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Galleria: “Come un macellaio che rifila un pezzo di carne”, l’infibulazione di Ayaan Hirsi Ali

"Come un macellaio che rifila un pezzo di carne", l'infibulazione di Ayaan Hirsi Ali

Da anni Ayaan Hirsi Ali lotta per i diritti delle donne islamiche. In Infedele, la sua autobiografia, racconta il momento, dolorosissimo, in cui ha subito l'infibulazione.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Ogni anno circa 3 milioni di bambine sono vittime delle mutilazioni genitali. In generale, l’Organizzazione mondiale della sanità ritiene che più di 125 milioni di donne attualmente in vita abbiano subito questo genere di mutilazioni, e che siano circa 30 i paesi nel mondo in cui questa pratica è ancora largamente diffusa.

Alla base dell’infibulazione e delle altre pratiche di mutilazione, ci sono soprattutto motivi di carattere religioso, anche se nel Corano, ad esempio, non vi è traccia alcuna alla necessità di circoncidere bambine e ragazze. Ecco quindi che la pratica viene giustificata anche da ragioni sociali e culturali, su tutte il mantenimento delle tradizioni. Preservazione della verginità e promozione dell’igiene femminile sono pretesti dietro cui si nascondono barbarie di questo genere, le cui vittime sono bambine, spesso piccolissime.

Nonostante le numerose campagne condotte e portate avanti dalle organizzazioni umanitarie, la piaga sembra lontana dall’essere arginata e risolta definitivamente; forse perché è difficile comprendere appieno il dolore e l’umiliazioni che le donne e le bambine costrette a subire l’infibulazione devono vivere, insomma è qualcosa con cui è davvero difficile identificarsi, se non lo si è vissuto.

Per questo, riportiamo questo passo tratto dal libro Infedele della scrittrice e attivista somala, naturalizzata olandese, Ayaan Hirsi Ali, che proprio in quelle pagine descrive perfettamente, con cruda precisione e toccante realismo, il momento in cui ha subito la mutilazione.

“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.

– Quando avremo tolto questo ‘kintir’ (clitoride) tu e tua sorella sarete pure. – Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo… Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici.

Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne.

Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore… Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti… Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarle brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.”

“Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata.

Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’urina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta).

Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata.

Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo.

Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna… L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo, anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate.

Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce… Da allora non fu più la stessa… aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi)… Cominciammo a bagnare il letto dopo l’infibulazione.”

Ayaan lotta da anni per i diritti delle donne all’interno della comunità islamica, ed è stata messa al bando dalla sua proprio per aver denunciato l’orrore delle mutilazioni genitali femminili. Conoscere la sua storia fa comprendere quanto il desiderio di vivere una vita libera dagli schemi culturali maschilisti e di autodeterminarsi faccia parte delle donne musulmane, troppo spesso considerate come “soggetti passivi” di quella stessa cultura, sia dalla propria società, che da quella occidentale.

In gallery vi raccontiamo di lei, della sua storia, del matrimonio a cui è stata costretta da giovanissima, della fuga, l’asilo politico e la fortuna come deputata in un nuovo paese, fino alla scorta armata con cui è costretta a vivere, date le minacce di morte ricevute.

“Come un macellaio che rifila un pezzo di carne”, l’infibulazione di Ayaan Hirsi Ali

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