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L'infibulazione raccontata dalle bambine egiziane che l'hanno subita

Sono ancora milioni, nel mondo, le donne che hanno subito l'infibulazione. Ecco cosa si prova nell'essere mutilate, raccontate dalle ragazze egiziane.

Aggiornamento articolo di gennaio 2018

Sono passati poco più di tre mesi dall’ultima volta che abbiamo parlato dell’infibulazione, una pratica barbara di mutilazione dell’apparato genitale femminile che purtroppo colpisce ancora numerose donne nel mondo. Benché nel luglio 2003 l’Unione africana abbia adottato un protocollo ad hoc – con il nome di protocollo di Maputo – per promuovere i diritti delle donne e rendere così illegale l’infibulazione in Africa, tale legge è entrata in vigore unicamente nel 2005 e nel 2008 ha contato circa 25 paesi africani coinvolti nella questione. Dal 2013, inoltre, sono stati 18 i paesi dell’Africa ad aver ostracizzato qualsiasi pratica inerente le mutilazioni genitali di genere.

A oggi, purtroppo, sono ancora numerosi i luoghi dove l’infibulazione viene largamente praticata – sia illegalmente sia sotto il controllo della legge o per scopri religiosi: secondo quanto riportato dal sito ufficiale dell’Unicef, in paesi come il Burkina Faso, l’Etiopia, il Gambia, la Mauritania, il Ciad, la Costa d’Avorio e il Kenya tale barbara pratica è ancora difficile da debellare totalmente dalla società (nei primi quattro stati la diffusione è maggioritaria benché non universale).

L’ultimo paese ad aver messo al bando – seppur temporaneamente – l’infibulazione è stata la Liberia: il 25 gennaio 2018, attraverso un ordine esecutivo del presidente uscente Ellen Johnson Sirleaf, lo stato ha stabilito una legge che impedisce ogni pratica di mutilazione genitale femminile per un anno. Benché lo statuto sia di breve durata (si tornerà a discutere della questione nel prossimo 2019) è un grande passo avanti. Sempre secondo le statistiche rese note dall’Unicef il tasso di donne colpite dall’infibulazione in Liberia varia dal 30% a un numero pari al 40%.

Articolo originale – 24/10/2017

Ci sono false credenze, il mantenimento di tradizioni prive di fondamento e tenacemente impregnate di ignoranza e di una buona dose di crudeltà, l’indifferenza verso il rispetto dei diritti umani più basilari, dietro la pratica dell’infibulazione, che ancora oggi coinvolge moltissime bambine e ragazzine in tutto il mondo. In un articolo su TPI Sara Ahmed ha raccontato le testimonianze di amiche e parenti che, al contrario suo, sono state vittime della pratica in Egitto. Dove, in realtà, le mutilazioni genitali sono illegali dal 2008, ma questo non impedisce a moltissime famiglie, soprattutto nei villaggi rurali, di portare avanti la tradizione. La quale, a dispetto di quanti molti credano, non trova alcun fondamento nel Corano, tanto che anche molti ortodossi e cristiani del Corno d’Africa la praticano abitualmente.

Ci sono ragioni legate soprattutto alla concezione patriarcale e fortemente maschilista di quelle comunità, dietro la pratica delle mutilazioni: la donna, in alcune culture, viene considerata “impura”, tanto da essere allontanata dalla vita sociale, per fare un esempio, nel periodo delle mestruazioni, e l’infibulazione è il “rito di purificazione”, la pratica triviale con cui togliendo la possibilità del piacere sessuale, si ha la garanzia di verginità e di fedeltà della donna al coniuge. Insomma, siamo nel campo non solo della discriminazione sessista più esplicita e dichiarata, ma anche della tortura vera e propria.

Quante sono le donne sottoposte a mutilazioni nel mondo? Un rapporto Aidos (Associazione italiana Donne per lo Sviluppo), riportato dal Fatto Quotidiano nel febbraio 2017, evidenzia che, in tutto il mondo, sono più di 200 milioni le donne sottoposte a pratiche escissorie, oltre 500 mila in Europa e circa 57 mila in Italia. Secondo lo stesso rapporto, se nel 2010 nel nostro paese si stimava vivessero più o meno 57 mila donne e ragazze straniere tra i 15 e i 49 vittime di mutilazioni genitali, queste cifre non sono cambiate nel 2016. La comunità più colpita è quella nigeriana, con il 35% del totale di donne che hanno subito mutilazioni, pari a 20 mila persone, e poi ci sono proprio le egiziane, 18.600 le donne coinvolte.

Sono ragazze come Hanane, che ha raccontato di ricordare che fu la nonna, un giorno, a prendere in mano la lametta per privarla di una parte del suo apparato genitale, e che oggi ammette che avere rapporti sessuali è una tortura; o come Samira, che dice: “Io non volevo, sono corsa fuori di casa per non farmi fare niente. Altre bambine mi avevano detto che faceva un male atroce. Poi mamma mi ha detto di non preoccuparmi perché lo faceva per il mio bene, per preservare il mio onore. Ho passato giorni senza riuscire a muovermi. Lì sotto mi bruciava tutto“.

Sono diverse le mutilazioni genitali a cui le donne, spesso quando sono solo neonate, subiscono: c’è la circoncisione, ad esempio, che riguarda l’asportazione, parziale o totale, del clitoride: l’escissione, tramite cui si asportano, assieme al clitoride, le piccole labbra, in parte o totalmente, e la più feroce, l’infibulazione o circoncisione faraonica, che asporta clitoride, piccole labbra e parte o tutto delle grandi labbra.

La credenza di una “purificazione”, dicevamo, alla base di questa pratica barbarica a cui sembra non si riesca a porre fine, è una tortura vera e propria di cui le giovani donne prendono piena consapevolezza, purtroppo, solo nel momento della maturità sessuale, spesso proprio durante la prima notte di nozze, che rappresenta per loro solo un momento di dolore estremo e insopportabile o dai racconti della vita sessuale di amiche che non hanno subito infibulazione.

Sara, che ha raccolto le voci di moltissime ragazze egiziane infibulate, ricorda un’esperienza della sua infanzia, quando, scesa a giocare in un vicolo un giorno d’estate, chiese dove fosse finita l’amichetta Amal. “Amal oggi non può perché tahruha“, si sentii rispondere lei. Tahruha è il termine con cui, nel dialetto arabo-egiziano, si intende l’essere stata purificata, ovvero l’aver subito, appunto, un’infibulazione, l’unica cosa in grado di tenere a bada la shahwa, la libido sessuale. La stessa sorte, per fortuna, non è toccata a Sara, i cui genitori non hanno voluto seguire una tradizione tanto brutale.

La testimonianza completa di Sara Ahmed è raccolta da TPI, con il suo appello affinché questa pratica terribile e brutale conosca, finalmente, la parola fine, liberando milioni di bambine da un giogo di discriminazione, tradizioni arcaiche e violenza gratuita.