STEM e donne: perché il Covid ci sta facendo perdere le conquiste raggiunte

Perché un virus, invece di valorizzare la professionalità delle donne, può aumentare la disparità di genere? Scopriamo cosa sono le professioni STEM e perché il COVID è diventata l'ennesima arma di discriminazione per le donne che se ne occupano.

Nonostante le materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) vantino tanti nomi e successi nel mondo femminile, ancora oggi al binomio donne e scienza non viene data la giusta considerazione e importanza. Cosa che, invece, non riguarda il sesso maschile.

Una disparità di genere (l’ennesima) che si evidenzia in Italia e a livello mondiale con dati estremamente significativi. Nel nostro Paese, infatti, solo 12 donne su 1000 decidono di laurearsi in materie STEM, arrivando a occupare poco più del 30% delle posizioni lavorative a livello tecnico-scientifico. Il tasso più basso d’Europa.

Dato che non cambia su scala mondiale. Secondo una ricerca condotta dall’Unesco solo il 28-30% delle donne nel mondo si occupano di materie in ambito scientifico. Queste rappresentano circa il 25% dei dottori in scienze, poco meno del 30% delle ricercatrici e solo il 3% dei premi Nobel conferiti in materie scientifiche.

Un divario che lascia perplessi e che riflette un sistema di merito e occupazionale ancora fortemente rivolto al mondo maschile.

I motivi

Se da una parte, infatti, una prima scrematura viene fatta già al momento della scelta della scuola secondaria e dell’università, dall’altro è vero anche che uomini e donne di scienza (e in generale) hanno trattamenti ancora troppo diversi.

Tasso occupazionale e stipendi inferiori, contratti più precari, incarichi meno rilevanti e la presa in carico quasi totale della famiglia e dei figli, sono solo alcune delle disparità subite dalle donne a livello lavorativo.

Disparità che, come dimostra un report pubblicato dalla Nazioni Unite The Impact of COVID-19 on Women, nonostante i piccoli passi per colmarle fatti negli anni, stanno riemergendo prepotentemente a causa della pandemia che stiamo vivendo.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa significa esattamente STEM e perché, nonostante donne come Margherita Hack, Samantha Cristoforetti, Rita Levi Montalcini o Marie Curie, la disparità di genere in ambito scientifico, soprattutto in questo periodo, sia ancora così grande.

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Cosa significa STEM?

Il termine STEM non è altro che un acronimo inglese che sta a indicare l’unione tra diverse discipline accademiche: Science, Technology, Engineering e Mathematics (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

La sigla però, diffusa dopo una conferenza della National Science Foundation statunitense, non indica le varie discipline prese singolarmente ma la loro unione.

L’integrazione delle quattro materie sopra citate apprese secondo un modello basato su applicazioni autentiche e reali, seguendo un approccio interdisciplinare.

Lo scopo è quello di spingere e invogliare gli studenti a creare diverse connessioni tra le nozioni apprese nelle varie materie tecnico-scientifiche, sia attraverso il loro studio che tramite l’osservazione e la verifica della realtà.

Punti chiave dello studio delle STEM, infatti, sono:

  • l’osservazione di un fenomeno e il porsi le relative domande;
  • la formulazione di ipotesi;
  • lo svolgimento di esperimenti di verifica;
  • l’analisi dei risultati;
  • la ripetizione degli esperimenti in modi diversi;
  • il raggiungimento della soluzione.

Un approccio che mira alla sperimentazione e all’applicazione delle varie materie nella vita reale e quotidiana, focalizzandosi sulla risoluzione del problema.

Un’ottica e un metodo estremamente efficace (l’esperienza Covid lo sta ampiamente dimostrando) che rende queste discipline tra le più importanti e richieste dal mercato, anche in previsione futura.

Secondo un rapporto del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, infatti, il tasso di occupazione dei laureati STEM è pari all’89,3%, 4,1 punti percentuali in più rispetto ai laureati nelle materie non STEM.

Ma quali sono, quindi, le materie che rientrano in questa macro definizione?

Quali sono le discipline STEM?

Oltre alle classiche (e forse più conosciute) facoltà di matematica, fisica, ingegneria e tutti i loro diversi indirizzi, il Miur include nella classificazione delle discipline STEM:

  • tutte le classi di laurea facenti parte dei gruppi architettura e ingegneria (escluse quelle di secondo livello in design e di primo livello in disegno industriale);
  • le facoltà a indirizzo chimico-farmaceutico, ma non le lauree magistrali a ciclo unico in farmacia e farmacia industriale;
  • le classi di laurea di primo livello in statistica, di secondo livello in scienze statistiche attuariali e finanziarie, e quelle in scienze statistiche all’interno del gruppo economico-statistico;
  • le lauree con indirizzo geo-biologico (esclusa quella di secondo livello in biotecnologie agrarie);
  • le classi di laurea del gruppo scientifico;
  • la laurea di secondo livello del gruppo medico in nutrizione umana;
  • la classe di laurea di secondo livello in tecniche e metodi per la società;
  • il corso di studi di primo livello in diagnostica per la conservazione dei beni culturali, di secondo livello in conservazione dei beni architettonici e ambientali, scienze per la conservazione dei beni culturali e conservazione e restauro dei beni culturali.

Una varietà ben più ampia di quanto si possa pensare ma che, rispetto ad altre facoltà, trova ancora una certa resistenza.

Sempre secondo i dati riportati da Almalaurea, infatti, gli studenti che si laureano in questo tipo di discipline sono circa il 25-26% del totale (e per lo più sono uomini). Tanto che, nel momento del bisogno, solo il 23% delle aziende (una su quattro) è riuscita a trovare personale con un profilo adatto.

Un dato che fa riflettere se si pensa a quante opportunità possano offrire le lauree STEM.

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I vantaggi di un percorso di laurea STEM

Senza troppi giri di parole si può dire che questo tipo di discipline rappresentino il futuro.

Il terzo millennio ha visto il propagarsi delle nuove tecnologie, della digitalizzazione e automazione in ogni ambito della vita quotidiana, cambiando totalmente il nostro modo di vivere e portando innovazioni, scoperte e miglioramenti in tantissimi ambiti.

Le occupazioni scientifiche e tecnologiche in Europa, infatti, ricoprono per quasi un terzo l’occupazione totale a fronte di solo un 7,3% dei giovani tra i 20 e i 29 anni che hanno intrapreso un percorso di studi in materie tecnico scientifiche.

Non è un caso, quindi, che i laureati STEM siano tra i più richiesti dal mondo del lavoro e con un tasso di occupazione elevato rispetto ad altre tipologie di lauree.

Secondo quanto riportato dal rapporto OCSE sull’istruzione superiore e l’occupazione giovanile, infatti, si evidenzia come nel nostro Paese il tasso di occupazione post laurea cambi a seconda della facoltà scelta, con maggior incidenza per le discipline STEM:

  • informatica e telecomunicazioni: 87%;
  • ingegneria meccanica o edile: 85%;
  • altri settori STEM (scienze naturali, matematica, statistica, ecc.): 78%;
  • discipline umanistiche: 78%.
  • discipline artistiche: 72%.

Per i questo i giovani dovrebbero puntare su queste materie. E in particolare le donne.

STEM e donne

Il binomio donne/scienza, infatti, presenta notevoli paradossi, molti dei quali legati a stereotipi e disuguaglianze di genere.

Se si pensa che in media, le giovani laureate STEM finiscono gli studi in maggior numero e con voti più alti rispetto ai colleghi uomini, perché, come detto all’inizio, solo pochissime donne decidono di intraprendere questo percorso?

Uno dei principali fattori che disincentiva le donne a intraprendere le facoltà STEM, è la mancanza di sostegno e di adeguate informazioni, sia a livello scolastico che familiare.

Come se, già dalla scuola e dalle mura domestiche, partisse una sorta di selezione sugli studi da intraprendere effettuata sul sesso di appartenenza e non sulla base delle competenze o inclinazioni personali.

Ed è così che le donne risultano essere preparate e portate per le materie scientifiche ma non ne hanno interesse. Soprattutto in quei paesi in cui la disparità di genere è inferiore.

Più parità meno donne STEM

Questo è quanto riportato in un articolo sulla rivista The Atlantic, che pone in primo piano proprio questo aspetto, ovvero quanto la cultura influisca sulla scelta delle ragazze di intraprendere percorsi scientifici.

Secondo uno studio condotto dagli psicologi Gijsbert Stoet della Leeds Beckett University e David Geary dell’Università del Missouri e pubblicato da Psychological Science, infatti, le donne rendono in modo tendenzialmente migliore rispetto ai ragazzi in ben due paesi su tre.

Oltre al fatto che in quasi tutti paesi il numero delle donne in grado di intraprendere un percorso STEM è ben più alto di quelle effettivamente iscritte.

Un dato che preoccupa il mondo scientifico che ha grandissima necessità di persone preparate, competenti e brillanti. In più è stato notato come questa tendenza sia maggiore dove la parità tra sessi è più elevata.

Ma non dovrebbe essere esattamente il contrario? Sì ma di fatto non è così. Quello che accade è che nei paesi con più disparità di genere, le donne vengono maggiormente incentivate a livello scolastico (e lo fanno già loro per prime) a intraprendere percorsi STEM.

E questo accade perché nei paesi in cui la cultura maschilista è predominante, le materie scientifiche sono uno strumento e un’occasione di rivalsa, di emancipazione e indipendenza oltre che di riscatto sociale. Un modo per schiacciare e liberarsi dalla discriminazione.

Cosa che non avviene dove la parità (apparentemente) sembra esserci. Qui, oltre alla mancanza di incentivazione da parte della scuola e della famiglia, la spinta a evadere dagli stereotipi culturali è meno forte. Per questo materie come l’ingegneria, la fisica o la matematica vengono lasciate indietro e meno considerate.

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Discriminazione lavorativa

Ma il problema non è solo questo. Un altro fattore molto importante sono le differenze e le discriminazioni che ancora oggi accadono a livello lavorativo e che spingono le donne verso altre discipline.

Sempre secondo Almalaurea, infatti, il tasso di occupazione nell’ambito STEM è pari al 92,5% per gli uomini, contro l’85% delle donne. Oltre al fatto che i contratti di lavoro a tempo indeterminato in questo settore nel 63% dei casi circa vengono offerti a uomini.

In più anche la retribuzione è molto diversa. In media gli uomini guadagnano 1.600 euro mensili contro 1.300 euro circa delle donne.

Il solito “vecchio” problema della disparità di trattamento tra sessi a livello lavorativo, per cui si lotta da anni e che, seppur con notevoli miglioramenti rispetto al passato, è ancora troppo presente. Un aspetto preoccupante se si pensa che l’emergenza COVID possa rinvigorire queste disparità.

Se da un lato le donne STEM, nonostante le difficoltà culturali, siano incrementate un po’ in tutto il mondo, dall’altro il rischio che a causa della pandemia si perdano le conquiste ottenute è davvero elevato.

Donne STEM e COVID-19

Come riportato nel report The Impact of COVID-19 on Women, infatti, le conquiste ottenute dalle donne STEM, sia in termini di scelta del percorso che di incarico, considerazione o di salario, potrebbero (e in parte lo stanno già facendo) venire meno.

L’incentivazione allo smart working e la necessità di prendere decisioni in fretta, infatti, favorisce nettamente la componente maschile. Questa emergenza ha imposto la necessità di stare a casa o di presentarsi in numero ridotto sul posto di lavoro.

La chiusura delle scuole e la sospensione delle varie attività hanno amplificato le differenze nella divisione del lavoro domestico e della cura famigliare. Schiacciando le donne sotto il peso della casa e della famiglia e privandole della possibilità di lavorare e concorrere in modo equo a livello professionale.

In questo modo vengono lasciate indietro ed escluse dalle decisioni o da incarichi di rilievo, portando, di fatto, a una perdita di diritti per le donne e di possibilità per tutti.

Ma non solo. Le donne sono la componente maggiore di occupate nelle mansioni di “cura” sia a livello domiciliare che ospedaliero. E quindi in prima linea contro l’emergenza COVID.

Privarle della possibilità di lavorare in favore della disparità di genere, che si trascina dietro stereotipi culturali stucchevoli e inutili, è un grave danno. Non solo per le donne e per le battaglie fatte nel tempo, ma anche per l’intero sistema sanitario e per la possibilità concreta di trovare soluzioni attraverso la ricerca e la sperimentazione.

E questo è un altro enorme paradosso se si pensa che a parità di contagi, le donne sembrano resistere meglio degli uomini al virus. Oltre al fatto che, come detto, la forza lavoro femminile in ambito STEM è fondamentale, preparata e (per il bene generale) in crescita.

Come agire?

La soluzione più auspicabile, quindi, è che la disparità di genere venga eliminata dando la possibilità alle donne di formarsi fin dalla scuola primaria e secondaria, potendo arrivare a lavorare in ambito STEM. Ma con gli stessi diritti e opportunità degli uomini.

Un tassello evolutivo fondamentale e l’opportunità di beneficiare del genio e dell’alta competenza professionale femminile, anche in momenti drammatici come quello attuale.

In cui, così come ogni singolo individuo viene colpito senza distinzioni, nessuna distinzione deve essere fatta verso chi è in grado di trovare soluzioni o offrire il proprio aiuto.

Articolo originale pubblicato il 26 Ottobre 2020

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