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Tina Anselmi, come la vista di quella "morte disumana" la spinse a lottare

Partigiana a soli diciassette anni, fu la prima donna a diventare ministra della Repubblica Italiana: tra le sue tante battaglie, anche quella per i diritti femminili
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

“Dico sempre attenti che nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere”. Così Tina Anselmi avvertiva le nuove generazioni in una delle sue ultime interviste, contenuta nel documentario a lei dedicato su Rai Storia. Partigiana, maestra e poi grande politica, ha attraversato momenti bui della storia italiana, diventando protagonista del cambiamento. Come lei insegna, però, per le donne la strada è sempre in salita e non è mai possibile distrarsi e dare tutto per scontato.

Negli Anni Sessanta, e nei primi Anni Settanta, noi donne impegnate in politica e nei movimenti femminili e femministi, noi parlamentari con responsabilità nei partiti e nel governo eravamo ancora pioniere. Questa parola fa pensare che in seguito saremmo diventate più numerose e avremmo contato di più. Purtroppo, certe speranze sembrano non aver dato i frutti che avevano in serbo.

Nata a Castelfranco Veneto il 25 marzo 1927 in una famiglia cattolica, fin da piccola Tina Anselmi comprese l’importanza di lottare per le proprie idee. Proprio come aveva fatto suo padre, un aiuto farmacista perseguitato dai fascisti per le sue idee socialiste. Un evento, in particolare, la spronò ad agire.

Quando ho incontrato la morte, una morte barbara e disumana, ho capito che non potevo rimanere indifferente.

Il 26 settembre 1944 venne infatti costretta dai nazifascisti ad abbandonare le lezioni presso l’istituto magistrale che frequentava per assistere all’impiccagione pubblica nella piazza della città di trentuno giovani presi in un rastrellamento. Ancora diciassettenne, decise quindi di aderire alla Resistenza con il nome di Gabriella e diventare una staffetta partigiana.

Mediamente, ogni giorno facevo dai cento ai centoventi chilometri di bicicletta. E quindi i miei copertoni erano sempre noi dicevamo “con le ernie”, con i buchi, perché dovevo fare troppa strada. Allora il comandante diede l’ordine ad altri partigiani di prendere i copertoni che potevano perché io ne avevo bisogno. […] E quindi tutto questo mio percorrere il Veneto in bicicletta naturalmente non era una gita. Però è stato un lavoro necessario perché il collegamento tra le brigate partigiane era un fatto non solo militarmente importante, ma anche politicamente importante, perché preparava i tempi dell’insurrezione.

Dopo la fine della guerra, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica di Milano e dopo gli studi iniziò il suo lavoro come maestra elementare. Il suo impegno per la collettività, però, era solo agli inizi. Iscritta dal 1944 nella Democrazia Cristiana, iniziò a occuparsi dei diritti delle donne, cercando in particolar modo di convincere le donne venete a votare.

Ebbe un’esperienza come sindacalista, durante la quale si concentrò sulle fasce più povere, come quelle dei contadini e degli operai tessili. Sul finire degli Anni Cinquanta, la politica passò in primo piano e venne eletta delegata nazionale delle giovani della DC, partecipando al dibattito nazionale sulla legge Merlin e alla questione del ruolo della donna nella famiglia e nel lavoro.

Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie, le vittorie sono state vittorie per tutta la società. La politica che vede le donne in prima linea è per noi politica d’inclusione, di rispetto delle diversità, di pace.

Il 29 luglio del 1976 Giulio Andreotti la scelse come ministra del Lavoro e della Previdenza Sociale: nessuna donna, prima di lei, era stata nominata a capo di un ministero. In seguito fu anche ministra della Sanità: in quegli anni contribuì alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale e bloccò la vendita di medicinali pericolosi. Durante la sua carriera politica fu anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Negli Anni Novanta e nei primi Anni Duemila in molti proposero Tina Anselmi come Presidente della Repubblica, ma forse i tempi non erano ancora maturi per una donna nella più alta carica dello stato. Morì nella sua casa, il 1° novembre del 2016, in seguito a diversi gravi problemi di salute. Solo pochi mesi le era stato dedicato un francobollo: non era mai successo prima che fosse dedicato a una singola persona ancora in vita. Era l’ultimo di tanti eccezionali primati.

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