Il ruolo delle partigiane italiane e delle donne durante e dopo la guerra

Coinvolte con il ruolo di staffette, combattenti e, talvolta, responsabili politiche, le donne ricoprirono un ruolo fondamentale nella lotta partigiana italiana. A pochissime, tuttavia, fu riservato il giusto riconoscimento. Ripercorriamone insieme la storia.

35.000 combattenti, 20.000 con funzioni di supporto, 70.000 organizzate nei Gruppi di difesa della donna, 4.500 arrestate, condannate o torturate dai tribunali fascisti, 2.750 deportate in Germania, 623 fucilate, cadute in combattimento o impiccate, 512 commissarie di guerra. E, tra queste, solo 19 le medaglie d’oro e 18 quelle d’argento insignite in seguito al conflitto.

Sono questi i numeri che, secondo le fonti, hanno caratterizzato la partecipazione delle donne alla Resistenza partigiana italiana. Naturalmente, i dati sarebbero, in realtà, molto più elevati rispetto a quelli finora raccolti (di numerose partigiane italiane, infatti, si perse traccia), ma la stima, per quanto non completamente aderente al vero, è già sufficiente per farsi un’idea dell’ingente contributo apportato dalle donne nel corso della guerra al nazifascismo.

Scopriamone la storia.

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Il ruolo delle donne nella Resistenza italiana

La partecipazione delle donne alle iniziative della Resistenza partigiana si rivelò, infatti, fondamentale.

Mentre gli uomini e i mariti erano impegnati al fronte, adolescenti, madri, mogli e giovani si riunirono in azioni di contrasto all’occupazione tedesca, organizzandosi in vere e proprie formazioni ufficiali, quali i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), le Squadre di Azione Patriottica (SAP) e i Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà (GDD), i quali costituirono, come riporta il sito dell’Anpi Lombardia, la prima grande – e unitaria – associazione femminile italiana di matrice politica,

aperti a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica e religiosa, che vogliano partecipare all’opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione.

Parola chiave della lotta femminile nel corso della Resistenza italiana è proprio “emancipazione”. I gruppi rivestirono, appunto, un ruolo fondamentale, e videro le donne districarsi in delicate azioni di intervento, tese a coadiuvare e supportare le brigate partigiane sparse nel paese.

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Ma quali erano i compiti precipui delle donne? La loro presenza fu determinante per la grande versatilità che furono in grado di mettere in campo. Dismessi momentaneamente i panni di “angeli del focolare” (cui, però, tornarono ben presto, in seguito alla conclusione del conflitto) e di mogli e madri accudenti, le donne operarono nelle città, nelle campagne, nelle fabbriche, nelle scuole e negli uffici, ricoprendo i ruoli più diversificati e sostituendo i tradizionali compiti degli uomini.

Principalmente, però, a esse era affidata la funzione di staffette: giornalmente esposte al rischio di imbattersi in violenze sessuali e torture, le donne della Resistenza italiana si prefiggevano di attraversare – spesso in bicicletta, ma anche a piedi, stipate nei camion o in treno – i territori coinvolti, con l’obiettivo di rifornire i combattenti di medicinali, indumenti, munizioni, riviste, cibo e materiali utili alla propaganda antifascista.

Il tutto senza armi, quindi senza una difesa effettiva nei confronti del nemico. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi il ruolo di staffetta era affidato alle più giovani, meno inclini – in teoria – a essere fermate e controllate dalla polizia nazista.

Alle azioni di collegamento si affiancavano, poi, quelle di cura (ruolo “d’eccellenza” della donna, soprattutto in quel periodo storico), riservata ai compagni partigiani, accuditi, protetti e celati nei nascondigli al fine di garantirne la sopravvivenza.

A circa 500 donne interessate dalla lotta partigiana furono, inoltre, affidati ruoli di comando, giungendo a ricoprire, in qualche caso, posizioni apicali nei GAP e nei SAP e nelle bande armate extra-urbane. E decidendo, talvolta, di combattere anche fino alla morte.

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Le partigiane italiane più famose

Tra le vittime della guerra partigiana vi è, per esempio, la forlivese Iris Versari, che, come si legge su National Geographic, entrò a far parte della banda di “Silvio” Corbari nel gennaio del 1944. Gravemente ferita a una gamba e ormai in mano alle truppe nemiche, Versari decise di uccidersi il 17 agosto 1944, piuttosto che essere catturata dai nazisti. Il giorno successivo, il suo corpo fu trovato appeso in piazza, alla stregua di un monito.

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Un’altra figura di riferimento della Resistenza femminile italiana fu, poi, anche Carla Capponi, che raccolse le sue memorie in Con cuore di donna. Vicecomandante dei Gruppi di azione patriottica, nonché esponente di rilievo della lotta romana, Capponi si batté per l’utilizzo delle armi da parte delle donne, nei confronti del quale i compagni non mancavano di nascondere le proprie riserve e titubanze.

Come riporta la storica Simona Lunadei su Internazionale:

Il problema è il tabù delle donne che esercitano violenza, che ovviamente era molto forte in un contesto culturale tradizionalista come quello italiano. Riconoscere alle donne la possibilità di esercitare la violenza armata avrebbe significato riconoscere un’uguaglianza di genere. Le pochissime donne a cui, alla fine, fu consentito l’uso delle armi hanno sempre raccontato, in seguito, i problemi che questo creava loro, in termini culturali e pratici.

Fortunatamente, però, il potere non ha, come sua unica espressione, le armi. Anche in ambito politico, infatti, le donne hanno ricoperto un ruolo essenziale. È il caso di Nilde Iotti, che, seguendo le orme del padre, si iscrisse al PCI e, nel corso della Resistenza, ottenne dapprima il ruolo di porta-ordini e, successivamente, divenne la responsabile dei Gruppi di difesa della donna.

La sua ingerenza, però, si rivelò determinante soprattutto in seguito al Referendum del 2 giugno 1946, quando, in quanto membro (uno dei pochi femminili) dell’Assemblea Costituente, contribuì all’istituzione dell’uguaglianza dei cittadini intervenendo nella creazione dell’articolo 3 della Costituzione italiana, in cui si ribadisce che:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

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Partigiane e femminismo

Una volta conclusa la Seconda guerra mondiale, le donne partigiane italiane dovettero rinunciare al proprio ruolo di combattenti, staffette e responsabili e furono costrette a cedere ai ruoli sociali – di madri, mogli e custodi della casa – imposti prima del conflitto.

A ritornare alla ribalta fu, infatti, il “paradigma del maschio guerriero”, come si legge sul sito dell’Anpi, motivo per cui, al momento delle celebrazioni partigiane, molte donne non comparvero nelle sfilate celebrative organizzate in tutta Italia.

Coinvolgerle avrebbe, infatti, comportato inficiare gli archetipi radicati nella società, destabilizzando lo status quo e anche imbarazzando, talvolta, i “compagni di lotta”, spesso rivelatisi avversi, in precedenza, a un coinvolgimento femminile negli ambienti partigiani, perlopiù promiscui e considerati inconsueti rispetto al “candore” rassicurante del focolare.

Pochissime furono, dunque, le donne alle quali venne riconosciuta la qualifica di “partigiana combattente”, e poche furono, a loro volta, quelle che chiesero di essere riconosciute come tali, sebbene l’azione della Resistenza non sarebbe stata possibile senza la loro partecipazione.

Come ricorda sempre Simona Lunadei:

Se una donna faceva la staffetta, difficilmente poteva documentare la sua attività partigiana, e questo ha significato che pochissime sono state riconosciute come partigiane e sono entrate nel Pantheon della Resistenza. Inoltre, molte donne che hanno partecipato alla Resistenza non hanno chiesto un riconoscimento perché hanno dichiarato che sentivano di aver fatto solo il loro dovere.

La percezione, tuttavia, inizia a mutare negli anni novanta, quando le partigiane hanno cominciato a raccontare quello che avevano vissuto e a smantellare la struttura della “Resistenza taciuta”, inserendosi perfettamente, con i loro aneddoti e le loro testimonianze, nel solco del movimento femminista, di cui hanno rappresentato senz’altro emblemi di emancipazione e autodeterminazione.

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Con le loro storie di ribellione, coraggio e forza, le donne della Resistenza hanno, così, reso nota la loro duplice lotta: non solo contro il nazifascismo, ma anche contro una cultura patriarcale che le vedeva (e voleva) sottomesse e costantemente ai margini.

Come spiega la storica Michela Ponzani su Il Fatto Quotidiano:

La lotta partigiana delle donne è anche una scelta di libertà. Una guerra privata, combattuta per l’emancipazione dalle discriminazioni e da ogni forma di subalternità sociale e culturale. Per le donne, la Resistenza è un atto di disobbedienza radicale; uno strappo definitivo con la società patriarcale, la liberazione dall’educazione fascista improntata al rispetto delle gerarchie fuori e dentro le mura domestiche, che le condanna a essere la “pietra fondamentale della casa, la sposa e la madre esemplare”. Che non permette di iscriversi alle facoltà scientifiche e considera irrazionale la mente femminile, perché “il genio è maschio”.

È per questo motivo che, a distanza di 76 anni dalla Liberazione, è ancora opportuno ascoltare i racconti di queste donne combattenti: per non dimenticare che, nelle nostre vene, scorre il coraggio di figure indomite, che hanno “osato” minacciare i dettami patriarcali per combattere contro il nemico e garantire la sopravvivenza, propria e altrui.

E che, con i loro atti di intraprendenza e ardimento, sono ancora in grado di parlare alle ragazze di oggi, invitandole a non avere paura di sfidare le lotte e le difficoltà quotidiane. In nome della libertà di tutte le donne.

Articolo originale pubblicato il 5 Agosto 2021

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