Vittimizzazione terziaria: la terza ondata di dolore della violenza di genere

Oltre alla vittimizzazione primaria e secondaria, c'è una meno nota vittimizzazione terziaria: in cosa consiste e a chi rivolgersi per ricevere aiuto.

Nell’epoca del true crime si fa fatica a comprendere che dietro ogni caso di cronaca ci sono persone che non hanno più voce (o non viene data loro), soprattutto quando si tratta di violenze di genere. In questo contesto è quindi fondamentale comprendere quali siano le diverse forme di violenza, di cui la vittimizzazione fa parte. Si parla però molto poco della vittimizzazione terziaria e del carico di dolore che si porta dietro sia chi ha subito violenza che la sua cerchia sociale. Scopriamo allora cos’è la vittimizzazione terziaria sia dal punto giuridico che psicologico, qual è la differenza con la vittimizzazione primaria e secondaria e a chi rivolgersi qualora se ne sia vittime.

Cos’è la vittimizzazione terziaria dal punto di vista giuridico

Per comprendere meglio cosa vuol dire vittimizzazione terziaria e le sue dinamiche è innanzitutto necessario andare a monte del problema scoprendo cos’è la vittimizzazione in generale e tutte le forme in cui essa si manifesta.

Come si legge sul sito di Osservatorio Violenza, il termine è nato nel XIV secolo per indicare la consacrazione alla divinità, il sacrificio estremo della vita in nome della religione. Con passare del termine però l’espressione è stata poi estesa a chi perde la vita per altre ragioni, come un incidente o, più spesso, per l’azione di terzi. Per un omicidio in altre parole, doloso o colposo che sia. Tanto che lo psichiatra Fredric Wertham scriveva nel XX secolo:

Non si può comprendere la psicologia dell’omicida se non si comprende la sociologia della vittima. Ciò di cui abbiamo bisogno è una scienza della vittimologia.

Dobbiamo però capire a nostra volta cosa significhi vittima, un termine dall’etimologia non nota, almeno in quella precedente al latino (victĭma). Nella lingua italiana, la vittima è sia una persona che viene uccisa o che subisce un danno: in quest’ultimo senso, che il linguaggio giuridico ha mutuato, vittima è per esempio chi incappa in una truffa oppure chi sopravvive a una violenza sessuale. Diverso è il discorso giornalistico, per cui, in teoria, dal punto di vista deontologico, la vittima è sempre una persona che ha perso la vita, mentre per esempio chi è ancora fisicamente in sé dopo uno stupro è una sopravvissuta. Questa scelta deriva dal fatto che non tutte le persone gradiscono essere definite vittime, e qui giungiamo un po’ più in profondità.

Ma torniamo all’inizio della questione, ovvero alla vittimizzazione: come anticipato, si articola infatti in tre forme diverse, di cui la terziaria fa parte.

Vittimizzazione primaria

La vittimizzazione primaria viene definita come “il complesso delle conseguenze di natura fisica, psicologica, sociale ed economica derivanti dal reato stesso, ossia una relazione avuta con l’autore del fatto”. In pratica è tutto ciò che segue una violenza in senso stretto, da lesioni e prognosi alle ricadute psicologiche, fino ai danni legati a un crimine subito.

Vittimizzazione secondaria

Si parla molto di vittimizzazione secondaria, che invece è “una condizione di ulteriore sofferenza e oltraggio psicologico e sociale vissuto dalla vittima in relazione ad un atteggiamento di insufficiente attenzione da parte delle agenzie di controllo”. In altre parole si verifica quando la vittima o la sopravvissuta non viene creduta, ne viene scandagliato il passato o il presente, si sottovaluta la portata di ciò che ha dovuto affrontare. È il cosiddetto victim blaming.

Vittimizzazione terziaria

Passiamo dunque alla vittimizzazione terziaria, che “si verifica quando l’autore rimane ignoto oppure viene assolto”. E qui si apre un mondo. Partiamo da un fatto: esistono due visioni di verità, quella reale e quella giudiziaria. Non sempre coincidono, e talvolta è possibile che non si giunga mai né a una verità reale né a una giudiziaria. Può succedere per molte ragioni: perché il delitto è talmente difficile da risolvere, perché c’è stato un pregiudizio in chi ha indagato o in chi ha giudicato, perché nonostante si sia fatto tutto il possibile non sono state trovate prove a carico di un responsabile.

Nel caso della vittimizzazione terziaria si aggiunge, in un certo senso, al danno la beffa. Si è subito un reato, ma non c’è giustizia, che comunque è un concetto difficile da comprendere. Questo perché, soprattutto quando accade qualcosa a noi, ci sembra che le leggi siano insufficienti, che le carceri abbiano le porte girevoli, che ci siano morti di serie A e serie B. Ma a parte qualche caso limite, questa è solo una percezione, la ragione della mancanza di giustizia è, come detto, molto spesso più triste e banale.

Cos’è la vittimizzazione terziaria dal punto di vista psicologico e criminologico

Nel contesto psicologico e della vittimologia soprattutto internazionale, la vittimizzazione terziaria può assumere un significato più ampio – e non solo giuridico – perché riguarda gli effetti a lungo termine del trauma sulla persona.

Sul sito SozTheo, un progetto accademico personale del Dr. Christian Wickert, leggiamo infatti che la vittimizzazione terziaria è definita come le conseguenze sociali a lungo termine causate dalla violenza, come la stigmatizzazione e la marginalizzazione della persona che l’ha subita.

Quindi non si tratta più del danno immediato causato dal reato né delle eventuali reazioni negative di istituzioni o società, ma di un processo più lento e profondo, in cui la vittima rischia di rimanere intrappolata nel proprio ruolo.

Con il passare del tempo, infatti, l’esperienza traumatica può diventare un elemento centrale dell’identità individuale: la persona viene percepita dagli altri, e talvolta finisce per percepirsi essa stessa, principalmente come “vittima”.

Questo fenomeno può portare a una riduzione delle opportunità sociali, a forme di auto-esclusione e a difficoltà nel recuperare una piena autonomia emotiva e relazionale. In questa prospettiva, la vittimizzazione terziaria coincide quindi con una sorta di cristallizzazione del trauma, che ostacola i percorsi di elaborazione e resilienza, rendendo più complesso il ritorno a una quotidianità svincolata dall’evento subito.

A chi chiedere una mano

Servizi di assistenza legale specializzati

Il primo passo che molte persone fanno, quando i loro cari sono vittime o sono esse stesse sopravvissute a un crimine, è rivolgersi a un avvocato o un’avvocata in base alle proprie esigenze (di solito un penalista). Se si tratta di un femminicidio o una violenza di genere, ci si rivolge al centro antiviolenza più vicino o un’associazione di supporto. Tra le principali associazioni nazionali, ci sono Differenza Donna, Telefono Rosa, Casa internazionale delle Donne, Artemisia Lab / Vite senza paura onlus, Soccorso Violenza Sessuale e Domestica. Anche il numero unico antiviolenza e antistalking 1522 si occupa di percorsi in contrasto con la vittimizzazione terziaria.

Consulenza per la gestione della vittimizzazione terziaria

Le strutture che abbiamo enumerato forniscono due servizi dedicati a chi è alle prese con la vittimizzazione terziaria. Il primo di questi servizi è il sostegno psicologico: si effettua infatti un percorso che possa permettere di superare il trauma di non aver ricevuto giustizia. In secondo luogo c’è il sostegno legale: si viene affiancati da un avvocato o un’avvocata per il proprio caso o per il caso di una persona cara in quanto parte lesa. Tuttavia, se c’è una sentenza passata in giudicato che assolve una persona da un reato, questa persona non può essere riprocessata, per il principio di ne bis in idem: in altre parole, chi viene ritenuto estraneo una volta non torna in tribunale per lo stesso crimine, e quindi non si può fare nulla.

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