Negli ultimi anni sono state molte le conquiste nell’abbattimento delle ingiustizie sociali e nel riconoscimento delle minoranze e delle diversità. Movimenti come il #MeToo o #BlackLivesMatter, giusto per citare quelli dalla maggiore risonanza mediatica, hanno risvegliato le coscienze, portando nuove consapevolezze e l’idea che una società più equa, giusta e inclusiva potesse esistere concretamente.

Accanto a questo però, si è parallelamente andato creando un atteggiamento inquisitorio verso tutto ciò che viene percepito come troppo distante dai volari normalmente riconosciuti. È in questo contesto che si instaura la cancel culture, una forma di cultura che si manifesta prevalentemente come online shaming e che nasce nel dibattito ultra progressista della società americana, per poi approdare anche oltre i confini e, nello specifico, in Italia.

Ecco di che si tratta e i limiti di questa complessa questione che è destinata a tenere acceso il dibattito culturale per molto.

Cos’è la cancel culture?

La cancel culture, o cultura della cancellazione, è una forma di boicottaggio di individui, aziende o gruppi di persone, che hanno manifestato, anche in un passato lontano, opinioni discutibili o non condivisibili.

Viene perlopiù applicata online, per questo si parla di una forma di online shaming, e nei confronti di questioni di carattere razzista, omofobo, transfobico o comportamenti immorali, soprattutto molestie sessuali. In particolare, va a colpire vip o personalità famose che hanno espresso valori contrari ai diritti delle minoranze, alla parità di genere e all’uguaglianza.

Può considerarsi un’evoluzione della call-out culture in forma più radicale: se quest’ultima punta ad accusare pubblicamente il soggetto responsabile di un atteggiamento considerato lesivo, la cancel culture aggiunge all’accusa pubblica anche la volontà di rimuovere dall’incarico professionale la persona in questione, e, su scala ancora più grande, la cancellazione della sua presenza digitale e mediatica all’interno della cultura popolare.

Per comprendere appieno l’origine del fenomeno della cancel culture e la sua deriva, è però fondamentale focalizzarsi sull’intento politico con cui nasce la call-out culture, o cultura del richiamo. Quest’ultima infatti, si viene a formare con lo scopo di ristabilire un equilibrio nelle dinamiche di potere che spesso portano a non riconoscere una giusta condanna al colpevole per via della sua posizione privilegiata.

In quest’ottica, risulta quindi una sorta di organo di controllo dal basso, che intende sostituirsi al sistema giudiziario, che ha spesso dimostrato di essere fallace e subordinato al potere stesso. Sono evidenti sin da subito però, i limiti e le conseguenze di un atteggiamento che mira a farsi giustizia da solo, sebbene mosso da principi di equità sociale e uguaglianza.

Cancel culture: alcuni casi celebri

Un esempio celebre di cancel culture è quello che ha visto protagonista la scrittrice J.K. Rowling, accusata sui social di avere avuto posizioni transfobiche per via di un suo discutibile tweet.

Forse il più noto è lo scandalo che ha travolto Kevin Spacey, accusato nel 2017 di aver abusato di un ragazzo (accuse poi cadute due anni dopo), che ha portato alla cancellazione e sostituzione dell’attore rispettivamente nella serie TV House of Cards e nel film del 2017 Tutti i soldi del mondo.

Oppure, caso ancora più recente, la richiesta fatta da Warner Bros a Johnny Depp di rinunciare al suo ruolo nei prossimi film della saga Animali fantastici, dopo che l’attore ha perso la causa per diffamazione contro il tabloid Sun, che l’aveva accusato di violenza nei confronti della ex moglie Amber Heard.

Sono in realtà molti gli episodi classificabili come cancel culture che abbiamo visto di recente e che hanno il limite di riunire sotto un’unica area, episodi ben diversi tra loro e di diversa gravità. Basti pensare all’invasione di hashtag su Twitter lanciati con l’intento di avviare una campagna mediatica contro una data celebrity per via di frasi o posizioni non conformi al senso comune o considerate offensive.

Questo atteggiamento inquisitorio, come accennato, rischia però di focalizzarsi su ogni situazione considerata politically incorrect e di perdere di vista le battaglie più importanti che meritano la giusta attenzione e il giusto impegno, ai fini di un cambiamento ideologico che abbia poi delle concrete ripercussioni nelle dinamiche reali della società.

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Cancel culture e libertà di parola

In questo contesto era inevitabile che prendesse forma una riflessione sul labile confine tra la cultura della cancellazione e il concetto di censura, in nome della libertà di parola.

A farsi interpreti di questo pensiero, una schiera di intellettuali, nello specifico 150, tra cui la stessa J.K. Rowling, gli scrittori Margaret Atwood e Salman Rushdie e la storica attivista femminista Gloria Steinem, che, nel luglio 2020, hanno firmato una lettera aperta, pubblicata sulla rivista Harper’s, per criticare la cancel culture e schierarsi a favore di una libertà di pensiero e contro un conformismo ideologico, a loro dire, dannoso per la linfa vitale di una società liberale.

Questo, uno dei punti più significativi della lettera:

Lo scambio libero di informazioni e idee, la linfa vitale di una società liberale, viene soffocato ogni giorno di più. Se abbiamo imparato ad aspettarcelo dalla destra radicale, la tendenza alla censura si sta diffondendo anche nella nostra cultura: un’intolleranza per le opinioni diverse, l’abitudine alla gogna pubblica e all’ostracismo, e la tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una vincolante certezza morale. Noi sosteniamo l’importanza di una dialettica e di un contraddittorio espressi con forza e anche taglienti, per tutti. Ma è diventato troppo normale sentire richieste di tempestive e dure punizioni in risposta a quelli che vengono percepiti come sbagli di parola o di pensiero.

Così continuano, poi, gli intellettuali, scrittori e accademici che hanno aderito all’iniziativa:

Ed è ancora più preoccupante che i leader delle nostre istituzioni, nel tentativo preoccupato di contenere i danni, decidano punizioni frettolose e sproporzionate invece di piani di riforma più ponderati. […] Come scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che lasci spazio alla sperimentazione, all’assunzione di rischi, e anche agli errori. Dobbiamo preservare la possibilità di essere in disaccordo in buona fede, senza timore di catastrofiche conseguenze professionali. Se non difendiamo quello da cui dipende il nostro lavoro, non possiamo aspettarci che lo faccia il pubblico o lo stato.

Le posizioni sulla cancel culture

Come anticipato, quello su cui si muove la cancel culture è un terreno scivoloso e delicatissimo, che rischia di essere soggetto a legittime opinioni contrapposte nello stesso tempo, volte a celebrarla e denigrarla insieme. Se da un lato, è un diritto essenziale applicare pene nei confronti di comportamenti lesivi e persone condannate, dall’altro, la brama di ottenere giustizia in nome di nobili valori può portare a ledere un altrettanto valido principio della costituzione, quello del garantismo.

Una delle critiche più diffuse che vengono mosse alla cancel culture è proprio la tendenza di quest’ultima ad accanirsi più sul soggetto che sul contenuto, con il risultato di rispondere con odio all’odio, e senza favorire un possibile e concreto cambiamento.

Il fine ultimo, in questa dinamica, sembra infatti essere la cancellazione del colpevole con un accanimento distruttivo che sta proprio all’opposto dei valori con cui nasce la call-out culture. È per questo che il richiamo nei confronti di chi sbaglia deve considerarsi legittimo, senza però che sfoci all’estremo in una condanna senza riabilitazione, che risulta indegna per una società civile come quella in cui viviamo.

Un’altra controversia legata alla cancel culture è che spesso, la scelta di aziende famose di schierarsi contro alcune figure controverse e battersi per un loro licenziamento, viene vista come un semplice modo per fare brand washing, dimostrare cioè di sposare valori nobili, senza effettivamente prendere parte a un reale cambiamento nei fatti, che possa tutelare chi subisce discriminazioni, molestie o ingiustizie nella realtà.

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Una tesi, questa, che sposa anche un’attivista nera, Loretta Ross, la cui opinione viene riportata dal New York Times:

Cancel culture è quando le persone cercano di espellere chiunque non sia perfettamente d’accordo con loro, piuttosto che rimanere concentrate su coloro che traggono profitto dalla discriminazione e dall’ingiustizia.

Una teoria vicina alle idee della giornalista britannica Helen Lewis, riportata dal The Atlantic, secondo la quale per sposare le cause progressiste è bene diffidare dal capitalismo woke, un tipo di capitalismo ossessivamente impegnato a battersi in ogni causa sociale, più per immagine che per un reale impegno finalizzato al cambiamento. Così si esprime al riguardo la giornalista:

Esso agisce attivamente per bloccarle, risucchia via l’energia e ci fa illudere del fatto che il cambiamento stia avvenendo più velocemente di quanto stia facendo veramente.

Il rischio è proprio quello di comportarsi allo stesso modo con un colpevole e un soggetto ancora non dichiarato tale, secondo quel famoso principio di garantismo che è alla base della società civile. Basti pensare al caso di Harvey Weinstein, giustamente condannato ed estromesso da qualsiasi carica, e a quello di Kevin Spacey, la cui colpevolezza non è stata provata.

O ancora, si prenda la storia di Woody Allen, il cui libro memoir è stato sospeso dalla casa editrice Hachette, a seguito della protesta di alcuni dipendenti, nonostante la dichiarazione di innocenza del regista da parte del tribunale nei confronti dell’accusa di molestie sessuali a suo carico.

C’è quindi il rischio che questo atteggiamento, mosso da nobili intenti, finisca per ridursi a un accanimento che provoca più svantaggi che benefici, con il pericolo di perdere di vista il messaggio originario da cui è spinto, per focalizzarsi maggiormente sui mezzi e sul singolo, più che sul contenuto e sulla collettività.

In questo contesto, è però importante fare una distinzione tra un atteggiamento inquisitorio, alla base della cancel culture, e una rivendicazione legittima da parte delle minoranze di approcciarsi in modo fortemente critico nei confronti di disuguaglianze e torti subìti dalla storia.

È in questo senso che devono piuttosto essere lette le richieste di far rimuovere la statua di uno schiavista, le proteste nei confronti di quella di un uomo che si è macchiato del concubinato di un’abissina dodicenne o la scelta di modificare il nome di una squadra di football considerato offensivo e denigratorio: come una legittima volontà delle minoranze del passato di non farsi più cancellare dalla storia e affermarsi in un presente che non può non prendere le distanze da atteggiamenti e intenti lesivi e inaccettabili.

Articolo originale pubblicato il 16 Novembre 2020

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