Il tema della transessualità è semper estremamente delicato, soprattutto perché le persone hanno spesso poche idee, e confuse, sulla disforia di genere o sui percorsi di transizione MtF o FtM.

I transessuali, tanto per sfatare qualche stereotipo, non sono “indecisi”, non sono “esseri a metà” e transessuale non è nemmeno sinonimo di “ermafrodita”, dato che il tema intersex ha a che fare con altro. Parliamo di una persona che non si riconosce nel sesso biologico con cui è nato, ma sente di avere un’altra identità di genere, e non è necessario sottoporsi alla transizione per essere considerati transgender, è sufficiente sentire di appartenere al genere opposto rispetto a quello di nascita.

Questo almeno a livello teorico, perché, nella pratica, nel nostro Paese ad esempio, il riconoscimento giuridico dell’identità di una persona transessuale solo da pochissimo è consentito senza l’obbligo di sottoporsi all’intervento di riattribuzione di sesso, grazie alla storica sentenza della Suprema Corte n. 221 del 21 ottobre 2015 che modificato la legge 164 del 14 aprile 1982.

Legge a parte, per empatia, rispetto e sensibilità le persone transgender dovrebbero comunque essere chiamate con i nomi che hanno scelto e con i pronomi riferiti al genere cui sentono di appartenere; cosa che spesso invece non accade, dando luogo all’antipatico fenomeno del misgendering.

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Cos’è il misgendering?

Il misgendering si verifica quando, intenzionalmente o meno, ci si riferisce a una persona transgender usando termini che si riferiscono al sesso biologico, e non all’identità di genere in cui questa persona si riconosce. Per intenderci, significa chiamare con il pronome maschile una donna transessuale.

Ovviamente il misgendering può avere un impatto devastante sull’autostima personale, e sulla sua salute mentale; uno studio del 2014 che indagava proprio le reazioni di persone sottoposte al misgendering ha evidenziato che il 32,8% sentiva di vivere una stigmatizzazione sociale a causa della sua transessualità; che le persone che ancora non avevano completato il processo di transizione avevano probabilità più alte di subire il misgendering, e che queste persone avevano trovato ripercussioni negative riguardo la sicurezza in sé.

Tutto questo si va ovviamente ad aggiungere al già ampio quadro di discriminazioni di ogni genere per i transgender, che vanno dal profilo delle cure mediche (il 33% degli intervista nello studio ha dichiarato di essere stato discriminato mentre cercava delle cure), a quello lavorativo (il 27% ha subito una qualche forma di discriminazione, se non addirittura il licenziamento).

Perché avviene il misgendering?

Talvolta il misgendering si verifica semplicemente perché le persone notano caratteristiche fisiche che non sono conformi rispetto all’identità di genere a cui il soggetto di appartenere; ciò accade, ad esempio, in presenza o in assenza di peli facciali, qualora ci sia ancora il seno (o non ci sia) oppure i genitali.

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Ma il misgendering spesso dipende anche dalla legislazione in vigore in un determinato stato; come abbiamo visto poc’anzi, in Italia il riconoscimento dell’identità del genere avviene solo laddove sia stata effettuata la transizione, così come il cambio dei dati anagrafici – e quindi dei documenti personali – può essere effettuato solo dopo l’operazione per il cambio di sesso.

Infine, il misgendering può essere anche un atto volutamente provocatorio e discriminante. Un sondaggio del 2015 effettuato da Trans Survey ha fatto emergere che circa il 46% degli intervistati ha sperimentato molestie verbali a causa della propria identità di genere, mentre il 9% è stato aggredito fisicamente.

Misgendering e pronomi

In base a quanto abbiamo detto finora, si capisce quanto la questione dei pronomi sia importante per non cadere nel misgendering e che non rappresenti un “capriccio” dei transgender, ma un diritto. Rispetto a una transessuale donna, quindi, è ovvio che debbano essere usati i pronomi “lei” “le”, o parole con declinazione al femminile; idem al contrario, naturalmente.

Mentre, in rispetto anche alle persone non binarie, sempre più spesso, nelle lingue che lo prevedono, viene usato il genere neutro; una lingua, come l’italiana, che invece non ha un corrispettivo neutro – come l’inglese, ad esempio – può utilizzare l’asterisco – o lo schwa – nelle desinenze delle parole, in nome di una maggiore inclusività per tutti.

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Il misgendering nel mondo dell’informazione

Certamente è difficile riuscire a educare le persone al rispetto delle persone trans, che passa anche dal chiamarle usando i pronomi corretti, se gli organi di informazione sono i primi che peccano di ignoranza, sbagliando i termini.

A gennaio del 2020, la morte della trans Eduarda, che ad Altopascio si è data fuoco dopo aver ricevuto l’ordinanza di sfratto, è stata commentata da diversi giornali parlando di lei come di “un trans brasiliano”. Un’emittente toscana, contatta dall’attivista LGBT+ Massimiliano Piagentini proprio per chiedere la modifica del genere nell’articolo dedicato al caso, ha risposto che “il suo orientamento sessuale – confondendolo quindi con l’identità di genere – è un dato sensibile perché appartiene alla sfera sessuale”.

Niente di più sbagliato, perché in quel caso si fa del vero e proprio deadnaming, ovvero si utilizza il nome di nascita e non quello scelto in quanto persona transgender, che sarebbe quello da usare.

Ma quanto la confusione aleggi sugli organi di stampa lo abbiamo visto, più recentemente, nel caso della morte di Maria Paola Gaglione, rimasta uccisa dopo essere stata speronata dal fratello mentre si trovava in scooter con il fidanzato, Ciro, un ragazzo transgender. Appare davvero incredibile come, in quel frangente, moltissimi giornali e trasmissioni tv che si sono occupate della vicenda abbiano trovato più importante chiarire “quanto” e in che misura Ciro fosse uomo, perdendosi in cavillose puntualizzazioni piuttosto che focalizzarsi sul fatto principale: un fratello ha ucciso una sorella perché non accettava chi lei amava.

Invece ci siamo trovati a leggere una marea di frasi che definivano Ciro “una ragazza, perché non ancora operata e quindi non uomo”, e quella con Maria Paola una “relazione lesbica”. L’apoteosi del misgendering, insomma.

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Cose da dire/non dire a una persona transgender

Come evitare di cadere nella trappola del misgendering, allora? Anzitutto, provando a seguire questi comportamenti:

  1. Chiamarla col pronome giusto
  2. Usare il nome che ha scelto
  3. Usare un linguaggio neutro quando si è in gruppo (anziché “ciao ragazzi” è sufficiente un semplice “ciao”)
  4. Chiedere scusa in caso di errore
  5. Evitare di parlare in pubblico dell’identità di genere della persona con cui stai parlando, a meno che non sia lei/lui a dirtelo o che la cosa non sia evidentemente pubblica.
  6. Non giudicare il suo aspetto (evita commenti come “Certo che sembri proprio una donna!” o “Sono riusciti a toglierti il seno!”)

Allo stesso modo, ci sono atteggiamenti e frasi che devono essere evitati, ad esempio:

  1. Costringere la persona trans a vestirsi secondo il proprio sesso biologico
  2. Fare domande morbose sulla riassegnazione del sesso o sulla presenza dei genitali del sesso biologico
  3. Esordire nelle frasi con “Non sono omotransfobico, ma…”
  4. Usare il pronome che fa riferimento al sesso biologico
  5. Usare il nome di nascita

Articolo originale pubblicato il 2 Ottobre 2020

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