Le persone Rom e Sinti sono costantemente discriminate, in tutta Europa. Per questo, spesso, nascondere o negare la propria identità si rivela una strategia di sopravvivenza, capace di celare alle persone Gadje (non Rom) la propria appartenenza etnica e culturale.

Dalle scuole dell’infanzia al lavoro, passando per il diritto alla casa, gli ambienti da cui le persone Rom e Sinti sono espulse sulla base di una narrazione pregiudizievole sono le più disparate e le più basilari. “Sono molteplici i falsi miti e false rappresentazioni che ruotano intorno la vita di noi Rom. Una storia raccontata male dai Gadje, fatta di discriminazioni in cui la persona non è mai considerata tale” spiega Ivana Nikolic, artista e attivista Rom precisando che è proprio “a causa di queste narrative diventa quasi impossibile provare un senso di empatia verso uno “z*ngar*”.

La distanza generata da quest’assenza permette di tollerare silenziosamente il sistema discriminatorio vigente. La proposizione dominante racconta le persone Rom e Sinti secondo precisi stereotipi, il più radicato dei quali riguarda proprio la loro dimensione abitativa. 

Stereotipi istituzionali

I “campi Rom” vengono raccontati come ambienti ideati per incontrare le necessità delle comunità Rom e Sinti, dipinte come tradizionalmente nomadi e determinate a rimanere estrane al tessuto sociale condiviso con le persone non Rom. L’istituzione dei campi è in realtà un prodotto statale che ha predisposto la costruzione di campi monoetnici in cui segregare le persone Rom, allontanandole dal tessuto sociale, dal vivere condiviso e dall’interazione con gli altri gruppi residenti sul territorio italiano.

Per giustificare una politica così fortemente espulsiva l’Italia si riallaccia al pregiudizio del nomadismo e della distanza volontaria. La politica segregazionista italiana è stata più volte nota e richiamata al punto da riservarle più menzioni e raccomandazioni all’interno dei rapporti della Commissione Europa contro il Razzismo e l’Intolleranza che, nel 2006, specificava “che tale situazione di segregazione effettiva dei Rom/* in Italia sembra riflettere l’atteggiamento generale delle autorità italiane che tendono a considerare i Rom/* come nomadi, desiderosi di vivere in accampamenti. Tale rappresentazione dei Rom/*in quanto nomadi sembra ugualmente strettamente collegata alla percezione generale che si ha in Italia dei membri delle comunità Rom/* considerati come “stranieri” benché, in realtà solo una parte della popolazione Rom/* vivente ancora negli accampamenti non abbia la cittadinanza italiana”.

Lo stesso rapporto, come si noterà dalla presenza degli asterischi presentava delle criticità derivate dal tipo di narrazione di cui era prodotto, persino negli ambienti antirazzisti istituzionali europei mancano delle comprensioni basilari come quali nomi usare per indicare la comunità Rom in maniera corretta e non discriminatoria. Il terzo rapporto corregge il tiro e si riferisce alle comunità Rom e Sinti in maniera corretta ma, sfortunatamente, non trova un’Italia migliore di quella di allora “L’ECRI deve tuttavia constatare con rammarico che sono stati compiuti da allora ben pochi progressi sull’insieme dei settori che erano stati posti in luce nel precedente rapporto” e ancora “Le organizzazioni della società civile hanno comunicato all’ECRI che i Rom e i Sinti sono ancora considerati delle popolazioni nomadi nelle politiche ufficiali, segnatamente a livello nazionale”.

La colpa come assurdo

Nikolic conferma l’assenza di un cambiamento normativo e culturale “Ancora oggi in Italia continuano gli sgomberi forzati che buttano le nostre comunità per strada – senza fornire alcuna alternativa – creando un cerchio di emarginazione e disagio sociale senza fine. Tra l’altro, sembra davvero assurdo che negli anni ’70 l’Italia si è dotata di una legge ad hoc per istituire i “campi attrezzati” – legge pensata proprio per gli attuali “campi nomadi” – che oggi vengono, invece, sgomberati. Prima l’Italia crea i campi, poi li riempie, poi li sgombera ma la colpa è sempre dei rom”. La strategia discriminatoria segue un processo standard, nascondendo la natura oppressiva delle sue pratiche e attribuendone la responsabilità ai soggetti discriminati.

Incidenti o violenza di sistema?

In un panorama del genere la precarietà è all’ordine del giorno, definite come incidenti isolati le morti delle persone Rom vengono sempre raccontate come eventi casuali o, tuttalpiù derivate dal comportamento delle comunità stesse, come specifica Nikolic, “basti pensare ai fatti avvenuti a Torre Maura, poi a Casal Bruciato. Ricordiamo, inoltre, il caso della bimba di appena undici mesi, sparata alla schiena da un uomo che “voleva solo provare la pistola” dalla finestra.”

La marginalizzazione sociale, politica e istituzionale che ne deriva comprime la vita delle persone Rom e Sinti, impedendo loro di accedere a servizi e diritti quando la loro appartenenza è palesata. 

“Da una parte siamo invisibili, dall’altra siamo un bersaglio, un capro espiatorio perfetto per i mali sociali. Proprio per questo molti romanì non vogliono esporsi, negando la loro appartenenza etnica. Molti tra i tuoi vicini di casa, i tuoi insegnati, i tuoi medici, possono essere Rom senza avertelo mai detto. Dovremmo poter esprimere la nostra identità culturale eliminando questa impronta da cui siamo ricoperti.” Ed ecco perché si parla di coming out etnico, quindi del riconoscimento pubblico della propria appartenenza etnica. Un atto politico e intimo di portata straordinaria, che trova spazio in un mondo ostile.

Coming out etnico, la storia di Ivana Nikolic

Ivana Nikolic ha fatto coming out etnico nel 2009 durante una visita ai campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e Birkenau, di fronte ai pannelli che recavano i nomi delle persone uccise. “Ho ritrovato tutti i cognomi della mia famiglia. In quel momento, ho provato così tante emozioni contraddittorie che non ho più potuto tacere e restare invisibile. In quel momento ho detto di essere Rom, ho fatto il mio “coming out etnico”.

Il retaggio e la memoria storica sono spesso negati alla comunità Rom, addirittura nelle giornate di sensibilizzazione sul genocidio perpetrato dalla Germania nazista Rom e Sinti vengono esclusi, non menzionati tra le vittime nonostante fossero uno dei gruppi volutamente e sistematicamente presi di mira. Il coming out etnico non è solo un processo momentaneo, ma anche un percorso di riscoperta e elaborazione del trauma condiviso, passato e presente. 

Retaggio e coming out etnico

Per questo Ivana Nikolic ha deciso di raccogliere la potenza del proprio coming out etnico nei luoghi della memoria e di organizzare una raccolta fondi per portare ogni anno ragazzi e ragazze Rom e Sinti in Polonia. Lanciato quest’anno, il progetto include 5 persone che hanno recentemente fatto coming out etnico e si propone di raccogliere i fondi necessari a coprire le spese del viaggio. Le istituzioni non ne riconoscono l’importanza individuale e collettiva, perciò si è reso necessario aprire un crowdfunding.

Ivana ricorda che non si tratta solo di una viaggio, ma di ciò che significa. Si tratta di estendere una presenza negata, di rivendicarla e di istruire non solo le persone direttamente coinvolte sul loro retaggio e di farlo all’interno di una comunità coesa e comprensiva, ma anche di sensibilizzare tutta quell’Europa che non si espone per arrestare l’antiziganismo.

“Vogliamo sensibilizzare i giovani europei, la società civile e i decisori politici sul genocidio dei Rom, nonché sui meccanismi dell’antiziganismo (il razzismo contro le persone Rom) in un contesto difficile di crescente razzismo, incitamento all’odio ed estremismo in Europa. Il riconoscimento della nostra storia e identità, la riparazione storica e un profondo restauro della nostra immagine sono le chiavi del nostro cammino verso la dignità delle persone. Non possiamo e non vogliamo dimenticare gli omicidi di coloro che non hanno mai avuto l’opportunità di levare la propria voce.”

Un cambiamento profondo e necessario

Per cambiare le prospettive future è necessario lavorare sulla cultura, riscoprirla ma soprattutto iniziare a raccontarla nella sua interezza e con le giuste parole, poiché, come dice Ivana, “ la coscienza del genocidio costituisce un elemento chiave della nostra identità europea e dei principi fondanti dell’integrazione europea. Comprendiamo che la nostra chiamata e la nostra responsabilità come giovani Rom è quella di diffondere la conoscenza del genocidio della nostra minoranza etnica nella società tradizionale, dalle iniziative della società civile fino alla visibilità istituzionale. Attraverso la nostra presenza ad Auschwitz vogliamo esprimere il nostro impegno nella lotta per il riconoscimento della nostra storia.”

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