Fashion victim, perché siamo davvero e senza ironia vittime della moda

Gratificazione immediata, ossessione per le tendenze dettate dal mondo della moda, apparire ed esibirsi. Questi sono solo alcuni dei tratti che le fashion victim hanno in comune. Ma qual è il vero significato dietro questa etichetta apparentemente frivola? E soprattutto, chi sono le vere vittime del sistema moda?

Fashion victim è un’etichetta che usiamo spesso, ma siamo a conoscenza del suo reale significato? Se per definizione “vittima” indica la persona che viene danneggiata in una particolare situazione, forse usiamo questo termine sorvolando volutamente sulla sua sfumatura negativa.

La fashion victim è letteralmente la “vittima delle mode”, che segue costantemente le tendenze lanciate dal fashion system senza alcun pensiero critico o personale al riguardo. L’obiettivo? Mostrarsi ed esibirsi a tutti i costi in una società che venera l’immagine.

Ma come si esprime oggi, nel concreto, questa disperatissima corsa all’apparenza? Come si comportano e chi sono le vere vittime del sistema moda?

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Fashion victim: storia e significato del termine

Innanzitutto è bene sottolineare che fino a qualche anno fa l’etichetta “fashion victim”, coniata negli anni ’80 dallo stilista Oscar De La Renta, era di esclusiva descrizione del mondo femminile, mentre oggi sono sempre più numerosi gli uomini che entrano a far parte di questo fenomeno così frenetico.

La fashion victim è una figura aggiornatissima sulle mode del momento, ma anche succube delle tendenze temporanee dettate dalla moda che la portano ad essere sempre alla ricerca (quasi ossessiva) di nuovi capi, accessori ed elementi tutti rigorosamente “all’ultimo grido”.

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Fashion victim: chi sono, storia e significato del termine. Fonte: pinterest

Nella maggior parte dei casi l’espressione “fashion victim” non viene quasi mai colta nel suo tratto negativo: la totale assenza di scelta e il repentino mutamento dello stile personale rendono letteralmente queste persone vittime del sistema moda, stagione dopo stagione.

Una fashion victim, inoltre, può essere talmente ossessionata dalle tendenze da avere come unico obiettivo quello di seguire, imitare e copiare alcuni modelli estetici forzatamente imposti dalla moda e dalla società.

Cosa comporta (realmente) essere fashion victim

Il fenomeno fashion victim è cresciuto esponenzialmente dalla comparsa nelle città e nei centri commerciali delle catene di negozi fast fashion che, riprendendo e imitando le tendenze delle passerelle, hanno dato la possibilità a chiunque di indossare ciò che va di moda.

Questa novità ha però ha soffocato ogni scelta personale, specialmente se si guarda al campo dell’abbigliamento. Infatti, quando una fashion victim è sul punto di acquistare un indumento o un accessorio di un brand famoso, preferisce orientarsi verso prodotti con il logo e il nome del marchio ben visibili, a dimostrazione che può permettersi di possedere quel determinato oggetto che la società addita come “un qualcosa per pochi eletti”.

Si tratta di quello che nell’ambito degli studi sociologici viene definito come “consumismo vistoso” dal momento in cui il bisogno di abbellirsi, agghindarsi e apparire è diventato più importante del semplice vestirsi. Una fashion victim non cerca di sperimentare cose nuove, nonostante ne sia costantemente alla ricerca, ma indossa solamente ciò che in quel determinato periodo è in voga, anche se visibilmente antiestetico.

Il non saper valutare le caratteristiche di un capo, comprese quali linee e forme siano più adatte al proprio fisico è uno degli errori più comuni, ma questo poco importa, perché vengono indossati ugualmente a patto che siano alla moda. Nel film I Love Shopping“, la scena dove viene ripresa la corsa ai saldi nei grandi magazzini di New York illustra bene questo sentimento di urgenza e disperazione dove Rebecca, la protagonista, e un gruppo di donne scalpitanti si spintonano e sgomitano per accaparrarsi il capo migliore.

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Cosa comporta essere fashion victim. Scena tratta dal film “I Love Shopping”. Fonte: pinterest

Riassumendo, essere una “fashion victim” per definizione comporta:

  • Essere sempre e costantemente aggiornate sulle ultime tendenze proposte dal mondo della moda;
  • Vestirsi acquistando quasi esclusivamente capi e accessori di brand noti e costosi, meglio se con logo e nome del marchio ben visibili;
  • Soddisfare un continuo ed estenuante senso di urgenza d’acquisto;
  • Copiare e imitare da capo a piedi celebrità, attori, fashion blogger, influencer;
  • Non valorizzare la propria personalità omologandosi alla massa.

Ma chi sono le vere “vittime della moda”?

Diciamo di conoscere la moda ma in fondo non ne sappiamo quasi nulla, specialmente i suoi retroscena. I volti e le storie di chi produce gli abiti che indossiamo ogni giorno sono lontani quanto sconosciuti al nostro immaginario.

A svelare i terribili scenari dell’industria del fashion ci pensa il film-documentario “Fashion Victims” diretto da Alessandro Brasile insieme a Chiara Cattaneo, presentato nel corso della 29esima edizione del Festival Cinema Africano, Asia e America Latina. Riproposto anche in data 23 aprile, la proiezione è stata uno degli eventi più importanti della Fashion Revolution Week, l’iniziativa lanciata dal movimento Fashion Revolution (in Italia coordinato dalla stilista Marina Spadafora) per commemorare non solo la strage del Rana Plaza, la fabbrica d’abbigliamento che crollò nel 2013 causando la morte di oltre mille operai, ma anche per sensibilizzare l’universo di consumatori e aziende sull’esigenza sempre più urgente di adottare un modello di moda sostenibile.

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Le vere vittime della moda sono loro, le ragazze-operaie che si raccontano nel film-documentario Fashion Victims di Brasile e Cattaneo. Fonte: ansa

Le vere vittime della moda sono le giovani donne operaie della regione rurale del Tamil Nadu che, nell’India meridionale, lavorano nel campo dell’industria tessile producendo incessantemente filati per le catene di fast fashion, ma non solo. È proprio in questa regione che si produce anche per rinomati marchi del lusso. Ma, come sottolineano gli autori, «il maggior costo dell’abito finito non garantisce assolutamente che ci sia stata una maggiore tutela del lavoratore lungo la filiera».

Queste giovani operaie sono simboli di una manodopera inesauribile e volenterosa. Sopratutto le più giovani, che spesso abbandonano gli studi e le scuole già in tenera età, perché il lavoro in queste fabbriche è una speranza di emancipazione.

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Le ragazze vengono portate nelle aziende dove, oltre a lavorare, sono costrette a vivere in ostelli o dormitori annessi alle fabbriche: tutto questo può essere riassunto in due parole, ovvero “Sumangali scheme”. Secondo questo “schema”, le giovani operaie lavorano dai tre ai cinque anni rispettando turni estenuanti, capaci di sfiorare anche le venti ore di lavoro giornaliere in condizioni alquanto pericolose.

Vengono private della libertà di movimento e di comunicazione con il mondo esterno e non ricevono uno stipendio mensile, ma una modesta somma di denaro per far fronte alle esigenze quotidiane. Al termine del periodo stabilito dovrebbero ricevere il pagamento cumulativo di quanto difficoltosamente guadagnato nel corso degli anni, una somma che equivale a circa cinquecento/ottocento euro.

Il termine Sumangali significa “donna sposata” oppure, in lingua Tamil, “donna felicemente sposata”. E il denaro guadagnato serve proprio a questo, poiché queste ragazze sognano di poterlo usare come dote per il proprio matrimonio. Ciò che accade in questo terrificante e incredibile schema è ben diverso dalla promessa con la quale le giovani ragazze vengono attirate nelle fabbriche: la realtà si affaccia su ambienti non sicuri, mancanza di ogni tipologia di tutela, condizioni disumane, pressione psicologica, incidenti sul lavoro, mancati pagamenti, fino ad arrivare agli estremi come le violenze sessuali e i disperati tentativi di fuga, spesso anche mortali.

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Le vere vittime della moda sono loro. Il documentario di Brasile e Cattaneo. Fonte: ansa

Nel documentario “Fashion Victims” sono le protagoniste stesse a tracciare il quadro della crudeltà quotidiana in cui sono immerse, di un sistema produttivo dove le vere e proprie le vittime della moda sono loro, violate in ogni modo e private di tutti i loro sogni. Non a caso, al termine della proiezione, il documentario lascia lo spettatore con un interrogativo su cui riflettere e, nella migliore delle ipotesi, confrontarsi:

«Se conoscessimo i nomi e le storie di chi ha fatto i nostri vestiti, cambierebbe il modo in cui li produciamo e li indossiamo?»

Articolo originale pubblicato il 31 Gennaio 2020

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