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Linguaggio di genere: perché è importante dire architetta e ostetrico

"Avvocata" o "donna avvocato"? "Architetta" o "architetto"? Ecco come il linguaggio di genere è influenzato dalla cultura androcentrica e perché sarebbe importante imparare a dare a ognuno il proprio genere... Anche se "suona male".
linguaggio di genere

Il linguaggio è importante anche quando le donne sono ai vertici delle istituzioni o comunque hanno ruoli di primo piano, e non viene riconosciuto loro il genere femminile. Allora se una donna che è in Polizia è un commissario, è la commissaria di polizia e non il commissario, perché altrimenti non le si concede neanche il genere. E così in Magistratura, è la giudice, non il giudice […]

Perché se io attribuissi a un uomo una connotazione femminile quell’uomo si ribellerebbe. Allora il rispetto passa anche per la restituzione del genere […] Non è una questione semantica, è una questione di concetto“.

Con questa lettera inviata ai colleghi deputati in occasione dell’8 marzo 2014 l’allora Presidente della Camera Laura Boldrini riapriva una questione già affrontata, ad esempio, nel volume Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, spinosa e complessa, abile a dividere nettamente l’opinione generale e le posizioni ideologiche, anche per via delle influenze storiche e soggettive innegabili che vi sono alla base.

Perché in fondo del cosiddetto linguaggio di genere nessuno sembra essersi “preoccupato” davvero a lungo, adagiandosi sul fatto che certe parole, o nomi, facessero semplicemente parte del lessico comune, che non arrecassero danno a nessuno, e del tutto inconsapevoli che potessero essere connesse a ben più ampie ragioni legate a stereotipi sessisti, discriminatori o, comunque, figli di una cultura patriarcale e tendenzialmente androcentrica.

No, non stiamo facendo una colpa o lanciando accuse di maschilismo o sessismo a nessuno di noi; ma, a rifletterci con cognizione di causa e liberi da qualsivoglia influenza ideologica, effettivamente dovrebbe risultare sorprendente perché non ci sia nulla di innaturale nel distinguere “il cameriere” da “la cameriera”, ad esempio, mentre “il ministro”, “il presidente”, “il giudice” restano sempre declinati al maschile, anche quando a ricoprire il ruolo è una donna.

Qua entra in gioco il concetto di stereotipo e di radicalizzazione “maschio-centrica” sottolineato dalla Sabatini e, quasi trent’anni più tardi, da Laura Boldrini, quello in cui i ruoli istituzionali/dirigenziali/di potere sono, nell’immaginario collettivo e quindi, di riflesso, nel linguaggio comune, associati al genere maschile.

Perché nei casi sopra analizzati non parliamo di nomi promiscui o cosiddetti di genere comune (un esempio? “Cantante”), ma di sostantivi la cui desinenza può assolutamente prevedere la declinazione al maschile o al femminile. E allora perché non lo si è (quasi mai) fatto?

Linguaggio di genere: come gli stereotipi influenzano il linguaggio

Per secoli il principio androcentrico ha fatto sì che l’uomo fosse il parametro intorno a cui anche l’universo linguistico doveva organizzarsi; tanto che non è un caso che ci si riferisca all’umanità nel suo complesso con il termine “uomo”, e che, anche nei libri di storia, tanto per citare qualche esempio, si usino espressioni come “Gli uomini della preistoria”, a comprendere e abbracciare in realtà entrambi i generi.
La stessa Dichiarazione dei diritti dell’Uomo, promulgata dall’Assemblea generale ONU nel 1948 si limita al termine di “uomo”, nell’accezione di “genere umano”, comprendente quindi uomini e donne.

Non è necessario aprire una polemica su questo punto: diciamo, per semplificare al massimo la questione, che “è sempre stato così”, e che solo negli ultimi anni è emerso il problema di ripensare il lessico e il linguaggio alla luce di una ritrovata – e rinnovata – presenza della donna a livello sociale e culturale.

Ciò che invece vogliamo chiederci è “perché” sia, appunto, sempre stato così.

E la risposta si trova, andando a ritroso, nel tipo di società e di mentalità che ci siamo portati dietro per secoli (e in parte ancora oggi): fino a metà del secolo scorso, ad esempio, molte professioni erano praticamente del tutto precluse alle donne, e naturalmente si trattava di funzioni di governo o potere. Questo spiega perché ruoli come “giudice”, “avvocato”, “sindaco”, “ministro”, siano difficilmente coniugati al femminile, e si preferisca, ad esempio, porre l’articolo femminile la davanti al nome (quindi “la sindaco, “la ministro”, “la giudice”).

Ci sono certamente nomi dove viene usata normalmente la declinazione al femminile – professoressa, dottoressa – ma l’attitudine generale sembra comunque orientata a prediligere il genere maschile in associazione a posizioni lavorative di un certo “prestigio”.

Dal lato opposto, però, c’è da dire che nessun uomo accetterebbe di essere chiamato “ostetrica”, o “maestra” (per citare due professioni a grande maggioranza femminile), ma vorrebbe – giustamente – che il proprio lavoro venisse declinato secondo il genere di appartenenza. Perché per le donne quindi non dovrebbe essere lo stesso?

A onor di cronaca, bisogna riferire alcuni casi in cui sono state le donne stesse a chiedere che ci si riferisse a loro usando degli appellativi maschili, come capitato a Susanna Agnelli, che chiese di essere chiamata “senatore” o Nilde Iotti, che voleva essere chiamata “il presidente”.
Ma convincersi che adottare la desinenza maschile in una qualifica professionale sia una sorta di “conquista femminista”, non solo è errato, ma figlio esattamente di quella cultura maschilista cui facevamo riferimento prima, in cui si ritiene di aver raggiunto prestigio e importanza solo venendo equiparate agli uomini ed essendo trattate come tali.

È, sostanzialmente, lo stesso motivo per cui è piuttosto riduttivo e mortificante per le donne essere qualificate come “con le palle”.

Linguaggio di genere: cosa sostiene l’Accademia della Crusca?

Prendiamo esempi da alcune lingue straniere per far comprendere quanto dovrebbe essere naturale declinare solo secondo il genere, liberandosi così da qualunque genere di stereotipo sessista. In Francia, ad esempio, è uso comune riferirsi a “la ministre”, “la secrétaire générale”, “la présidente”

In tedesco ci si riferisce invece alla ministra come “Ministerin”, mentre Angela Merkel è la “Kanzlerin”, ovvero la cancelliera.

Gli inglesi non hanno questo genere di problemi, dato che con “the minister” si comprendono sia uomini che donne, idem dicasi per “mayor” (sindaco) “chancellor” (cancelliere) e così via.
In spagnolo la donna ministro è “ministra”, mentre per quanto riguarda il ruolo di presidente, che è sia maschile che femminile, è stato coniato un termine nuovo, quello di “presidenta”, accettato dalla Reale Accademia spagnola della lingua, fondata nel Settecento sul modello della nostra Accademia della Crusca.

A proposito, che cosa dice la massima autorità in fatto di lingua italiana circa le declinazioni al femminile di alcune parole?

La Crusca si è espressa svariate volte su nomi come “architetta”, “consigliera”, “avvocata”, “ingegnera”, “magistrata”, ricordandoci che declinare al femminile tali sostantivi non solo è linguisticamente corretto, ma è anche un sintomo importante e positivo di quanto il linguaggio si sia adeguato ai tempi e alla società.

Quindi anche seguendo l’Accademia non c’è nulla di stilisticamente o grammaticalmente sbagliato nell’accordare il genere al soggetto di cui si sta parlando.

Linguaggio di genere: proposte per una parità linguistica

Svariate proposte mirano ad abbattere gli stereotipi di tipo sessista, anche per ciò che riguarda il linguaggio di genere. C’è, ad esempio, la proposta di legge depositata nel 2017 dalla politica Titti Di Salvo assieme ad altre colleghe, la Pdl 4643, che punta a eliminare tutte le discriminazioni linguistiche presenti anche in leggi e codici.

Ma certamente occorre partire prima di tutto da una riflessione sul perché, proprio come si parla di “maestro” o “ostetrico” non si dovrebbe parlare di “avvocata” o “ministra”; spesso l’incertezza è data dalla presunta bruttezza delle nuove forme, o dalla convinzione che la forma maschile possa essere usata tranquillamente anche in riferimento alle donne. In realtà, come abbiamo avuto modo di vedere, queste reticenze hanno tutte una natura di tipo culturale. Nel saggio Donne, grammatica e media, della linguista e accademica Cecilia Robustelli, ci sono moltissimi esempi di professioni e sostantivi declinati al maschile e al femminile, che dovrebbero farci rendere conto di quanto associare il giusto genere a ciascuna parola sia non solo assolutamente naturale, ma anche la scelta giusta.

Chiaramente non sarà sufficiente per arginare l’impeto degli stereotipi maschilisti, ma è comunque un doveroso passo avanti.

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