"Far studiare le femmine è inutile": il diritto negato dell'istruzione femminile

Ancora oggi l'istruzione rappresenta in molti Paesi un diritto negato per le bambine, risultato di una discriminazione di genere che affonda le sue radici in una cultura patriarcale e che condanna le donne a una vita di povertà, violenze e subordinazione.

L’istruzione è un diritto fondamentale a cui dovrebbero avere accesso tutti e che spesso diamo per scontato. Purtroppo, infatti, oggi i dati ci raccontano una realtà che vede ancora una forte discriminazione di genere a danno della popolazione femminile. Soprattutto in alcune aree del mondo, l’istruzione femminile rappresenta ancora una meta da conquistare.

L’istruzione delle ragazze rafforza le economie, riduce le disuguaglianze e contribuisce a creare società più stabili ed efficienti. Le ragazze che ricevono un’istruzione hanno infatti minori probabilità di sposarsi giovani e più possibilità di condurre una vita sana e produttiva: guadagnano redditi più alti, partecipano alle decisioni che le riguardano e costruiscono un futuro migliore per sé e per le loro famiglie.

Eppure, in molte culture, l’istruzione femminile viene ancora vista come una pratica inutile e controproducente.

L’istruzione per le ragazze è però qualcosa che va oltre il semplice accesso alla scuola. Riguarda anche la sicurezza e la tutela della loro incolumità fisica e il sostegno nel loro percorso di studi e nelle carriere che scelgono di seguire, comprese quelle in cui sono troppo spesso sottorappresentate, perché abbiano a tutti gli effetti gli stessi diritti e le stesse possibilità degli uomini.

Vediamo più nel dettaglio la situazione attuale nel mondo e nel nostro Paese circa la condizione femminile in rapporto all’istruzione e quali sono le tappe necessarie per garantirla su ampia scala e farla diventare un diritto inalienabile che trascenda le questioni di genere.

Il diritto (spesso negato) all’istruzione femminile 

Nonostante l’educazione delle ragazze sia fondamentale per lo sviluppo delle stesse e per il progresso delle società e delle economie, le disparità di genere nell’istruzione persistono tutt’oggi.

Stando ai dati ufficiali, oggi 132 milioni di ragazze non vanno a scuola, di queste 34,3 milioni in età di scuola primaria, 30 milioni in età di scuola secondaria inferiore e 67,4 milioni in età di scuola secondaria superiore. Nei Paesi colpiti dalla guerra, le ragazze hanno poi più del doppio di probabilità di non godere del diritto all’istruzione rispetto alle ragazze che vivono in Paesi che vivono in una situazione di pace.

Ad oggi solo il 66% dei Paesi ha raggiunto la parità di genere nell’istruzione primaria. A livello secondario, il divario si amplia ulteriormente: il 45% dei Paesi ha raggiunto la parità di genere nell’istruzione secondaria inferiore e solo il 25% in quella secondaria superiore.

Le ragioni sono molteplici e variano da paese a paese, ma in alcuni contesti più poveri e arretrati, le barriere all’istruzione femminile sono da imputare principalmente alle seguenti cause:

  • povertà;
  • norme culturali di matrice patriarcale, che tendono tuttora a privilegiare i figli maschi nell’accesso all’istruzione;
  • pratiche obsolete e dannose come il matrimonio infantile;
  • le violenze di genere;
  • carenza di infrastrutture;
  • inadeguatezza di politiche economiche fondate sulla disparità di genere.

Spesso, le ragazze sono emarginate e non vanno a scuola per il solo motivo di essere femmine, frutto di credenze culturali e religiose che in molte realtà arretrate di Paesi in via di sviluppo rappresentano ancora la norma. Le loro possibilità di ottenere un’istruzione di qualità poi, sono ancora minori se provengono da una famiglia povera, se vivono in una zona rurale, appartengono a un gruppo etno-linguistico minoritario o se sono disabili.

In molti casi, le ragazze sono costrette a percorrere lunghe distanze a piedi per raggiungere la scuola, il che le espone a un maggiore rischio di violenza. Secondo i dati più recenti, ogni anno sono circa 60 milioni le ragazze che vengono aggredite sessualmente durante il tragitto verso la scuola o a scuola. Questo fenomeno, oltre ad avere gravi conseguenze sulla loro salute fisica e mentale, provoca anche elevati tassi di abbandono scolastico.

Anche il matrimonio infantile è una delle ragioni principali. Le ragazze che si sposano giovani hanno molte più probabilità di abbandonare la scuola, completando meno anni di istruzione rispetto alle loro coetanee che si sposano più tardi. Porre fine al matrimonio infantile potrebbe generare più di 500 miliardi di dollari all’anno.

La situazione femminile aggravata dalla pandemia da Covid-19

A questi fattori, dobbiamo aggiungere anche le difficoltà generate dalla pandemia da Covid-19 che, in numerose realtà, sta avendo un impatto devastante sulla salute e il futuro delle ragazze, provocando un alto tasso di abbandono scolastico.

Ritrovandosi costrette a casa, molte di loro vedranno aumentato il loro carico di lavoro domestico, con il risultato che dedicheranno più tempo ad aiutare in casa piuttosto che a studiare. Questa situazione potrebbe incoraggiare i genitori, specie quelli che danno meno valore all’istruzione delle ragazze o che appartengono alle famiglie più povere, a tenere le figlie a casa anche dopo la riapertura della scuola.

Non solo, il confinamento a casa provoca un aumento dei fenomeni di abusi, violenze sessuali ai danni di bambine e ragazze e di gravidanze indesiderate, che mettono a rischio non solo la vita futura delle ragazze ma anche la loro stessa salute fisica. La perdita di reddito in situazioni come queste può spingere poi le giovani a sposarsi e ad abbandonare definitivamente la scuola.

Secondo l’UNESCO, potrebbe ammontare a 5,2 milioni il numero delle ragazze della scuola primaria e secondaria che non torneranno a scuola una volta che la pandemia sarà passata.

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Le tappe verso l’istruzione femminile universale 

L’impegno di organizzazioni umanitarie come Unicef è fondamentale per contribuire a rimuovere le barriere dell’istruzione femminile e favorire la parità di genere, anche e soprattutto nei contesti più difficili.

Affrontare le norme discriminatorie di genere e le pratiche dannose che negano l’accesso alla scuola delle ragazze e supportare i governi per garantire che i bilanci siano rispettosi del genere e che si adottino piani e politiche nazionali che diano priorità alla parità tra i sessi sono due aspetti centrali per favorire la diffusione su ampia scala dell’accesso all’istruzione.

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Negli anni c’è stato un miglioramento in questo senso: tra il 2000 e il 2015, ad esempio, il numero di ragazze ogni 100 ragazzi nell’istruzione primaria è passato da 92 a 97 e, e nell’ambito dell’istruzione secondaria, da 91 a 97. Il numero di Paesi che hanno raggiunto la parità di genere sia nell’istruzione primaria che in quella secondaria in questo periodo di tempo è aumentato da 36 a 62.

Ma non è ancora sufficiente. Alcune parti del mondo, tra cui l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale e occidentale, risultano ancora ben lontane da un’idea di parità.

In questo senso, accanto a politiche governative mirate e al sostegno di organizzazioni umanitarie, risulta fondamentale il lavoro delle attiviste impegnate nell’affermazione dei diritti delle donne. Tra queste non possiamo non citare Malala Yousafzai, giovane studentessa e attivista pakistana, premio Nobel per la pace e co-fondatrice del Fondo Malala, che sostiene a livello locale, nazionale e internazionale le risorse e i cambiamenti politici che migliorano l’accesso all’istruzione per le ragazze.

Questa la dichiarazione della giovane donna che chiama in causa anche l’impegno di leader politici e comunità internazionali perché possano concretamente avvenire cambiamenti sostanziali nel tessuto sociale e culturale delle società più arretrate.

Ogni ragazza, non importa dove vive, non importa in quale circostanza, ha il diritto di imparare. Ogni leader, indipendentemente da chi è o dalle risorse a sua disposizione, ha il dovere di adempiere e proteggere questo diritto.

Per garantire un accesso libero e paritario a un’istruzione sicura e di qualità per tutte le ragazze si conferma quindi la necessità di programmi e politiche mirate, che non si limitino a lavorare sul campo ma che prevedano un più ampio coinvolgimento di comunità, governi, leader religiosi e famiglie stesse. Tra queste, viene riconosciuta come fondamentale la destinazione di fondi e di un’alta percentuale del bilancio nazionale di ogni Stato.

I benefici dell’istruzione femminile, come accennato, sono moltissimi e presentano ripercussioni positive sull’encomia globale e sulla costruzione di una comunità internazionale più sicura, evoluta e virtuosa: un alto tasso di istruzione tra la popolazione femminile aumenta infatti la produttività, garantisce un più alto reddito alle famiglie e contribuisce alla crescita economica. Basti pensare che i Paesi perdono più di un miliardo di dollari all’anno non riuscendo a educare le ragazze allo stesso livello dei ragazzi.

Oltre all’aspetto economico, ci sono altre questioni di priorità fondamentale, tra cui la salute delle donne stesse e dei loro figli. Un bambino nato da una madre alfabetizzata ha il 50% di probabilità in più di sopravvivere oltre i cinque anni.

Negli ultimi quattro decenni, l’aumento globale dell’istruzione femminile ha impedito la morte di oltre quattro milioni di bambini. Non solo, le madri istruite sono meglio informate sui servizi igienici, sulla nutrizione e sulle vaccinazioni per i loro figli, il che porta a meno morti infantili dovute a malattie prevenibili, come la polmonite o la malaria, o alla malnutrizione.

Un maggiore acceso all’istruzione femminile porta anche a una diminuzione dei tassi di infezione da HIV/AIDS e malaria: il tasso di infezione da HIV/AIDS in Zimbabwe dal 1997 al 2007 è diminuito dal 29% al 16% e questo anche grazie al fatto che gli alti livelli di ragazze che completano l’istruzione secondaria contribuiscono a rendere più efficaci le campagne di sensibilizzazione e gli sforzi per ridurre le infezioni.

L’educazione delle ragazze aiuta poi a ridurre la crescita della popolazione, diminuisce i fenomeni di matrimoni infantili e di episodi di violenza domestica. Le donne istruite hanno infatti meno gravidanze e hanno anche minori probabilità di rimanere incinte da adolescenti. In molti paesi dell’Africa subsahariana, il tasso di natalità tra le ragazze con un’istruzione secondaria è quattro volte più basso rispetto a quelle senza istruzione.

L’istruzione femminile in Italia 

Nel nostro Paese quello dell’accesso all’istruzione è stato un percorso lungo e complesso, che si è scontrato negli anni con una cultura patriarcale fortemente radicata, ulteriormente consolidata dall’epoca fascista e dalle sue conseguenze. Una pesante eredità culturale che ha continuato a condizionare i percorsi scolastici ed educativi delle bambine e delle ragazzine fino alla metà del Novecento e oltre.

Non è così lontana nel tempo, infatti, la concezione che voleva le donne relegate alla vita domestica ed escluse dal percorso formativo e scolastico perché destinate a una vita da madri e mogli. Per molto tempo, le donne sono state fortemente penalizzate e private dell’istruzione perché considerate più utili all’economia domestica e alla cura di fratelli e sorelle minori, specie in famiglie di basso reddito, che hanno continuato a investire nella scolarizzazione dei figli maschi molto più che in quella delle femmine. Questa mentalità di matrice maschilista ha poi trovato una legittimazione con precise politiche discriminatorie, come quelle attuate nel ventennio fascista.

Basti pensare alla Legge Gentile del 1924 che riteneva che le donne non avessero “quella originalità del pensiero né quella ferrea vigoria spirituale” che sono “i cardini della scuola formativa e dello spirito superiore del paese” e che ancora una volta le relegava esclusivamente al ruolo di mogli e madri. Un precedente culturale pericolosissimo con cui il sistema culturale italiano ha dovuto fare i conti per lunghi decenni.

L’istruzione secondaria fu percepita per molto tempo come opportuna per i ragazzi, ma non necessaria o addirittura dannosa per le ragazze ad eccezione dell’unico canale formativo a loro concesso, quello del percorso magistrale, anche in questo caso però, risultato di logiche maschiliste e patriarcali, perché finalizzato a creare giovani insegnanti che contribuissero a formare future madri più responsabili e istruite.

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Fondamentale in questo senso fu il ruolo dell’associazionismo femminile e la sua attiva partecipazione al dibattito politico che contribuì ad affrontare con metodo e impegno il problema dell’alfabetizzazione delle bambine, gettando i semi per le concrete conquiste degli anni a venire.

Possiamo dire che negli ultimi decenni di passi avanti ne sono stati fatti molti: siamo partiti subito dopo l’Unità d’Italia con l’84% della popolazione femminile analfabeta e ad oggi il numero dei diplomati donne nella scuola secondaria superiore è maggiore rispetto a quello degli uomini.

Inoltre, se si guardano le ultime statistiche si può osservare che non solo le ragazze sono in tutti gli indirizzi del sistema scolastico e professionale, ma hanno anche superato i ragazzi nella frequenza e regolarità degli studi arrivando in più elevate percentuali al diploma e alla laurea.

Secondo i dati del consorzio universitario Almalaurea, relativi all’anno 2019, le donne rappresentano il 58,7% del totale dei laureati con una media di votazioni pari a 101,1 contro il 98,6 dei loro colleghi maschi. Eppure, le disparità di genere continuano ad esistere: le maggiori competenze acquisite e i risultati migliori raggiunti dalle donne in ambito scolastico non si traducono nei fatti in maggiori tassi di occupazione o nel raggiungimento di posizioni professionali di rilievo, ancora quasi ad appannaggio maschile.

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Il rapporto Education at a Glance mostra come ancora oggi ci sia un pregiudizio di genere nella scelta del percorso di studi e delle carriere, alcune delle quali vengono ancora viste come più “idonee” alle figure maschili. L’indagine mostra come sia ancora bassa la percentuale di donne sul totale dei laureati nelle tecnologie dell’informazione e in ingegneria, occupazioni tradizionalmente associate agli uomini che rappresentano oltretutto gli ambiti professionali dai più tassi occupazionali e redditi.

Un dato confermato dallo studio PISA che rileva come i genitori siano più propensi a pensare che i figli maschi, piuttosto che le figlie, lavoreranno in un campo scientifico, tecnologico, ingegneristico o matematico, anche a parità di risultati in questi settori.

Risulta evidente come, nonostante i molti progressi, ancora oggi il sistema culturale del nostro Paese si trovi a scontare pregiudizi e preconcetti che affondano le radici della mentalità maschilista e patriarcale che per anni ha dominato la nostra società.

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L’istruzione femminile nel mondo

Come accennato in precedenza, nel mondo oggi sono circa 132 milioni le bambine e le ragazze che non possono andare a scuola. L’associazione ONE ci illustra una tristissima realtà nel report The toughest places for a girl to get an education, in cui elenca i 10 Paesi in cui l’accesso all’istruzione femminile risulta più difficile. Di questi, nove appartengono all’Africa subsahariana, che, come abbiamo visto, insieme all’Asia meridionale e occidentale rappresenta la zona più colpita da questa piaga culturale.

Solo due dei 35 paesi dell’Africa subsahariana hanno infatti un numero uguale di ragazze e ragazzi a scuola. Nell’Asia meridionale e occidentale si stima che l’80% delle ragazze attualmente non scolarizzate non avrà mai accesso all’istruzione, una percentuale altissima, specie se rapportata a quella dei ragazzi, che rappresentano il 16%.

In cima alla classifica troviamo il Sud Sudan, con una percentuale altissima di bambine che non hanno accesso alla scuola primaria: il 73%. Il report mette in luce anche un altro dato allarmante: il Paese, segnato dalla crisi economica e da continui conflitti armati, destina all’istruzione solo il 2,6 % del proprio budget annuale. Una pratica comune per moltissimi Paesi in via di sviluppo.

Gli stessi scenari si vedono anche in molti altri Stati africani, tra cui il Burkina Faso, dove il 17% delle ragazze tra i 15 e i 24 anni non sa leggere, e la Liberia, in cui circa due terzi delle bambine non va a scuola.

Nella Repubblica Centrafricana che si “guadagna” il secondo posto in questa triste classifica, è presente un solo insegnante ogni 80 alunni, mentre la media europea è di 1 a 15. L’Afghanistan, unico paese dell’Asia della lista, risulta poi il posto con la più alta disparità di genere per accesso alla scuola primaria: 71 bambine su 100 maschi.

In questi Paesi, oltre all’estrema povertà, la presenza più o meno costante di conflitti in essere o appena conclusi e la scarsità di infrastrutture adeguate, vi sono dei fenomeni culturali ancora purtroppo fortemente radicati, tra cui la violenza di genere e la precocità dei matrimoni. Quest’ultimo, in particolare, come già visto in precedenza, rappresenta una delle barriere più importanti all’accesso all’istruzione da parte di bambine e ragazze.

Più della metà di queste, infatti, si sposa prima dei 18 anni, un fatto che non incide solo sulla loro carriera scolastica ma anche sul loro futuro, considerato che le due realtà finiscono di fatto per coincidere. Negare l’istruzione femminile significa infatti relegare le donne a una vita di discriminazioni ed escluderle dalla vita sociale, politica ed economica dei Paesi di cui fanno parte.

Articolo originale pubblicato il 25 Dicembre 2020

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