Lina Merlin, partigiana e senatrice: chi è la donna che abolì le case chiuse

Lina Merlin ha rappresentato un faro nella politica italiana pre e post repubblicana: scopriamo la sua biografia, le sue battaglie e la legge che ancora oggi porta il suo nome

Lina Merlin è stata una donna lungimirante: accusata in parlamento di voler regalare alla criminalità la prostituzione, in realtà sapeva che normarla e confinarla entro i limiti di legge avrebbe restituito dignità alle donne. È una riflessione che viene ad esempio spontanea percorrendo la Domiziana, in Campania, punteggiata da sex worker. Molte hanno origini africane, alcune sono dell’Est Europa. Attendono sedute sul guardrail rovente, diventate oggetto di una tratta che non hanno mai scelto. E si finisce per chiedersi, qui come altrove in tutta Italia, se senza legge Merlin queste donne sarebbero state molte di più, chiuse magari nei bordelli, recluse nella prostituzione istituzionalizzata per il solo piacere dell’uomo. Per questo non possiamo fare a meno di ricordare Lina Merlin, di guardare a lei come una persona illuminata e pioniera. Scopriamo allora la biografia di Lina Merlin e cos’ha fatto.

Chi era Lina Merlin: la biografia

Lina Merlin è nata a Pozzonovo nel 1887. I genitori si chiamavano Giustina Poli e Fruttuoso Merlin, ed erano rispettivamente un’insegnante e un segretario comunale.

Dopo aver conseguito la maturità magistrale nella locale scuola delle Suore Canossiane, si stabilì a Grenoble, dove approfondì lo studio della lingua e della letteratura francese, materie in cui successivamente si laureò.

Fin da giovanissima, come riporta l’Enciclopedia delle Donne, mostrò il suo carattere antimilitarista, tanto che in famiglia le diedero il soprannome di “pacefondaia”. Questo non le impedì di scegliersi la parte giusta della storia al momento debito. Fu infatti una donna della Resistenza e, dopo l’istituzione della Repubblica, partecipò attivamente alla vita politica italiana.

Nell’Italia libera dal nazifascismo, Merlin si trasferì a Roma dove divenne dirigente del Psi e nel 1946 fece parte dell’Assemblea Costituente: è noto il suo apporto ai diritti delle donne, grazie all’articolo 3 della Costituzione che elimino le discriminazioni di genere, e la mediazione sull’articolo 40, che regolamenta il diritto di sciopero. Dal 1948 fu eletta al Senato – nelle elezioni del 1953 fu la sola senatrice. Una delle sue cause più note fu lo stanziamento di risorse per il Polesine a seguito dell’alluvione del 1951, con cui Merlin cerò di salvare persone, bambini in particolare, e animali molto importanti per la ripresa economica del territorio.

Purtroppo a causa delle sue battaglie contro le case di tolleranza nel 1961 il partito decise di non ricandidarla. Lei strappò pubblicamente la tessera e nel suo discorso additò i “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo”. Dal 1963 si ritirò a Milano a vita privata insieme a Franca Cuonzo Zanibon, figlia adottata di una sua cugina scomparsa prematuramente. Si spense nel 1979. Nella sua autobiografia, uscita postuma, 10 anni dopo la morte scrisse:

Sono stata coerente con la mia decisione, non ho accolto inviti né da sinistra né da destra, ho rifiutato interviste che avrebbero dato a un fatto serio e doloroso l’aspetto del pettegolezzo, dal quale rifuggo, e di una meschina vendetta derivante da un astio che non sento.

Cos’ha fatto Lina Merlin: le battaglie per i diritti delle donne

Prima dell’avvento di Lina Merlin in politica, i figli illegittimi non riconosciuti erano registrati come figli di N.N. (acronimo di nomen nescio), e questa consuetudine fu abolita grazie al suo lavoro, liberando bimbe e bimbe da un pregiudizio istituzionalizzato, come pure fu abolita la cosiddetta “clausola di nubilato” nei contratti di lavoro femminile, che imponeva il licenziamento delle lavoratrici che avessero contratto matrimonio. I figli naturali vennero equiparati a quelli legittimi in materia fiscale e apportò un grande contributo alla legge sulle adozioni, di modo che i figli adottati avessero gli stessi diritti di quelli biologici.

Tuttavia il suo più grande contributo alla causa femminile è ritenuta essere la cosiddetta legge Merlin, partita dalla sua consapevolezza legata all’ipocrisia degli uomini sposati che andavano con le prostitute, e seguendo l’esempio dell’attivista Marthe Richard, che aveva a propria volta fatto chiudere le case di tolleranza in Francia.

La legge Merlin: cosa prevedeva davvero e perché fu così discussa

La chiamiamo comunemente legge Merlin perché fu promossa dalla senatrice, ma in realtà il suo nome è legge n.75 del 20 marzo 1958 sulla regolamentazione della prostituzione in materia di sfruttamento e favoreggiamento, poiché appunto introduce per la prima volta nella storia dell’Italia unita questi due reati.

Precedentemente le case di tolleranza erano una realtà molto diffusa. Al loro interno le donne esercitavano il mestiere di sex worker, come lo chiameremmo oggi, tuttavia non lo facevano liberamente, dato che erano sottoposte a una gerarchia, nella quale all’apice c’era spesso un uomo, e sotto di lui una maîtresse di raccordo. Le attività delle donne in queste case non erano molto diverse da una catena di montaggio in fabbrica: sfruttato fisicamente ed economicamente, alienante, pericoloso dal punto di vista sanitario e dell’incolumità personale.

Lina Merlin non arrivò semplicemente a ottenere più diritti per le donne e farle uscire dai bordelli. La prima bozza della legge è infatti datata 1948 e nel tempo incontrò diverse resistenze più o meno da tutte le forze politiche, fino agli ultimi 10 giorni di dibattimento che poi portarono alla ratifica con il voto di socialisti, comunisti, repubblicani, democristiani e parte dei socialdemocratici.

Secondo alcuni il fenomeno della prostituzione sarebbe stato inestirpabile, per cui tanto valeva tenere le case di tolleranza. Altri hanno sollevato questioni di salute pubblica, mentre per altri ancora, tra cui Benedetto Croce e il Partito Liberale italiano, la legge avrebbe rappresentato un’indebita intrusione dello Stato nella libera impresa. Non furono meno perplessi i compagni di partito di Merlin, tra cui Pietro Nenni, finché la senatrice minacciò di rendere pubblici i nomi di quei socialisti che erano anche tenutari di bordello.

La legge Merlin non criminalizzava la prostituzione in sé come libera scelta della donna, che la poteva e la può esercitare da sé e per sé, ma istituiva i reati nei confronti di chi esercitava lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, ovvero ciò che fanno i cosiddetti lenoni, come si chiamavano nella Roma antica. Venne anche istituito un patronato per la tutela e l’assistenza delle donne che volevano cambiare vita. Furono chiuse 560 case di tolleranza e liberate circa 2700 prostitute, che da quel momento avrebbero potuto decidere per sé.

Prima dell’approvazione, Lina Merlin ricevette minacce di morte da parte dell’Associazione Proprietari Case Autorizzate e da molti tenutari di case di tolleranza. Indro Montanelli nel 1956 scrisse nell’articolo Addio Wanda! che “in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia”. Tuttavia alla causa giovò un altro scritto: Lettere dalle case chiuse, curato dalla stessa Merlin con Carla Voltolina. In esso vi erano contenute le lettere delle prostitute che rivelavano così a tutta Italia le storture della loro situazione lavorativa.

L’eredità di Lina Merlin e perché la sua storia è ancora attuale

Non finì qui. Dopo l’approvazione della legge, molte forze politiche hanno cercato di demolire il traguardo di Merlin. Nel 1963 per esempio, fu sollevata la legittimità costituzionale per una questione di libera impresa, ma la Corte Costituzionale stabilì la correttezza della norma. Tanto che nel 2010 fu aggiunto un altro tassello e la Cassazione si pronunciò a favore della tassazione sulla prostituzione: in altre parole, se le sex worker sono autorizzate a esercitare da sé e per sé, devono pagare le tasse come le altre categorie di lavoratori e lavoratrici.

Di quando in quando, il dibattito continua ad animarsi sull’argomento, tra spinte centrifughe che aspirano idealmente al modello tedesco o al modello olandese, spesso con un’ignoranza od omissioni di fondo rispetto a ciò che avviene davvero in Germania o nei Paesi Bassi, una mossa populistica usata per confondere l’opinione pubblica anche in merito ad alcuni casi di cronaca giudiziaria sui reati previsti dalla legge Merlin, e quindi fare apologia o spostare il focus da essi.

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