare, sminuire e marginalizzare gli individui over 60, considerati alla stregua di persone “fragili” e “incapaci” a vivere una vita soddisfacente e piena di attività, incontri, amori, amicizie ed esperienze.

A differenza di qualche tempo fa, infatti, la vecchiaia non è più valutata la “culla” della saggezza e del rispetto reverenziale, bensì si è trasformata in un’età ibrida contraddistinta perlopiù dal declino fisico e mentale dei suoi membri e da una loro conseguente inabilità a condurre un’esistenza in piena autonomia e serenità.

In poche parole: gli anziani, superata una certa età, perdono di credibilità. O meglio, la società li priva della stessa, equiparandoli a persone vulnerabili e bisognose meramente di cura, protezione e assistenza. Creando, in questo modo, un cortocircuito che porta gli stessi anziani a credere di non essere più “degni” di attenzione e rispetto.

Le origini dell’ageismo

Il neologismo trova la sua origine nel 1969, per opera dello psichiatra e geriatra statunitense Robert Butler che, come riportato da Treccani, coniò il termine per assonanza e analogia con i già esistenti razzismo e sessismo.

Trent’anni dopo, il sostantivo fu accolto dal linguaggio francese (âgisme), per poi giungere fino a noi e introdursi, più o meno stabilmente, nel nostro vocabolario.

Così come il fenomeno che il concetto indica, il quale è andato aumentando proprio nell’arco degli ultimi decenni, con l’acuirsi del mito della bellezza e della “giovinezza eterna”, avvalorato, in particolar modo, dai mass media e dai social network.

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Un mito che si è accompagnato anche ai cambiamenti demografici attuali. Come si legge su State of Mind:

In passato gli anziani costituivano una piccola percentuale della popolazione, erano considerati insegnanti e custodi della cultura, depositari della conoscenza. La vecchiaia, dunque, evocava autorevolezza e saggezza, suscitando rispetto, riconoscimento ed emulazione. Attualmente, invece, si assiste a un aumento vertiginoso della speranza di vita e, con essa, dei tassi di prevalenza dei disturbi cognitivi e delle malattie croniche.

Gli anziani, quindi, non costituiscono più una minoranza, ma rappresentano una percentuale elevata della popolazione mondiale, con la drammatica conseguenza che invecchiare non è più considerato un processo naturale, bensì è diventato quasi un “problema sociale”, un “peso” che intacca tutti gli ambiti – personale, lavorativo, culturale.

Ageismo e donne

Ma, come sempre, c’è una fascia della popolazione su cui l’ageismo impatta maggiormente: le donne. Anche in questo caso, infatti, la percezione nei confronti dell’invecchiamento muta in base al genere, e, di conseguenza, cambia anche l’aggressività e la durezza delle discriminazioni associate.

Se un uomo, superati i 60 anni, può riscoprire una nuova “giovinezza” e assumere ancora più “fascino“, alle donne, al contrario, pare essere negato il diritto di “risplendere” e di godere della propria maturità e indipendenza, spesso conquistate dopo anni dediti esclusivamente alla cura degli affetti, della casa e – nei casi migliori – alla carriera.

Per non parlare dell’amore e del sesso, che dopo una certa soglia si tramutano in veri e propri tabù: alle donne, soprattutto se vedove o divorziate, sembra essere vietato il diritto di ricostruirsi una vita, innamorarsi di nuovo e godere del piacere dell’intimità, considerando quasi un “peccato” l’utilizzo del proprio corpo per questi scopi.

Un corpo che la società contribuisce a dipingere come manchevole, “lento”, danneggiato, degno solo di cure mediche e non di attenzioni affettive o sessuali, facendo, così, sprofondare la donna in uno stato di esclusione e disinteresse che può avere anche gravi ripercussioni a livello fisico ed emotivo.

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Conseguenze e rischi

L’equilibrio psicofisico delle persone vittime di ageismo è, infatti, irrimediabilmente compromesso. A livello comportamentale, psicologico e fisiologico, può, appunto, succedere che l’anziano che subisce l’atteggiamento di disprezzo e marginalizzazione interiorizzi a tal punto questi sentimenti da vedere intaccato il proprio benessere mentale e fisico.

Come si legge su Aging Project:

[…] L’etichetta della vulnerabilità può provocare quella stessa vulnerabilità, inducendo nell’anziano sentimenti di inutilità e frustrazione deleteri per la sua salute. Il rischio più grande che una vittima di ageismo corre è del tipo “profezia che si autoavvera”: la consapevolezza di essere visto in un certo modo dagli altri (ageismo etero-diretto) potrebbe indurre l’anziano ad adottare l’immagine negativa (ageismo auto-diretto) e a condurre stili di vita passivi e sedentari aderenti a quel quadro. Potrebbe, per esempio, sviluppare un sentimento di rassegnazione per la vita, rinunciando ai comportamenti preventivi e all’aderenza terapeutica.

L’ageismo si trasforma, in tal modo, in una vera e propria minaccia per l’anziano che lo subisce, inficiando notevolmente la qualità della sua vita, la sua serenità e il suo approccio all’esistenza e alle esperienze che in essa vive e potrebbe ancora vivere.

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Come superare l’ageismo

Come superare, allora, l’ageismo e gli atteggiamenti di discriminazione che esso reca con sé? Un primo passo è, senza dubbio, quello di rivalutare il processo di invecchiamento e di attuare campagne pubblicitarie e di sensibilizzazione che siano in grado di porre questo tema nella giusta luce.

È, infatti, necessario un cambio di prospettiva, capace di scardinare ed elidere le credenze negative che si sono sedimentate nel corso degli anni a proposito della vecchiaia e di sostituirle con nuove consapevolezze e, soprattutto, maggior rispetto nei confronti degli individui colpiti dal pregiudizio.

A prescindere dall’età, appunto, si tratta sempre di persone: microcosmi fatti di speranze, paure, dubbi, felicità e insicurezze, che non cessano di esistere con il passare degli anni. Ma, anzi, si acuiscono e divengono ancora più dense, andando, così, ad arricchire l’esperienza di chi ha già vissuto molto e merita di vivere ancora senza marginalizzazioni, pregiudizi e svalorizzazioni.

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