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"Chi ha fatto i miei vestiti?": la moda femminista che sfrutta le donne

Chi ha fatto i miei vestiti?
Questo contenuto fa parte della rubrica “Sui generi(s)”

Oggi non è un giorno qualunque.
Oggi, 24 aprile, ricorre l’anniversario del crollo dell’edificio commerciale Rana Plaza, avvenuto nel 2013 in Bangladesh.
Il numero delle vittime è spaventoso: 1.129.

Nello stabile – che presentava delle crepe evidenti – erano presenti delle fabbriche di abbigliamento, una banca, altri negozi e perfino degli appartamenti. Ma mentre la banca e gli altri negozi erano stati chiusi per motivi di sicurezza, ai lavoratori delle fabbriche tessili era stato chiesto (o per meglio dire, imposto) di tornare il giorno dopo, nonostante il pericolo.

Il giorno dopo era, appunto, il 24 aprile.
Questo tragico avvenimento ha avuto almeno un risvolto positivo, quello di mettere in luce un problema enorme nel mondo della moda: i vestiti che ci piacciono tanto e che compriamo a prezzi economici, spesso vengono realizzati da persone sottopagate, costrette a fare turni infiniti e in condizioni pericolose.

Da quel giorno, ogni anno, la settimana del 24 aprile si celebra la Fashion Revolution Week.
Sette giorni per fare il punto della situazione e sensibilizzare chi acquista. Famoso è diventato anche l’hashtag #WhoMadeMyClothes? (Chi ha fatto i miei vestiti?) con il quale si chiede trasparenza ai brand circa la provenienza dei loro capi e le condizioni lavorative dei loro dipendenti.

Ma che c’entra tutto ciò con questa rubrica? vi starete chiedendo.
La risposta la trovate in qualsiasi negozio di fast fashion, cioè quei brand che rinnovano la collezione spessissimo e hanno prezzi concorrenziali.
Le avrete sicuramente viste in giro: pile di magliette alte come torri di Babele con le scritte più disparate.
Feminist, Girl Power, Girls Supporting Girls, Equality, Love is Love, Girls Can Do Anything, Thank God I’m A Woman, eccetera eccetera.

T-shirt che sbandierano un orgoglio femminista, che mandano messaggi di parità e di inclusione, che ci ricordano che dobbiamo batterci per le battaglie di tutti, che insieme siamo più forti. Tutto a soli 9,99€.
Ecco, quando trovate una maglietta del genere a un prezzo così basso, è facile che a farla sia stata una persona (ancora più facile che fosse una donna) sottopagata.
Se ci pensiamo, è davvero un controsenso tremendo.

Per portare in giro un messaggio di uguaglianza ho dato una mano alla macchina dello sfruttamento delle persone. E uso la prima persona singolare perché ho almeno 5 magliette così, magliette che ora faccio fatica a indossare.
Naturalmente quando le ho acquistate non lo sapevo, o non volevo saperlo fino in fondo e ho preferito non chiedermi “come fa a costare così poco?”.
Mi sono fatta bastare il mio attivismo, la mia voglia di sensibilizzare gli altri anche attraverso gli indumenti che scelgo di indossare.

Per fortuna, una soluzione c’è ed è supportare le realtà più piccole e DIY.
Internet è pieno di magliette stupende, moltissime fatte da donne, che hanno aperto la loro piccola attività e provano a vivere di quella. Comprare una maglietta da loro supporta un tipo di moda etico e sostenibile.
Certo, non la pagherete 9,99€ e forse non potrete averne 5, ma ve la godrete sicuramente di più (e non vi abbandonerà dopo due lavaggi).

Se siete appassionati di Netflix & Chill, esiste il documentario The True Cost, che vi consiglio.
Una volta visto, pensate a una frase che davvero vorreste avere addosso, poi prendete una delle vostre magliette bianche e scrivetecela sopra.
Sarete originali, sostenibili e potrete rispondere in maniera unica alla domanda della campagna.
Chi ha fatto i miei vestiti? Beh, oggi, io.

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