Cos'è il female gaze e perché è necessario parlarne

Alla scoperta del female gaze, lo sguardo femminile che smette di tratteggiare la donna come mero oggetto del desiderio voyeuristico del maschio bianco, etero e cis e ne indaga, al contrario, emozioni e atteggiamenti a tutto tondo.

Per oltre un secolo, la rappresentazione artistica e mediatica delle donne è stata dominata dall’imperante, invasivo e giudicante sguardo maschile (male gaze). Uno sguardo reo di rendere le donne mere oggetto del desiderio, ritratte in atteggiamenti passivi e in inquadrature sessualizzanti e compiacenti nei confronti del maschio etero e cis.

Qualcosa, però, sta lentamente mutando. Negli ultimi tempi, infatti, si è andata sempre più solidificandosi la “corrente” del female gaze, ossia un modo di fare cinema (e arte, in generale) che sia in grado di cambiare la prospettiva e analizzare i personaggi femminili a tutto tondo, e non solo dal punto di vista voyeuristico proprio dello sguardo maschile.

Quali sono le caratteristiche del female gaze e quali i suoi principali esempi? Vediamone i dettagli.

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Che cos’è il female gaze?

Il female gaze, o “sguardo femminile”, è il tentativo di sovvertire lo stato attuale delle cose e introdurre un cambiamento reale nel modo di delineare le donne sullo schermo (e non solo).

Il concetto fa naturalmente eco al già accennato male gaze, elaborato nel 1975 dalla critica cinematografica femminista Laura Mulvey, la quale, nel saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema, spiega, appunto, come il cinema tradizionale abbia da sempre la tendenza a reificare e passivare la donna e i suoi atteggiamenti.

Secondo Mulvey, le coordinate del male gaze sarebbero tre: lo sguardo maschile dell’uomo dietro la cinepresa, quello dei personaggi, maschili, all’interno delle pellicole e, infine, il punto di vista dello spettatore che osserva le scene (ed è, generalmente, maschile, in quanto destinatario primario del male gaze).

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Il female gaze, dunque, intende decostruire tali coordinate, imponendone di nuove. Come ha sottolineato la regista Jill Soloway nel corso della Masterclass dedicata al female gaze tenuta al Toronto Film Festival, non si tratta di ribaltare la definizione, promuovendo

la rappresentazione di un mondo, e degli uomini, da un punto di vista femminile, presentando gli uomini come oggetti del piacere femminile

bensì di abbandonare il male gaze del tutto, scardinandone l’esistenza. I nuovi “cardini” dovrebbero, allora, essere i seguenti:

Una ‘visione dei sentimenti’, una soggettiva del personaggio volta evocare e condividere le emozioni nel momento in cui lo stesso le stia provando, piuttosto che mostrarle semplicemente. [Cui segue] l’uso della camera con lo scopo, molte volte impossibile, di mostrare allo spettatore come ci si sente a essere guardati come un oggetto di piacere.

E, infine, la volontà, non solo artistica, ma sociale e politica, di cambiare lo sguardo:

Lo sguardo sugli osservatori. Riguardo a come ci si sente a stare lì, nel mondo, a essere guardate per una vita intera. È uno sguardo che dice ‘Noi vi vediamo, vedeteci anche voi’; dice ‘Non voglio più essere un oggetto, mi piacerebbe essere il soggetto, e con questa soggettività acquisita posso definirti, tu osservatore, come un oggetto’.

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Il female gaze nel cinema e nell’arte

Sempre più registe, direttrici esecutive, sceneggiatrici e produttrici stanno, quindi, lavorando per cambiare il più possibile la situazione del cinema e dell’arte mainstream e apportare modifiche concrete alla rappresentazione della donna.

Un esempio, in questo senso, è offerto dalle numerose serie tv create negli ultimi anni, da Fleabag e Killing Eve di Phoebe Waller-Bridge ai reboot di Streghe e Sabrina, fino a The Handmaid’s Tale e a film come I Love Dick, della stessa Jill Soloway, Fish Tank, di Andrea Arnold, Margaret, di Kenny Lonergan, e It Felt Like Love, di Eliza Hittman.

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In tali casi, a cambiare è proprio il focus dell’inquadratura: non più le azioni, ma le emozioni e le sensazioni, indagate mediante quello stesso corpo utilizzato in precedenza per solleticare gli appetiti dello spettatore maschio, bianco, cisgender, etero e abile.

Come ha dichiarato la regista April Mullen, infatti:

Le donne hanno questa vulnerabilità, una connessione con una profondità di emozioni che posso vedere e sentire nei film che creiamo. Per me, lo sguardo femminile è trasparenza, il velo tra il pubblico e il regista. È sottile, e questo consente alle persone di entrarci dentro, di sentirlo.

Perché è necessario parlare di female gaze

È per questo motivo che risulta di primaria importanza parlare dello sguardo femminile e promuoverne il più possibile l’utilizzo e la necessità mediatica.

Il motivo, come racconta Feminist Flash, ha a che fare con l’inclusione e l’assenza di giudizio propri della sua natura:

Il female gaze non si ferma davanti a segni, imperfezioni, argomenti tabù o luoghi comuni, ma mostra l’universo femminile nella sua infinita complessità. È emotivo e intimo. Vede le persone come persone, cerca di empatizzare piuttosto che oggettivare. È rispettoso e tecnico. Non ha avuto la possibilità di svilupparsi. Dice la verità. Coinvolge il lavoro fisico, è femminile e senza vergogna.

Una prospettiva forse difficile da interiorizzare, dal momento che, in quanto critiche e spettatrici, le donne guardano da sempre se stesse dal punto di vista maschile, al punto che appare difficile studiare e tratteggiare lo sguardo femminile in senso stretto – e lo dimostra anche il numero di registe, sceneggiatrici e produttrici, sempre irrisorio rispetto a quello degli uomini.

È ora di girare la cinepresa. Questa volta, però, verso di noi e per noi.

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