Laurearsi in tempo, trovare un lavoro soddisfacente e ben retribuito, essere persone di successo, possedere una bella macchina e, possibilmente, una seconda casa. E poi, ancora, creare una famiglia propria entro (massimo) i 35 anni, avere dei figli, educarli al meglio e consentire loro di vivere tutte le esperienze più entusiasmanti e formative possibili, viaggiare molto e invecchiare, con una buona pensione e tanti amici con cui condividere le giornate.

Pur non volendolo, siamo tutti vittime della pressione sociale, innestata a livello culturale e tramandata di generazione in generazione, pur con le modifiche che, nel corso dei decenni, mutano le condizioni della società e del vivere in comunità.

Nella maggior parte dei casi e delle esperienze umane, però, le pressioni sociali costituiscono delle vere e proprie gabbie, dalle quali è difficile affrancarsi, se pur consapevoli della loro esistenza e tossicità.

Che cosa sono e come liberarsene? Vediamone i dettagli.

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Che cos’è la pressione sociale?

Con pressione sociale si intende l’influenza che un gruppo di persone – dal livello macro della società intesa in senso lato a quello micro, rappresentato da piccoli nuclei – esercita sulle altre che a esso afferiscono, modificandone opinioni, riflessioni e comportamenti.

In quanto “animali sociali” – come già saggiamente riconosciuto da Aristotele –, gli esseri umani, infatti, tendono, per natura, a ricercare l’approvazione e il rispetto degli altri membri della collettività, dando credito alle loro idee e ai loro suggerimenti, come evidenzia lo studio del National Institutes of Health.

Quando tale ricerca del consenso valica, però, i confini della propria autonomia decisionale, si parla di “pressione” sociale: un individuo, cioè, non risulta più essere in grado di autodeterminarsi e ragionare singolarmente, bensì agogna spasmodicamente all’avvaloramento del proprio pensiero da parte delle altre persone con cui si confronta, cambiando le proprie credenze e opinioni a favore di quelle del gruppo.

Se costante e non saltuario, dunque, l’atteggiamento conduce il singolo a cedere alle influenze del nucleo di appartenenza, lasciandosi trascinare costantemente da riflessioni che non gli appartengono.

Gli ambiti di influenza della pressione sociale

Proprio per la capillarità tipicamente umana e la tendenza fisiologica a formare gruppi, gli ambiti di influenza della pressione sociale possono essere molteplici – o, meglio, praticamente tutti quelli a cui si può pensare.

Un esempio? La scuola. La propensione generale è, appunto, quella di considerare “lodevole” uno studente che compie il proprio percorso di studi entro i tempi “previsti”, ottenendo il massimo dei voti e delle gratificazioni e, immediatamente dopo, trovando il lavoro giusto in base alle competenze maturate, e altamente remunerativo.

Non sempre, però, è così. I percorsi scolastici, al contrario, sono profondamente diversi gli uni dagli altri, e possono essere “ritardati” da una varietà considerevole di motivazioni: problemi di salute, scelte erronee, necessità di lavorare per pagarsi gli studi, viaggi all’estero, difficoltà familiari, criticità psicologiche e molto altro.

Ridurre un percorso altamente personale e “unico” per ciascun individuo a un modello che debba essere perseguito a tutti i costi è, quindi, deleterio e sbagliato. Così come lo è applicare un termine di paragone identico per tutte le persone anche negli altri ambiti della nostra vita: dalla maternità/paternità all’acquisto di un immobile, dall’individuazione della strada professionale alla gestione dei propri soldi. Ogni essere umano è “speciale”, e tale è il suo percorso di vita.

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Pressione sociale e giovani

Non sempre, però, ne siamo consapevoli, soprattutto quando siamo giovani. Sono proprio questi ultimi, infatti, a subire una delle forme più intense della pressione sociale, dettata da una profonda necessità di senso di appartenenza e approvazione della propria personalità da parte dei loro pari.

Durante l’adolescenza, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di sentirsi parte integrante di un gruppo, ma nel momento in cui questo inizia a soverchiarne un membro e a imporgli una visione del mondo che non gli appartiene (magari anche mediante atti di bullismo), ne deriva che esso si senta “sbagliato” nelle sue idee diverse da quelle della collettività cui afferisce, giungendo, così, a cambiare valori e opinioni pur di essere accettato.

Il risultato, naturalmente, è esiziale per l’individuo oggetto dell’influenza sociale, perché decostruisce qualsiasi forma di pensiero critico e autonomo e lo porta a negare se stesso e la sua identità – in costante formazione, soprattutto nell’adolescenza –, facendolo cedere al pensiero collettivo.

Di qui, può scaturire la necessità di consumare droghe o affidarsi a cattive abitudini, pur se non pienamente confacenti al proprio modo di vivere. Il tutto con un unico scopo: sentirsi parte di un gruppo e non esserne escluso, pena la perdita della propria personalità.

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Pressione sociale e donne

E non va molto meglio per le donne. Anzi, proprio su di loro si concentra tutta la pressione sociale inerente alla sfera personale e della cura domestica e della famiglia, corroborando pregiudizi e ruoli di genere vetusti e imposti dalla tradizione culturale.

Lo dimostra la carrellata di domande di cui le donne sono tuttora vittime: “Perché sei ancora single?”, “Quando ti sposi?”, “Quando farete il primo figlio?”, “Sei ingrassata?”, “Perché non avete ancora figli?”, “Alla tua età ero già madre”, “Dopo i 30 anni è dura avere figli”… e così via.

Ancora oggi, il binomio donna-madre sembra essere inscindibile: anche se autonome, in carriera e soddisfatte della propria vita, infatti, sembra non essere contemplato altro destino da quello solcato dal sentiero della maternità. Ma sappiamo bene che non è così, e che le motivazioni per cui non si sceglie di avere figli sono innumerevoli: problemi di salute, infertilità, precarietà economica, assenza del partner giusto, o, semplicemente, desiderio puro e semplice di non averne.

Una decisione, quest’ultima, che sembra non piacere molto ai più conservatori e affezionati all’idea di famiglia “tradizionale”, che guardano malamente anche la mancanza di un uomo al fianco di una donna: non sia mai che, a 30 anni, si sia ancora nubili.

E se nubili non si è, la scelta drastica che deve compiersi è proprio quella tra famiglia e lavoro. Non pare sia compatibile, infatti, l’avanzare di entrambi i percorsi, come dimostrano le difficoltà riscontrate dalle donne nel mantenere stabile la carriera una volta divenute madri e nel raggiungere posizioni apicali, soprattutto quando di mezzo vi sono le ingerenze della famiglia.

Senza dimenticare, poi, la pressione sociale che si focalizza sul corpo, ancora troppo spesso soggetto a standard di bellezza irrealistici e deleteri, con incursioni nel body shaming e nel senso di vergogna che corpi non “conformi” subiscono quotidianamente, in particolare a causa dei media e dei social network.

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Come liberarsi dalla pressione sociale

L’influenza sociale crea un coacervo di insicurezza, senso di inadeguatezza, paura del rifiuto e dolore. Liberarsene non è semplice, ma una decisione che potrebbe acuire il benessere personale potrebbe essere quella di rivolgersi a uno psicoterapeuta, il quale può senz’altro aiutarci a ricalibrare le pressioni provenienti dall’esterno e a focalizzarci su noi stessi.

Scopo principale del percorso è, infatti, quello di rinforzare l’autostima, messa a dura prova dal giudizio pervasivo (o percepito tale) delle altre persone. Tra i fattori che costituiscono il terreno fertile per il proliferare della pressione sociale vi sono, appunto:

  • l’insicurezza personale;
  • una bassa autostima;
  • la sensazione di inferiorità;
  • difficoltà a relazionarsi;
  • mancanza di una personalità forte e individuata;
  • bisogno di riconoscimento;
  • paura del rifiuto sociale;
  • assenza d’affetto.

Le soluzioni per uscirne possono essere molteplici: si può iniziare dall’evitare di nutrire i pensieri negativi, lavorando sulle proprie paure e insicurezze e superando le convinzioni limitanti, promuovendo, così, la proattività e l’assertività.

Ce la si può fare, passo dopo passo.

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