Cos'è l'"Effetto Matilda" che attribuisce i meriti delle donne agli uomini

L'effetto Matilda è un fenomeno del passato, ancora duro a morire, che consiste nell'accordare scarsa credibilità e considerazione alle donne nei settori tecnico-scientifici.

La disparità di genere è una realtà con cui dobbiamo fare tuttora i conti in molti ambiti della società, ma assume livelli esponenziali in modo particolare nel settore tecnico-scientifico, dove il numero delle donne è ancora troppo esiguo rispetto a quello della controparte maschile, e questo non per via di mancanza di capacità o meriti – i numeri ci dicono proprio il contrario, come vedremo meglio in seguito – ma soprattutto a causa di un sistema socio-culturale che continua a privilegiare i percorsi di studi e le carriere degli uomini in ambito STEM – Science, Technology, Engineering, Mathematics – e a riconoscere loro maggiori competenze e credibilità.

Come dichiara Paola Mascaro, presidente di Valore D, associazione di aziende impegnata nel rispetto dell’equilibrio di genere e una cultura inclusiva, è ancora ben radicato purtroppo lo stereotipo che vuole le donne poco adatte allo studio delle discipline tecnico-scientifiche, uno stereotipo confermato da dati piuttosto eloquenti:

Secondo il CENSIS, nel 2019 le laureate in Italia sono state il 56% del totale, ma salgono addirittura al 60% se consideriamo gli iscritti ai corsi di specializzazione e ai master. Ciò nonostante, se guardiamo all’ambito STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), i dati sono ben diversi: le donne rappresentano solo il 22% degli iscritti a ingegneria e addirittura il 13% degli iscritti a informatica: meno di un quinto. A livello internazionale il quadro è un po’ più roseo, ma c’è ancora tantissimo lavoro da fare: secondo i numeri del World Economic Forum, solo un terzo dei ricercatori in campo scientifico, nel mondo, sono donne.

Mascaro, nella sua analisi, va ben oltre il triste scenario attuale e affronta un fenomeno, noto con il nome di “effetto Matilda“, che ha avuto origine in un lontano passato ma di cui ancora oggi subiamo pesanti ripercussioni e che vede nel mancato riconoscimento del merito femminile, soprattutto in ambito STEM, il fulcro del discorso e l’origine di quel gap di genere a cui assistiamo ancora ai giorni nostri.

Per illustrarlo, Paola Mascaro si affida a una storia emblematica di una donna della scienza degli anni Cinquanta, Rosalind Franklin, le cui imprese vennero del tutto offuscate e i suoi meriti taciuti e ricondotti ai due scienziati uomini che con lei collaborarono, portando a una delle più importanti scoperte in ambito scientifico del secolo scorso: la struttura del DNA.

Nonostante, infatti, la scienziata diede un contributo essenziale ai due colleghi, James Watson e Francis Crick – che nel 1962 vinsero il premio Nobel – fornendo loro il tassello mancante per scoprire la molecola a doppia elica, l’intervento di Franklin, che morì di cancro a soli 37 anni nel 1958, non venne mai di fatto riconosciuto ufficialmente e il suo nome verrà riabilitato solo molti anni dopo.

Ma non solo, come sottolinea la presidente di Valore D, i segni della scarsa considerazione che i due uomini riservavano a Franklin sono visibili anche nel libro scritto da Watson nel 1968, dal titolo La Doppia Elica, dove la scienziata viene appellata con il nomignolo Rosy, e di cui lo scienziato commenta scelte stilistiche e di vestiario, un gesto poco rispettoso che non sarebbe stato riservato a un collega uomo.

Che cos’è l’effetto Matilda?

Dall’esempio emblematico citato in apertura risulterà chiaro come per effetto Matilda si intenda quel fenomeno per il quale, specie in ambito scientifico, i risultati e i meriti di una scienziata donna vengono attribuiti, in parte o nella loro totalità, a un collega uomo.

Fu la sociologa Margaret Rossiter a coniare il termine nel 1993, riferendosi alla suffragetta Matilda Joslyn Gage, che per prima individuò il fenomeno nel XIX secolo. Gage, attivista e femminista statunitense, nel corso della vita si batté per il suffragio femminile e per i diritti di altre minoranze e nel 1870 scrisse un saggio dal titolo “Woman as inventor” in cui fa un elogio dell’inventiva femminile e denuncia le discriminazioni subite dalle donne, il cui talento veniva spesso calpestato e non riconosciuto. Gage notò infatti come moltissime scoperte e invenzioni scientifiche fossero il risultato del lavoro di donne rimaste nell’anonimato.

Rossiter continua idealmente il lavoro iniziato da Gage, fino a considerarlo un fenomeno sistemico e ad attribuirgli il nome con cui lo conosciamo oggi. Per teorizzarlo, la storica della scienza analizza oltre mille articoli pubblicati su diverse riviste scientifiche nel periodo compreso tra il 1991 e il 2005 e realizza che questi articoli riportavano molte meno citazioni di studi e lavori di scienziate donne rispetto a quelli dei colleghi uomini – per la precisione, la metà.

Un parametro fondamentale quello delle citazioni in studi scientifici che contribuisce ad accordare credibilità e autorevolezza agli scienziati e a influenzarne la carriera nel tempo con maggiori possibilità di riconoscimenti e premiazioni. L’effetto Matilda non si esprime quindi solo con l’attribuzione del lavoro di una donna a un collega o più colleghi uomini, ma anche con una minore diffusione del lavoro di ricerca di una donna rispetto a quello di uno scienziato uomo, con evidenti conseguenze sulla sua fama, credibilità e carriera.

Del resto, basta un semplice dato per comprendere gli effetti di questo scenario: a oggi sono solo 20 le donne che hanno ricevuto il Premio Nobel per la Scienza su 600 assegnazioni.

A questo fenomeno è associato anche il cosiddetto “effetto Matthew”, o effetto San Matteo, con cui si allude alla tendenza ad accordare maggior credito a uno scienziato famoso rispetto a un ricercatore poco noto, aspetto che per estensione finisce anche a indicare una maggiore credibilità agli scienziati in quanto uomini. Il fenomeno, coniato nel 1968 dal sociologo Robert K. Merton, prende il nome dal versetto attribuito all’evangelista: “a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” (Mt 13, 12).

Effetto Matilda: alcuni esempi storici

Oltre all’esempio che abbiamo citato in apertura, ce ne sono molti nella storia. Ecco alcuni dei principali:

  • Una delle primissime donne di cui si ha notizia è Trotula de Ruggiero, scienziata italiana del XII secolo che scrisse molte opere di medicina, attribuite però a diversi uomini dopo la sua morte.
  • Alice Augusta Ball fu una chimica statunitense di origine afroamericana che scoprì il più efficace trattamento contro la lebbra. A causa della sua morte prematura, fu il presidente dell’Università presso la quale Ball lavorava a publicare lo studio, firmandolo a suo nome e omettendo il riferimento alla scienziata responsabile della scoperta. Il procedimento venne così definito “metodo Dean”, dal cognome dell’uomo. Solo qualche anno dopo, nel 1922, Harry T. Hollmann, un dottore che collaborò con Ball, pubblicò un articolo in cui accreditò alla donna il lavoro, rinominandolo con il nome “metodo Ball”.
  • La microbiologa e immunologa Esther Miriam Zimmer diede un contributo essenziale nella genetica batterica, collaborando alle scoperte di due elementi chiave del campo, insieme al marito, Joshua Lederberg. Fu però solo l’uomo a ottenere un Nobel per la Medicina, e il suo ruolo non venne mai riconosciuto né dall’uomo né dall’accademia.
  • Nettie Stevens fu la prima scienziata a dimostrare una correlazione tra il sesso di un organismo e i suoi cromosomi. La sua scoperta Stevens contribuì a determinare l’assegnazione del Nobel a Thomas Hunt Morgan nel 1933 ma la donna fu sempre privata del riconoscimento che le sarebbe spettato.
Nettie Stevens: come una donna scoprì i cromosomi sessuali X e Y
  • Lise Meitner, fisica austriaca di origini ebraiche, scoprì insieme al chimico Otto Hahn le basi teoriche della fissione nucleare, ma il Nobel venne assegnato solo all’uomo, che che durante il suo discorso di ringraziamento nominò nove volte la collega, sottolineandone il contributo fondamentale.
  • Jocelyn Bell è un’astrofisica britannica che ha scoperto la prima pulsar, o stella di neutroni, insieme al suo relatore di tesi Antony Hewish. Ancora una volta fu però solo l’uomo a vincere il premio Nobel per la fisica nel 1974.
  • Mileva Marić, prima moglie di Albert Einstein, secondo alcuni studiosi, avrebbe collaborato alla stesura dei lavori sulla teoria della relatività, anche se non venne mai riconosciuto. Queste tesi si basano sullo studio della corrispondenza tra Mileva e Albert e sul fatto che le prime versioni degli articoli più famosi di Einstein sembra fossero firmate “Einstein-Marity”, quest’utlima probabile versione ungherese del cognome Marić.

Effetto Matilda e gap di genere nelle scienze

La minore credibilità accordata alle donne della scienza rispetto ai colleghi uomini, figlia del pregiudizio culturale e degli stereotipi di genere che da anni ci portiamo dietro, ha quindi contribuito a consolidare in modo determinante quel sistema socio-culturale che privilegia e incentiva le carriere STEM degli uomini, non solo nella fase scolastica ma anche nel percorso lavorativo effettivo, con maggiori opportunità, possibilità di avanzamenti e salari decisamente più consistenti.

I dati ancora una volta ci vengono in aiuto: stando al rapporto del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, i contratti di lavoro a tempo indeterminato in ambito STEM sono offerti a ricercatori uomini nel 63% dei casi, e in media questi ultimi guadagnano 1.600 euro mensili contro i 1.300 euro delle colleghe donne. Questa disparità di vantaggi e diritti continua a perpetuare quel gap di genere in un circolo vizioso senza fine che vede gli uomini sempre più agevolati e tutelati, e pertanto ben più propensi a intraprendere e proseguire carriere in questo ambito.

Tale meccanismo si potenzia poi ancora di più se si considera che, senza un concreto cambiamento, sarà sempre maggioritaria la presenza di figure maschili, specie in posizioni apicali e di rilievo, ruoli tradizionalmente deputati alla definizione di programmi e regole che tenderanno a loro volta a confermare quei modelli conservatori fondati sul gender gap. Quello che si viene a creare è quindi un ambiente chiuso ed elitario che continua a confermare pregiudizi consolidati e che, così facendo, si preclude arricchimento e nuove potenzialità, che derivano da uno scambio e un dialogo fondato sulla diversità.

Non è un caso, infatti, che a un maggiore interesse femminile nei confronti di percorsi scolastici e universitari STEM – grazie anche a un timido abbattimento di quel pregiudizio di genere che da sempre considera, senza alcun fondamento, le materie tecnico-scientifiche più idonee ai maschi – non corrisponda poi nei fatti un aumento della presenza femminile in ruoli, carriere e posizioni apicali in ambito STEM.

Questo fenomeno, noto come leaky pipeline, o tubo rotto che perde – ci mette di fronte a un dato di fatto: il graduale abbandono da parte delle donne delle carriere scientifiche, dal momento dell’ingresso agli studi ai successivi step nel mondo lavorativo.

Leaky pipeline, la scienza è un tubo rotto che perde donne

Come sostiene nuovamente Paola Mascaro, favorire la presenza femminile negli ambiti STEM, oltre a estinguere il divario tra i generi e limitare le conseguenze che comporta, avrebbe però anche degli importanti effetti positivi sull’economia globale. Secondo le ricerche dell’EIGE, l’Istituto Europeo per la parità di genere, questo porterebbe a una crescita del PIL europeo pro-capite del 2,2-3% nei prossimi 30 anni.

Non solo, uno studio del 2015 condotto da McKinsey & Company, dal titolo Why diversity matters, ha rilevato che le aziende che presentano una maggiore presenza femminile nei ruoli chiave hanno il 15% di probabilità di registrare fatturati superiori alla media nazionale.

Come superare l’effetto Matilda?

Sono diverse le azioni che possono contribuire a favorire un abbattimento del divario di genere in ambito tecnico-scientifico, e coinvolgono le aziende, le istituzioni e lo stesso sistema culturale nel suo complesso.

In prima istanza, come dichiara Paola Mascaro a Harvard Business Review, è necessario un impegno attivo e concreto da parte delle aziende tutte, che consenta di tutelare e garantire la presenza femminile, incentivandola anche attraverso politiche mirate e programmi di reskilling e upskilling tecnologico ad esse indirizzati, che prevedano, tra gli altri, corsi di formazione, percorsi di inserimento specifici e contribuiti economici per incentivare percorsi di studio e professionalizzazione in ambito tecnico scientifico.

Proprio in quest’ottica, Mascaro ha ideato e promosso il progetto In the Boardroom con il preciso scopo di favorire la promozione e l’inserimento donne preparate e di talento nei consigli di amministrazione, coinvolgendo direttamente anche le aziende e stimolandole a individuare potenziali candidate al proprio interno.

Insieme a questo, è però necessario che le stesse aziende pianifichino precise politiche economiche fondate sulla parità di genere, che consentano alle lavoratrici donne di godere degli stessi diritti dei colleghi maschi, dalla parità salariale a un ripensamento profondo dei modelli dei congedi parentali che tutelino entrambi i generi e non siano sbilanciati a svantaggio della lavoratrici donne, cui sono più facilmente negati opportunità di carriera, avanzamenti, promozioni e aumenti di stipendio.

Accanto all’impegno diretto di aziende e istituzioni, è poi altrettanto fondamentale che si adoperino nuove modalità di comunicazione atte a dare voce e maggiore visibilità alle figure femminili che si sono distinte in ambito STEM, che possano diventare esempio per le giovani generazioni, contribuire a rompere i cliché di genere e i pregiudizi che ancora oggi influenzano i percorsi scolastici e le carriere delle donne e sdoganare una nuova mentalità culturale non più fondata sulla ghettizzazione dei saperi e dei ruoli in base al genere – il primo passo per evitare che il fenomeno dell’effetto Matilda persista, e, con esso, la tendenza a screditare e sminuire l’apporto e il contributo femminile negli ambiti tradizionalmente considerati “maschili”.

Affinché si verifichi questo cambiamento culturale è però necessario agire sin dall’infanzia, attraverso programmi di istruzione mirati, con contenuti e modalità consone all’età cui si rivolgono, veicolati già a partire dalle scuole primarie. Programmi che siano in grado di diffondere a tutti, femmine e maschi compresi, il messaggio secondo cui non esistono percorsi, ruoli e carriere destinate e più indicate all’uno o all’altro genere, contribuendo così a formare nuove generazioni libere dal pregiudizio e dagli stereotipi di genere.

Educazione di genere: la discriminazione che insegniamo ai nostri figli

Articolo originale pubblicato il 12 Marzo 2021

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