Lo abbiamo sentito tutti almeno una volta, eppure ancora non c’è chiarezza su cosa significhi il termine “nazifemminismo”, portmanteau dei termini femminismo e nazismo che, lungi da indicare la partecipazione delle donne al Terzo Reich o lo stato del femminismo durante l’epoca nazista, è nato molto più recentemente per indicare – e denigrare – una certa tipologia di femministe, fino a diventare una vera e propria offesa.

Nazifemminismo: significato e origini del termine

Il termine è nato – come spesso accade – nel mondo anglosassone come “feminazi”. Coniato da da Tom Hazlett, è stato reso popolare già all’inizio degli anni ‘90 dal giornalista conservatore Rush Limbaugh, che nel libro The Way Things Ought to Be scriveva

Preferisco chiamare le femministe più odiose per quello che sono veramente: nazifemministe. Tom Hazlett, un buon amico che è uno stimato professore di economia all’Università della California a Davis, ha coniato il termine per descrivere qualsiasi donna intollerante a qualsiasi punto di vista che sfida il femminismo militante. Lo uso spesso per descrivere le donne ossessionate dal perpetuare un olocausto moderno: l’aborto. […] Quelle femministe per cui la cosa più importante della loro vita è fare in modo che ci siano quanti più aborti possibili.

Limbaugh ricordiamolo, è un repubblicano dalle posizioni che definire “conservatrici” è un eufemismo:

fieramente anti-LGBT+, ha definito l’omosessualità “una pratica antigienica”, ha fatto in più occasioni commenti sierofobici nei riguardi delle persone affette da AIDS/HIV, ha disdegnato e rinnegato l’importanza del consenso nei rapporti sessuali, ha espresso idee razziste, ha negato la veridicità dei dati scientifici circa il cambiamento climatico e, dulcis in fundo, ha promosso (e promuove) ideologie antifemministe.

Secondo lui, il termine descriveva «un tipo specifico di femminista» e «probabilmente non ce n’erano più di 25». Nonostante questo, da allora, il giornalista lo ha usato come un insulto più ampio per attaccare femministe, attiviste pro-choice e donne progressiste, e come tale il termine si è diffuso, al punto che oggi i dizionari riportano come definizione di “feminazi”

una femminista militante o radicale, percepita come intollerante verso le idee altrui.

Più in generale, attraverso il parallelismo con il nazionalsocialismo per porre l’accento sulle posizioni radicali e intransigenti, il termine è stato utilizzato per indicare le donne che opponevano ai propri avversari atteggiamenti ortodossi e autoritari.

Con il tempo, però, “nazifemminista” è progressivamente diventata una parola a cui misogini, antifemministi e MRA – gli attivisti per i diritti degli uomini – ricorrono per mettere a tacere o censurare indiscriminatamente le femministe e le donne, senza entrare nel merito delle loro argomentazioni ma depotenziandole dietro l’accusa di nazifemminismo.

Nazifemminismo: perché viene usato come un’offesa

In questo senso, il modo in cui viene utilizzato oggi il termine nazifemminismo ricorda da vicino tutte le altre strategie, dal benaltrismo agli spauracchi della dittatura del politically correct o della cancel culture, che vengono utilizzate per delegittimare le opinioni senza entrarvi nel merito, distogliendo l’attenzione dal contenuto attraverso un attacco ai toni o ai modi attraverso cui questi sono stati espressi e attaccando direttamente la persona che lo ha fatto.

Come si continua a straparlare dell’inesistente pericolo del «femminismo tossico», così il termine nazifemminista viene usato per colpire le femministe “aggressive” e “non perbene”, instaurando una divisione tra un femminismo accettato e quello che, invece, è da stigmatizzare e bandire. A segnare il confine, ovviamente, sono i detrattori di questo “femminismo estremo”, che vogliono continuare a insegnare alle donne come e quanto essere femministe e come portare avanti la propria lotta e le proprie rivendicazioni.

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Come ricorda Zoe Williams su The Guardian,

Naturalmente, c’è consistenza nel significato della parola, al di là del semplice confronto tra donne che amano l’uguaglianza e assassini di massa. Il carico culturale è tacitamente ma molto evidentemente verso un certo tipo di femminista – bianca, privilegiata, borghese, con accesso alle leve del potere e dell’influenza, che usa la sua posizione e le certezze della sua ideologia per chiudere le persone che considera sotto di lei (la nazifemminista considera tutti sotto di lei), ignara dell’ipocrisia di quella posizione (perché è anche poco sveglia). In questo senso, è una versione modernizzata e potenziata di “femminista professionale” o “femminista in carriera”, che è stata usata contro le donne che fanno di tutto per difendersi o l’un l’altra da quando le donne sono apparse nella vita pubblica.

Certo, all’interno del variegato mondo del femminismo esistono delle rivendicazioni discutibili, atteggiamenti non condivisibili e delle correnti esclusiviste come le TERF (Femministe radicali transescludenti) e SWERF (Femministe radicali sex worker escludenti), in cui è legittimo non riconoscersi e criticare, ma questo non significa che si possa bollare come “nazifemminista” qualunque donna porti avanti delle argomentazioni o abbia atteggiamenti che non sono in linea con l’idea che qualcun altro ha di cosa dovrebbe essere il femminismo o, peggio, per segnalare

qualcosa agli altri aggressori. Fa parte di un attacco di gruppo, come il trolling. Assocerei la parola nazifemminista a un attacco di massa, qualcuno che segnala ai propri compagni: “Sto vado, ecco, vieni e unisciti”. E poi vieni bombardata.

Nazifemminismo e social shitstorm

Il fenomeno descritto da Helen Lewis è purtroppo noto: una volta che una persona, generalmente una donna, viene accusata di nazifemminismo,

il minuto successivo 150 persone stanno urlando contro di loro su Twitter su quanto siano incredibilmente stupide a non poter semplicemente accettare che gli uomini siano migliori. […]
«Queste persone hanno questi terribili avatar, maschere mortuarie, maschere tribali africane; sono anonimi; sono davvero crudeli e sono davvero violenti. L’occhio vigilante si gira verso di te e sei inondato di odio».

Per diventare oggetto di odio non è necessario aver espresso opinioni misandriche, inutilmente aggressive o radicali: spesso, solo dichiararsi femminista o parlare di femminismo è abbastanza per essere bollata come “nazifemminista” dagli ambienti più conservatori e misogini e, per questo, essere attaccata.

D’altro canto, però, quello che rimane fondamentale – all’interno e all’esterno del femminismo (o, meglio, dei femminismi) – è intraprendere un dibattito più complesso, che non si arrocchi su posizioni intransigenti e non sia delegato a flame social, in cui l’influencer di turno o chi ha più potere dell’altro aizza i suoi follower in modo indiscriminato e vince.

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