Period poverty: una forma di disuguaglianza diffusa a livello globale


Avere le mestruazioni costa. Costa in termini di assorbenti, antidolorifici, biancheria intima da sostituire e giornate di vita rallentate: per la maggior parte delle donne con un reddito stabile questa spesa si distribuisce su decenni e si mimetizza dentro il bilancio familiare ordinario, senza farsi notare troppo.
Per una parte significativa della popolazione mondiale, però, quella stessa spesa diventa un ostacolo insormontabile, qualcosa che obbliga a scegliere tra un pacco di assorbenti e un pasto, tra la dignità del proprio corpo e la sopravvivenza quotidiana.
Questa condizione ha un nome: si chiama period poverty – povertà mestruale – e descrive l’impossibilità di accedere a prodotti igienici adeguati, a strutture sanitarie decenti, a informazioni corrette sul proprio corpo. Riguarda donne in tutto il mondo, e produce conseguenze che vanno ben oltre la difficoltà di gestire una funzione fisiologica.
Ridurre la period poverty all’impossibilità di acquistare un pacco di assorbenti a inizio mese significa coglierne solo la superficie più immediata. Il fenomeno è in realtà molto più ampio e intreccia economia, infrastrutture, accesso all’informazione e dinamiche culturali in un nodo difficile da sciogliere con interventi parziali.
Una donna che vive la povertà mestruale paga un tributo innanzitutto sul piano economico, perché i prodotti per il ciclo sottraggono risorse a spese altrettanto essenziali come cibo, bollette, trasporti e in molti contesti vincono nella competizione con queste voci solo a costo di sacrifici che si ripercuotono altrove nel bilancio familiare.
Al tempo stesso, si registrano conseguenze sul piano del tempo, perché gestire le mestruazioni senza prodotti adeguati, senza acqua corrente, senza un bagno privato richiede ore aggiuntive di organizzazione domestica e personale che vengono sottratte allo studio, al lavoro retribuito, al riposo. Infine, le criticità maggiori riguardano il piano della salute, perché ogni soluzione di ripiego produce un costo sanitario che si accumula nel tempo e che spesso si manifesta solo anni dopo, in forma di infezioni croniche o complicazioni ginecologiche.
La period poverty si manifesta quindi in una serie di rinunce e adattamenti che diventano abitudine, fino a essere percepiti dalle stesse donne coinvolte come parte naturale dell’essere donne in condizioni economiche difficili.
Il fenomeno assume le forme più dure e critiche nei Paesi del Sud globale, tra assorbenti che costano quanto una giornata di lavoro, infrastrutture sanitarie scarse o assenti, informazione mestruale praticamente inesistente e la presenza di uno stigma culturale che impedisce alle ragazze di parlarne anche all’interno della famiglia.
Una delle conseguenze più impattanti della povertà mestruale nei Paesi del Sud globale si può rintracciare nell’istruzione femminile.
Una ragazza che mensilmente salta la scuola perché non ha modo di gestire il ciclo accumula nell’arco di un anno scolastico un divario che si misura in settimane di lezioni perse. Quel divario non si recupera con facilità, perché i programmi scolastici procedono comunque, le valutazioni si formano sulla presenza, le compagne e i compagni più presenti consolidano un vantaggio che diventa progressivamente strutturale. La sequenza che si innesca è documentata da decenni di studi sulla scolarizzazione femminile e segue un copione riconoscibile: prima un calo del rendimento, poi bocciature ripetute, poi abbandono scolastico, con accesso ridotto – se non del tutto compromesso – a professioni qualificate.
La period poverty è oggi un vero e proprio meccanismo di trasmissione intergenerazionale della povertà economica. Una ragazza che lascia la scuola per la difficoltà nella gestione delle mestruazioni si trasforma, qualche anno dopo, in una donna adulta con minori opportunità di lavoro stabile, dipendenza economica più alta, esposizione maggiore a relazioni sbilanciate sul piano del potere. Quando quella donna avrà figlie, il rischio che si trovi nelle stesse difficoltà economiche della propria madre e, quindi, che le proprie figlie ripetano il suo percorso, è statisticamente più alto.
Le conseguenze della period poverty non si fermano al perimetro economico ed educativo. In alcune aree del Sud globale il fenomeno produce derive che lo collocano direttamente nel territorio della violenza di genere, e una di queste derive è documentata in alcune zone dell’Africa orientale, in particolare in aree rurali del Kenya e dell’Uganda, dove le organizzazioni internazionali hanno cominciato a chiamarla sex for pads – sesso in cambio di assorbenti.
Ragazze e giovani donne che non riescono a procurarsi assorbenti in altro modo accettano rapporti sessuali con uomini più anziani in cambio di prodotti per il ciclo o di piccole somme di denaro per acquistarli.
Le conseguenze alimentano una spirale difficile da arrestare. La maggiore esposizione a malattie sessualmente trasmissibili, comprese HIV ed epatite, si somma al rischio di gravidanze precoci che a loro volta producono abbandono scolastico definitivo, isolamento familiare, ulteriore vulnerabilità economica. Il fenomeno mostra in modo particolarmente chiaro come la povertà mestruale non sia un compartimento stagno separato dalla violenza di genere, ma rappresenti uno dei suoi terreni di coltura: un canale attraverso cui condizioni economiche difficili si traducono in sfruttamento sessuale di adolescenti che, in altre circostanze, non sarebbero esposte a quel tipo di pressione.
Per contrastare la period poverty è necessario tutelare il diritto all’igiene mestruale, un obiettivo che può essere raggiunto solo agendo simultaneamente su molteplici fronti. Nei Paesi del Sud globale, tuttavia, le istituzioni che dovrebbero coordinare un’azione di questo tipo si trovano a fronteggiare criticità che ne riducono drasticamente la capacità operativa: infrastrutture sanitarie carenti, conflitti e crisi economiche ricorrenti, amministrazioni locali con scarsa capacità di intervento sui programmi di lungo periodo. Per questo l’azione pubblica, da sola, non basta, e il lavoro delle organizzazioni internazionali indipendenti diventa decisivo per affiancare gli sforzi istituzionali e coprire gli spazi rimasti scoperti.
Una delle realtà più impegnate nel garantire la tutela del diritto all’igiene mestruale è senza dubbio ActionAid, attiva da oltre 35 anni e oggi presente in 71 Paesi, con l’obiettivo di supportare in vari modi le comunità più vulnerabili. Uno degli strumenti di intervento dell’organizzazione è rappresentato dalle adozioni a distanza, che permettono di sostenere in modo continuativo bambini, famiglie e comunità in cui vivono.
Per contrastare la period poverty, per esempio, ActionAid lavora alla realizzazione di servizi igienici femminili nelle scuole rurali, dotati di approvvigionamenti idrici sicuri, illuminazione adeguata e sistemi di smaltimento dei prodotti usati: strutture che restituiscono alle adolescenti la possibilità concreta di restare in classe nei giorni del flusso senza dover scegliere tra studio e dignità. A questi interventi infrastrutturali si affianca la distribuzione regolare di kit igienici a ragazze e donne, sia nelle scuole sia nelle aree colpite da emergenze umanitarie, dove l’accesso ai prodotti viene subito meno quando le crisi spezzano le filiere commerciali ordinarie.
Un altro fronte su cui ActionAid interviene per contrastare la period poverty riguarda la formazione delle insegnanti, delle operatrici sanitarie locali e delle figure di riferimento della comunità, perché possano affrontare il tema della salute mestruale con competenza e senza riprodurre il silenzio delle generazioni precedenti. A completare il quadro ci sono i percorsi educativi rivolti a ragazze, ragazzi, famiglie e leader comunitari, pensati per intervenire alla radice dello stigma culturale: lavorare sulle nuove generazioni e sui contesti familiari è la condizione perché i progressi materiali non vengano vanificati dal peso del tabù che continua a circondare le mestruazioni.
La tassa invisibile che le donne in povertà mestruale pagano in denaro, tempo e salute resta tale finché viene considerata parte naturale dell’essere donne in condizioni economiche difficili. Renderla visibile, nominarla, misurarla è il primo passo per smettere di trattarla come un effetto collaterale della povertà estrema.
Nei Paesi del Sud globale, dove il fenomeno assume le forme più dure e dove le conseguenze si trasmettono di generazione in generazione, la period poverty ha cause specifiche che attraversano economia, infrastrutture, cultura e informazione e ha quindi bisogno di soluzioni altrettanto specifiche, capaci di agire contemporaneamente su tutti questi piani.
Misurarla con dati affidabili, finanziarla con risorse pubbliche e private adeguate, contrastarla con interventi mirati è un impegno a cui tutti possono contribuire attraverso il proprio sostegno individuale.

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