Se le persone transgender ancora oggi sono vittime di fortissime discriminazioni e di uno stigma sociale difficilmente superabile, è anche e soprattutto a causi alcuni luoghi comuni e atteggiamenti da parte delle persone.

Non sempre, infatti, serve essere omofobi per far sentire discriminate le persone transessuali, anche chi si considera perfettamente “neutro” rispetto all’argomento può incappare in errori che solo apparentemente possono sembrare banali o di poco peso, ma che invece per queste ultime hanno una rilevanza enorme.

Uno dei comportamenti più diffusi, spesso anche dagli organi di stampa che si occupano del tema, attuati volontariamente o meno e che arreca danni ai transgender è quello del dead name. Di cosa parliamo?

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Cos’è il dead name?

Letteralmente traducibile come “nome morto”, fare deadnaming verso una persona transgender significa semplicemente usare il suo nome di battesimo, ovvero quello scelto alla nascita e che corrisponde, quindi, al sesso biologico. Alessandro invece di Alessandra, tanto per fare un esempio.

È piuttosto chiaro perché si consideri questo nome “morto”: è quello che la persona transgender non sente più suo, proprio perché non corrispondente all’identità di genere cui sente di appartenere e a cui ha scelto di aderire. A meno che non sia la persona interessata a voler mantenere per qualche ragione il nome di battesimo – pensiamo a Vladimir Luxuria, ad esempio, il cui nome da uomo era Vladimiro, che lo ha semi-mantenuto come nome d’arte – è importante imparare a chiamare le persone transgender con il nome che hanno scelto in quanto uomo o donna, anche se la questione diventa sicuramente complessa quando si parla dei dati anagrafici scritti sui documenti ufficiali.

Pensiamo all’Italia, ad esempio, dove il riconoscimento giuridico dell’identità di una persona transessuale solo da pochissimo è consentito senza l’obbligo di sottoporsi all’intervento di riattribuzione di sesso, grazie alla storica sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del 21 ottobre 2015 che modificato la legge 164 del 14 aprile 1982.

Nel Paese in cui i transgender rischiano di morire per poter essere se stessi

Per una persona cisgender ovviamente il suo nome è semplicemente quello; piaccia o no, non sente alcun problema verso di esso. Ma le cose stanno diversamente quando rappresenta una vita che non ti appartiene, e non la persona che senti di essere.

Un bellissimo esempio dell’importanza di non fare deadnaming arriva da un cortometraggio di Starbucks UK; vincitore del premio Channel 4 nella categoria Diversity agli Advertising Awards 2019, facente parte della campagna #whatsyourname, che punta proprio a evidenziare quanto la questione del nome sia tutt’altro che secondaria per le persone transgender. La campagna finanzia le attività di Mermaids, organizzazione che supporta gli adolescenti e le famiglie che stanno affrontando un processo di transizione, e la clip dello spot è visibile su YouTube.

Perché non usare il “dead name”?

Non è difficile capire perché il dead name è fonte di disagio per le persone transgender: significa praticamente delegittimare la loro identità percepita per rimanere fermi al sesso biologico, cui loro non sentono di appartenere. Il che si va ad aggiungere a quella serie, già rilevante, di discriminazioni che ogni giorno subiscono.

Un piccolo esempio per far capire di cosa stiamo parlando: secondo un sondaggio condotto dal Trans Survey nel 2015, da parte del National Center for Transgender Equality, il 46% delle persone transgender intervistate ha dichiarato di essere stato molestato verbalmente, il 9% di essere stato aggredito fisicamente solo per il fatto di essere transgender.

Senza contare le forti discriminazioni subite sul lavoro, a dispetto della sentenza della Corte europea di Giustizia, P contro S e Cornwall County Council, Causa C-13/94,del 30 aprile 1996, per cui non si può licenziare una persona transessuale per motivi connessi al suo mutamento di sesso. Infine, c’è la questione burocratica dei documenti: sempre secondo il medesimo sondaggio già citato,  solo l’11% delle persone intervistate negli USA ha il nome registrato sui documenti, il 35% ha riferito di non essere in grado di cambiare nome in modo legale a causa del suo costo, mentre il 34% di chi lo ha fatto ha riferito di aver speso oltre 250 dollari per riuscirci.

In questa situazione già di per sé fortemente compromessa dagli aspetti meramente legali, si comprende perfettamente perché, anche se non c’è stato un cambio di sesso che sancisca il cambio di nome anche sui documenti, sia importante smettere di usare il dead name quando ci riferiamo a una persona transgender.

Dead name e misgendering

Il dead name si va a inserire nel più ampio fenomeno del misgendering, che si attua quando, attraverso il comportamento, si disconosce e non si rispetta l’identità di genere cui la persona transgender sente di appartenere.

Ciò si verifica, ad esempio, quando si usa il pronome che fa riferimento al sesso biologico; nel caso di una trans MtF, quindi, si fa misgendering quando ci si riferisce a questa persona usando il pronome “lui”, nonostante sia chiaro che l’identità di genere in cui si riconosca sia quella femminile.

Misgendering: parlare di una persona trans in modo giusto vuol dire riconoscerla

Articolo originale pubblicato il 6 Ottobre 2020

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